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Misericordia

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Catechesi Quaresima 2026

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1. Quando l’amaro diventa dolce

Il Testamento: la parola-chiave di una vita intera

Se dovessimo scegliere un solo testo per comprendere tutta la vita di Francesco d’Assisi, dovremmo scegliere il Testamento. E nel Testamento, le prime righe. Sono parole dettate poche settimane prima della morte, nel 1226, quando Francesco è cieco, malato, stigmatizzato, prostrato. Eppure, con la lucidità di chi guarda indietro dalla soglia dell’eternità, non sceglie di parlare della Regola, né dell’Ordine, né delle stimmate. Sceglie di parlare di un lebbroso.

«Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo» (FF 110).

Ogni parola di questo testo è un abisso. Fermiamoci su ciascuna:

  • «Il Signore dette a me»: La conversione non è un’iniziativa di Francesco. È un dono. È Dio che conduce, Dio che apre la strada, Dio che mette Francesco di fronte al lebbroso. La misericordia non nasce dalla nostra buona volontà: nasce dalla grazia che ci spinge dove non vorremmo mai andare.
  • «Quando ero nei peccati»: Francesco non idealizza il proprio passato. Non era un giovane alla ricerca di Dio: era un giovane nei peccati. E il primo peccato che nomina non è la lussuria o l’orgoglio, ma la ripugnanza verso i lebbrosi. Il peccato più profondo è l’incapacità di guardare il dolore dell’altro.
  • «Mi sembrava cosa troppo amara»: Francesco non minimizza il disgusto. I lebbrosi nel Medioevo erano l'orrore sociale, trattati come morti viventi. Francesco non nasconde di aver condiviso quel terrore. Riconoscere la propria incapacità di amare è il primo passo verso la misericordia.
  • «Usai con essi misericordia»: In latino feci misericordiam cum illis. La misericordia non è un sentimento: è un’azione. Francesco scese da cavallo, abbracciò il lebbroso, lo baciò. Toccò ciò che era intoccabile. Non si può fare misericordia a distanza.
  • «Ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza»: Qui accade il miracolo del gusto. Ciò che era ripugnante diventa dolce. La conversione è un cambiamento di palato: Francesco comincia a sentire il sapore della realtà in modo nuovo.

L’abbraccio come teologia

L’incontro con il lebbroso è l’episodio fondativo. Viene prima di San Damiano e della spoliazione. San Bonaventura racconta che quando Francesco si voltò, la strada era vuota: il lebbroso era scomparso. La tradizione vede in quel corpo sfigurato la presenza di Cristo, secondo Matteo 25: «Quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». La misericordia non aspetta di capire: agisce, e solo dopo aver agito, comprende.


2. Amalo più di me

La Lettera a un Ministro: il testo più rivoluzionario

Nella Lettera a un Ministro (FF 234-235), scritta a un superiore in difficoltà con i frati, Francesco scrive parole di una radicalità sconcertante:

«E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me... che non ci sia alcun frate al mondo che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede; e se non chiedesse misericordia, chiedi tu a lui se vuole misericordia. E se in seguito mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attirarlo al Signore».

La misericordia di Francesco non aspetta che il peccatore bussi: va a bussare alla porta del peccatore. La frase «amalo più di me per questo» indica che proprio la fragilità rende il fratello più bisognoso di amore. Francesco conclude dicendo che questo atteggiamento vale più della vita eremitica o della preghiera solitaria.

La misericordia come prova d’amore

Francesco istituisce un criterio di verifica: saprai di amare Dio se sei capace di perdonare il fratello "peggiore". È un test che non si può falsificare. Questo pensiero attraversa tutte le sue opere:

  • Regola non bollata: I ministri devono essere "servi" e accogliere i malati (peccatori).
  • Ammonizione XI: Non bisogna turbarsi per il peccato altrui.
  • Ammonizione XVIII: Beato chi sostiene il prossimo nella sua fragilità.

3. Guardare con gli occhi di Dio

L’Ammonizione XX e il valore vero dell’uomo

«Quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più» (FF 169). Se il valore dipende dallo sguardo di Dio, allora il peccatore vale quanto il santo, perché Dio vede in entrambi un figlio amato. La misericordia è lo sguardo che vede l'immagine divina anche sotto le croste della lebbra.

Nell'Ammonizione IX, Francesco spiega che amare il nemico significa non dolersi per l'offesa ricevuta, ma bruciare di dolore per il peccato dell'anima di chi ci ha offeso. La misericordia non è tiepida: è un incendio d'amore.


4. La misericordia è un corpo a corpo

Toccare, abbracciare, baciare: la carne della misericordia

La misericordia francescana è fisica. Non è un principio, è un bacio reale a una guancia mangiata dalla malattia. Questo riflette l'Incarnazione: la misericordia di Dio si è fatta carne in Cristo.

Nella Regola non bollata, Francesco chiede ai frati di stare con i lebbrosi, non solo di fare qualcosa per loro. Servire "per" permette di mantenere le distanze; servire "con" significa cambiare posto, sporcarsi, rinunciare alla propria sicurezza. La misericordia è un atto di migrazione verso il dolore dell'altro.


5. La misericordia oggi: toccare ciò che evitiamo

I lebbrosi del XXI secolo

I lebbrosi di oggi sono coloro che la società mette fuori dalle mura:

  • Il senzatetto ignorato.
  • Il migrante ridotto a numero.
  • Il collega fallito o il vicino depresso.

L'istinto umano è voltare la faccia; la misericordia francescana chiede di voltare la faccia verso. Non è naturale, è una lotta contro la propria ripugnanza. Solo superando quel confine l'amaro diventa dolce.

Misericordia e cultura dello scarto

In una "cultura dello scarto" che elimina chi non è produttivo, la misericordia è sovversiva. È raccogliere ciò che è gettato via perché in ogni scarto c'è il volto di Cristo.

Misericordia verso se stessi

Infine, Francesco ha misericordia verso se stesso. Nel Testamento riconosce il suo passato di peccatore senza vergogna né autocommiserazione. Molti sono misericordiosi con gli altri ma spietati con se stessi. Francesco ci insegna che la nostra fragilità non è una condanna, ma il luogo dove Dio ci raggiunge. Dio non ci cerca quando siamo perfetti, ma "al pozzo", nell'ora sbagliata della nostra vita.

  • 22 Febbraio

    Il lusso della piccolezza: perché scendere è l'unico modo per salire

    Minorità

  • 1 Marzo

    L’arte di guardare fino a vedere

    Contemplazione

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Contemplazione

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Catechesi Quaresima 2026

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1. L’uomo diventato preghiera

Francesco e la fame di Dio

C’è un malinteso radicato nell’immaginario popolare: Francesco come l’uomo d’azione, il predicatore itinerante, l’attivista della carità, il pacifista ante litteram che va dal sultano. Tutto vero, ma tutto incompleto. Le fonti più antiche ci restituiscono un ritratto diverso, più profondo, più segreto: Francesco era, prima di tutto e sopra tutto, un contemplativo. Un uomo divorato dalla fame di Dio.

Tommaso da Celano, il suo primo biografo, ci offre nella Vita seconda una descrizione che ha la forza di un ritratto dipinto dal vivo: «Francesco, uomo di Dio, sentendosi pellegrino nel corpo lontano dal Signore, cercava di raggiungere con lo spirito il cielo e, fatto ormai concittadino degli Angeli, ne era separato unicamente dalla parete della carne. L’anima era tutta assetata del suo Cristo e a Lui si offriva interamente nel corpo e nello spirito» (2Cel 94; FF 681). Leggiamo bene: separato unicamente dalla parete della carne. Francesco viveva come chi abita già altrove. Come chi ha già visto la luce della Trasfigurazione e non riesce più a dimenticarla.

Lo stesso Celano aggiunge che Francesco «trascorreva tutto il suo tempo in santo raccoglimento, per imprimere nel cuore la sapienza» e che «temeva di tornare indietro se non progrediva sempre» (2Cel 94; FF 681). Non un contemplativo occasionale, che ogni tanto si ritira per «ricaricare le batterie». Un contemplativo permanente, per il quale tutto il resto — la predicazione, i viaggi, gli incontri — era un’interruzione della contemplazione, non il contrario. Per Francesco il centro era il silenzio con Dio. Tutto ciò che ne usciva — parole, gesti, miracoli — era irradiazione di quel centro.

Lo spirito di orazione e devozione

Se vogliamo capire quanto la contemplazione fosse centrale per Francesco, basta leggere la Regola bollata, il testo legislativo definitivo dell’Ordine, approvato da Onorio III nel 1223. Al capitolo V, tra le norme sulla vita dei frati, Francesco inserisce una frase che è una vera e propria dichiarazione di priorità: i frati che lavorano devono farlo in modo tale «che non si spenga lo spirito della santa orazione e devozione, al quale tutte le altre cose temporali devono servire» (Rb V,2; FF 90). Rileggiamola: tutte le altre cose temporali devono servire allo spirito di preghiera. Non il contrario. La preghiera non è al servizio dell’azione: è l’azione che è al servizio della preghiera.

In un’epoca in cui gli ordini religiosi si dividevano rigidamente tra contemplativi (monaci chiusi nei monasteri) e attivi (canonici e predicatori impegnati nel mondo), Francesco inventò una terza via: la contemplazione nel cuore dell’azione. Non un monastero, ma nemmeno un’agenzia di servizi. Una fraternità di uomini che pregano camminando, che contemplano servendo, che portano il silenzio degli eremi nelle strade delle città. Il frate minore non è un monaco che ogni tanto esce, né un attivista che ogni tanto si ferma: è un contemplativo in cammino.

La Regola di vita negli eremi (FF 136) acquista qui un significato ulteriore. Francesco non istituisce eremi come luoghi di fuga permanente. Istituisce ritmi: i frati alternano la vita attiva e la vita contemplativa, scambiandosi i ruoli di «madri» e «figli».

2. I luoghi della contemplazione francescana

Gli eremi come altari a cielo aperto

Per comprendere la contemplazione di Francesco non bastano i testi. Bisogna vedere i luoghi. Bisogna salire, fisicamente o con l’immaginazione, verso quegli eremi che Francesco cercò per tutta la vita con la stessa urgenza con cui Gesù cercò il monte della Trasfigurazione.

Le Carceri, sopra Assisi: grotte scavate nella roccia del monte Subasio, tra lecci secolari, dove il silenzio è così denso che sembra materia. Celano ci racconta che Francesco tornava continuamente all’Eremo delle Carceri per vivere nella «beata solitudine della contemplazione» (cfr. 1Cel 71; FF 479). Il nome stesso è eloquente: carceri, dal latino carcer, luogo chiuso, appartato. Ma per Francesco la clausura del silenzio non era una prigione: era una liberazione. Ci si chiudeva al rumore per aprirsi a Dio.

La Verna, in Toscana: un massiccio roccioso sospeso tra cielo e terra, avvolto di nebbie e di foreste. Fu lì che, nel settembre del 1224, Francesco visse l’esperienza contemplativa più alta e più terribile della sua vita. Ritiratosi per un lungo digiuno quaresimale in onore di san Michele Arcangelo, «nel ritiro della devota contemplazione, ormai volgeva tutto se stesso verso la gloria celeste» (cfr. Trattato dei miracoli; FF 1919). E lì apparve il Serafino crocifisso, e lì il suo corpo fu segnato dalle stimmate. La contemplazione aveva raggiunto un punto di intensità tale che il corpo stesso ne fu trasfigurato — non di luce, come Cristo sul Tabor, ma di ferite. La contemplazione francescana non è illuminazione: è conformazione. Non si contempla una bellezza lontana: ci si lascia penetrare da essa, fino a portarne i segni nella carne.

Greccio, nella valle reatina: il luogo del Natale del 1223, dove Francesco inventò il presepe. Un eremo «ricco di povertà», come scrive Celano, dal quale Francesco poteva «dedicarsi più liberamente alla contemplazione delle cose celesti» (2Cel 35; FF 621). Greccio ci ricorda che la contemplazione francescana non è astratta: è incarnata. A Greccio Francesco non contempla un’idea teologica: contempla un bambino nella paglia. La contemplazione francescana parte sempre dal concreto — un volto, un pezzo di pane, un fiore, un corpo piagato — per risalire al mistero.

Fonte Colombo, dove fu scritta la Regola. Poggio Bustone, dove Francesco ricevette la certezza del perdono. Sant’Urbano, dove pregava di notte tra le rocce. Ogni eremo era un Tabor. Ogni salita era una trasfigurazione. Francesco non aveva un solo monte: ne aveva decine. E ogni volta saliva per vedere, e ogni volta scendeva trasformato.

La contemplazione delle creature

Ma la contemplazione di Francesco non si limitava agli eremi e alla preghiera solitaria. Qui sta la sua originalità più dirompente: Francesco contemplava anche nel mondo, anche in mezzo alle creature, anche camminando per strada. Non perché il mondo fosse il suo tempio in senso vago e panteistico, ma perché in ogni creatura vedeva l’impronta del Creatore. Ogni cosa era un’icona. Ogni essere vivente era una parola pronunciata da Dio.

Bonaventura, nella Leggenda Maggiore, scrive che Francesco «considerando che tutte le cose hanno un’origine comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello o sorella» (LM VIII,6; FF 1145). Questa non è poesia romantica: è teologia mistica in atto. Francesco vedeva la parentela ontologica tra tutte le creature perché le guardava con gli occhi della contemplazione. Chi guarda superficialmente vede un lupo, un verme, una pietra. Chi contempla vede in ciascuno di essi un’opera di Dio, un riflesso del suo amore, una lettera dell’alfabeto divino.

Il Cantico delle creature non è un inno alla natura. È il frutto maturo di una vita intera di contemplazione. Quando Francesco lo compose, era cieco, malato, stigmatizzato, sofferente. Non vedeva più il sole con gli occhi del corpo. Ma lo vedeva — più che mai — con gli occhi dello spirito. «Laudato si’, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature, spetialmente messor lo frate Sole» (FF 263). Il Cantico è la prova che la contemplazione non dipende dagli occhi fisici. Chi ha imparato a contemplare vede anche quando è cieco. Perché ha sviluppato un altro organo di percezione: quello che Francesco e le fonti chiamano gli «occhi dello spirito».

3. Gli occhi dello spirito

L’Ammonizione I e il segreto della contemplazione francescana

C’è un’espressione che attraversa gli scritti di Francesco come un filo d’oro: gli occhi dello spirito. Compare nell’Ammonizione I, il testo sulla presenza di Cristo nell’Eucaristia, e rappresenta forse la chiave più profonda per comprendere la contemplazione francescana.

Francesco scrive: «Come ai santi apostoli si mostrò nella vera carne, così anche ora si mostra a noi nel pane consacrato. E come essi con gli occhi del loro corpo vedevano soltanto la carne di lui, ma, contemplandolo con gli occhi dello spirito, credevano che egli era lo stesso Dio, così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, dobbiamo vedere e credere fermamente che questo è il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero» (Am I; FF 144).

Due livelli di visione, dunque. Gli occhi del corpo, che vedono la superficie: carne, pane, vino, un uomo, una creatura. E gli occhi dello spirito, che vedono la profondità: la divinità nel corpo di Cristo, la presenza reale nel pane, l’impronta del Creatore nella creatura. La contemplazione, per Francesco, è esattamente questo: il passaggio dagli occhi del corpo agli occhi dello spirito. Non un’aggiunta di informazione, ma una trasformazione dello sguardo. Non vedere di più, ma vedere diversamente. Non guardare un’altra cosa, ma guardare la stessa cosa con altri occhi.

La contemplazione come discesa nell’umiltà di Dio

Ma l’Ammonizione I contiene un’altra intuizione decisiva, che collega la contemplazione alla kénosi. Francesco contempla un Dio che «ogni giorno si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote» (Am I; FF 144). La contemplazione francescana non è ascesa verso un Dio lontano e splendente: è discesa verso un Dio vicino e nascosto. Non si contempla guardando in alto: si contempla guardando in basso, lì dove Dio si è messo.

Ecco perché Francesco non aveva bisogno di cattedrali per contemplare. Aveva bisogno di un pezzo di pane. Aveva bisogno del volto di un lebbroso. Aveva bisogno di un verme sulla strada. Perché il Dio che contemplava non era il Dio dei filosofi, impassibile e lontano: era il Dio che scende, che si nasconde, che si fa piccolo fino a diventare invisibile. E per trovare un Dio così piccolo serve un’attenzione enorme. Serve lo sguardo affilato di chi sa che la perla più preziosa è nascosta nella conchiglia più umile.

4. La Verna: dove la contemplazione diventa fuoco

La Lode di Dio Altissimo e il vertice della preghiera francescana

Per comprendere dove possa arrivare la contemplazione francescana, bisogna salire alla Verna e ascoltare ciò che Francesco scrisse di suo pugno dopo l’esperienza delle stimmate. La Lode di Dio Altissimo (FF 261) è un testo che Francesco vergò sulla chartula, lo stesso foglietto che porta sul resto la benedizione a frate Leone. È il documento più intimo che possediamo: la calligrafia di Francesco, la pergamena che portò con sé fino alla morte, il grido di un uomo che ha visto qualcosa di così grande da non poterlo contenere in nessuna parola.

«Tu sei santo, Signore, Dio unico, che fai cose meravigliose. Tu sei forte. Tu sei grande. Tu sei altissimo. Tu sei re onnipotente, tu Padre santo, re del cielo e della terra». Il testo prosegue con una cascata di attributi divini — tu sei trino e uno, tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene, tu sei amore e carità, tu sei sapienza, tu sei umiltà, tu sei pazienza, tu sei bellezza, tu sei sicurezza, tu sei quiete — fino alla ripetizione vertiginosa: «Tu sei il nostro custode e difensore. Tu sei fortezza. Tu sei refrigerio. Tu sei la nostra speranza. Tu sei la nostra fede. Tu sei la nostra carità. Tu sei tutta la nostra dolcezza. Tu sei la nostra vita eterna».

Questo testo non è una teologia. Non è nemmeno una preghiera nel senso abituale del termine. È un’eruzione. È il magma incandescente di un’anima che ha guardato troppo a lungo dentro il mistero di Dio e non può più trattenersi. Non c’è richiesta, non c’è domanda, non c’è confessione: c’è solo il «Tu», ripetuto all’infinito, come chi non sa fare altro che indicare ciò che vede, stupefatto.

5. Contemplare oggi: l’urgenza di fermarsi

Il mondo che non sa più guardare

E noi? In quale deserto viviamo? Non nel deserto del silenzio, ma nel deserto opposto: il deserto del rumore. Viviamo sommersi da stimoli, notifiche, immagini, informazioni, richieste. Il nostro tempo è frammentato in mille schegge di attenzione, ciascuna troppo breve per vedere qualcosa in profondità. Guardiamo tutto e non vediamo nulla. Scorriamo migliaia di immagini al giorno e non ne contempliamo nessuna.

La crisi del nostro tempo non è una crisi di contenuti. È una crisi di attenzione. Non ci mancano le cose da vedere: ci manca lo sguardo. Non ci mancano le informazioni su Dio: ci manca l’esperienza di Dio. Sappiamo tutto e non vediamo nulla. La società dell’informazione è diventata, paradossalmente, la società della cecità interiore. Siamo saturi di dati e affamati di senso. Come i discepoli prima della Trasfigurazione: camminiamo accanto a Gesù, lo ascoltiamo, lo seguiamo, ma non vediamo chi è davvero. Perché per vedere bisogna fermarsi. E noi non sappiamo più fermarci.

La contemplazione come resistenza

In questo contesto, la contemplazione francescana non è un lusso per anime pie. È un atto di resistenza. È la scelta consapevole di sottrarsi alla dittatura della velocità per ritrovare la capacità di guardare. Di dire al mondo: no, non scorrerò questa giornata come un feed infinito. Mi fermerò. Guarderò. Aspetterò che le cose mi parlino.

Francesco non aveva smartphone, ma aveva un mondo altrettanto rumoroso: le folle che lo cercavano, i frati che lo consultavano, i vescovi che lo convocavano, i problemi dell’Ordine che si moltiplicavano. E la sua risposta era sempre la stessa: tornare all’eremo. Salire sul monte. Chiudersi nella grotta. Non per fuggire il mondo, ma per ritrovare lo sguardo con cui guardarlo. Chi non si ferma mai finisce per non vedere più nulla. Chi si ferma, anche solo per pochi minuti al giorno, ritrova la capacità di stupirsi — e lo stupore è l’inizio della contemplazione.

La guarigione dello sguardo

La contemplazione guarisce lo sguardo. Non nel senso che fa vedere cose straordinarie, ma nel senso che fa vedere le cose ordinarie per quello che sono: doni. Chi contempla vede il pane e ci vede un miracolo di grano, di sole, di mani che hanno impastato. Chi contempla vede un volto e ci vede una storia, una ferita, una bellezza. Chi contempla vede un albero e ci vede un fratello che affonda le radici nella stessa terra.

La contemplazione è il contrario del consumo. Consumare significa usare e gettare. Contemplare significa guardare e ringraziare. Dove c’è contemplazione, diceva Francesco nell’Ammonizione XXVII, «non è affanno né dissipazione» (FF 177). Dove c’è lo sguardo contemplativo, c’è pace. Non la pace di chi non ha problemi, ma la pace di chi ha trovato il punto fermo da cui guardare anche il caos senza esserne travolto.

Contemplazione e relazioni

La contemplazione non guarisce solo il rapporto con le cose. Guarisce il rapporto con le persone. Chi impara a contemplare impara a guardare l’altro con lo stesso sguardo con cui guarda il tramonto o il pane eucaristico: con reverenza, con stupore, con gratitudine. Le relazioni si ammalano quando smettiamo di contemplare l’altro — quando lo riduciamo a funzione, a ruolo, a prestazione. Quando smettiamo di guardarlo e cominciamo a usarlo.

Francesco contemplava i suoi frati. Li guardava con gli occhi dello spirito. Per questo poteva amarli anche quando lo deludevano, anche quando tradivano il suo ideale, anche quando non lo capivano. Perché in ciascuno di loro vedeva non il carattere difficile o il difetto irritante, ma la fiamma dello Spirito, la chiamata di Dio, l’immagine del Figlio. La contemplazione è il segreto della fraternità francescana: si può essere fratelli solo se ci si guarda con gli occhi dello spirito.

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1. L'intuizione di Francesco

La bellezza dello scendere

Nella società medievale del XII e XIII secolo, la distinzione sociale era codificata con la precisione di un contratto notarile. C’erano i maiores — la nobiltà, l’alto clero, i possidenti, quelli il cui nome contava nei consigli comunali e nelle aule dei tribunali — e c’erano i minores — i contadini, i braccianti, gli artigiani senza bottega propria, i servi, i malati, i lebbrosi. Non era una distinzione fluida. Era un muro. Nascevi da una parte o dall’altra, e lì restavi.

Giovanni (Francesco) di Pietro di Bernardone nacque nel 1181 o 1182 ad Assisi, in una famiglia di maiores. Suo padre era un ricco mercante di stoffe, abbastanza facoltoso da permettersi viaggi in Provenza e da sognare per il figlio una carriera cavalleresca. Il giovane Francesco — bello, generoso, amante delle feste e della poesia cortese — era perfettamente inserito nel mondo dei potenti. Aveva denaro, amici, futuro. Era tutto ciò che la società del suo tempo poteva desiderare.

Poi accadde qualcosa che le fonti raccontano con accenti diversi ma con un identico stupore: Francesco scese. Non cadde, non fu trascinato dalla sfortuna: scese. Volontariamente, consapevolmente, gioiosamente. Scese dalla ricchezza alla povertà, dal palazzo alla strada, dalla tavola imbandita alla ciotola del mendicante, dalla compagnia dei cavalieri alla compagnia dei lebbrosi. E quando i primi compagni si radunarono intorno a lui, scelse per loro un nome che era una dichiarazione di intenti più dirompente di qualsiasi manifesto politico.

La Vita prima di Tommaso da Celano ci riporta il momento: «Mentre si scrivevano nella Regola queste parole ‘Siano minori’, appena l’ebbe udite esclamò: ‘Voglio che questa fraternità sia chiamata Ordine dei Frati Minori’» (1Cel 38; FF 386). Non Frati Sapienti, non Frati Predicatori, non Frati della Riforma. Minori. Fratelli più piccoli. Ultimi per scelta, non per destino.

Non disprezzo di sé: amore di Cristo

È necessario fare chiarezza su un equivoco che ha attraversato i secoli e che ancora oggi rende la minorità sospetta agli occhi di molti. Francesco non scese di essere «minore» perché disprezzava se stesso. Non era un uomo depresso che cercava nel ribasso esistenziale una giustificazione per la propria infelicità. Le fonti ce lo dipingono come un uomo vitale, passionale, innamorato della vita, capace di estasi poetiche davanti a un ruscello o a un verme. Un uomo che cantava. Che predicava agli uccelli e chiamava il fuoco «fratello» quando gli cauterizzavano il viso.

La minorità di Francesco non nasce dal basso: nasce dall’alto. Nasce dalla contemplazione di un Dio che si fa piccolo. Francesco guardò il crocifisso di San Damiano e vide qualcosa che molti cristiani vedono senza comprendere: vide Dio in ginocchio. Vide l’Onnipotente che si svuota. Vide il Signore dell’universo appeso a un legno, tra due ladri. E decise che se Dio poteva scendere così in basso, allora scendere era la cosa più bella che un uomo potesse fare.

Le Ammonizioni — ventotto testi brevissimi e taglienti che sono il vero «manuale» del pensiero di Francesco — lo dicono con una chiarezza che toglie il fiato. L’Ammonizione I, la prima di tutte, non parla di povertà, di obbedienza, di preghiera. Parla dell’Eucaristia. Parla di un Dio che «ogni giorno si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote» (FF 144). Viene ripetuto tre volte «ogni giorno», tre volte «discende». La discesa di Dio non è un evento del passato: è un movimento perpetuo. Dio non ha smesso di farsi piccolo. La minorità è, prima di tutto, un attributo divino.

Francesco non ha inventato un ideale morale. Ha guardato Dio e lo ha imitato. Come un bambino che guarda il padre e ne copia i gesti, Francesco ha visto il Padre farsi piccolo e ha voluto fare lo stesso. La minorità non è un dovere: è un’attrazione. Non è una rinuncia: è un incanto.

Il fascino di chi non ha nulla da difendere

Le Ammonizioni illuminano la minorità da angolazioni diverse, ciascuna più penetrante della precedente.

L’Ammonizione IV affronta il cuore del problema: il rapporto tra autorità e servizio. «Coloro che sono costituiti in autorità sopra gli altri, tanto devono gloriarsi di quell’ufficio prelatizio, quanto se fossero deputati all’ufficio di lavare i piedi ai fratelli» (FF 152). L’immagine è devastante nella sua semplicità: il superiore e il lavapiedi sono la stessa cosa. Chi comanda e chi serve sono — o dovrebbero essere — la medesima persona. E poi la frase-lama: «Quanto più si turbano se viene loro tolta la carica che se fosse loro tolto il servizio di lavare i piedi, tanto più mettono insieme per sé un tesoro fraudolento a pericolo della loro anima». Se soffri di più per la perdita del ruolo che per la perdita del servizio, sei già perduto. Se il potere ti fa più male perderlo che non averlo, allora non sei tu che possiedi il potere: è il potere che possiede te.

L’Ammonizione V, poi, colpisce lì dove fa più male: l’orgoglio spirituale. «Se tu fossi tanto sottile e sapiente da possedere tutta la scienza e da saper interpretare tutte le lingue e acutamente perscrutare le cose celesti, in tutto questo non potesti gloriarti» (FF 154). Francesco non sta parlando a peccatori incalliti. Sta parlando a santi. A teologi. A mistici. Sta dicendo che anche la santità può diventare un piedistallo. Anche il rapporto con Dio può essere trasformato in una forma di possesso. E l’unica gloria legittima è quella della croce: «In questo possiamo gloriarci: nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo». La gloria è nel limite, non nel talento. Nel portare la croce, non nel portare la corona.

L’Ammonizione XII offre un criterio di verifica tanto semplice quanto impietoso: «Se, quando il Signore compie, per mezzo di lui, qualcosa di buono, la sua carne non se ne inorgoglisce, ma piuttosto si ritiene ancora più vile ai propri occhi e si stima più piccolo di tutti gli altri uomini» (FF 161). Ecco il segno dello Spirito: non il successo, non il carisma, non la capacità di convincere. Ma il fatto che, dopo aver fatto del bene, ci si senta più piccoli, non più grandi. Chi fa il bene e se ne sente padrone non ha lo Spirito. Chi fa il bene e ne resta stupito, quasi intimorito, come se avesse assistito a qualcosa di più grande di sé — quello è il vero servo di Dio.

E infine l’Ammonizione XX, che è forse il testo più puro sulla minorità mai scritto: «Beato il servo, che non si ritiene migliore, quando viene lodato ed esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, poiché quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più» (FF 169). Rileggiamola: quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più. In una sola frase, Francesco demolisce l’intero sistema di valutazione su cui si regge il mondo — ieri come oggi. Non vali quanto guadagni, non vali quanto produci, non vali quanto piaci. Vali quanto Dio ti ama. E Dio ti ama immensamente, ma non per i tuoi meriti: per il suo amore. Il tuo valore non è un risultato: è un dono.

Ecco il fascino irresistibile della minorità. Chi non ha nulla da difendere non può essere ferito. Chi non cerca approvazione non può essere umiliato. Chi ha messo il proprio valore nelle mani di Dio, e solo nelle mani di Dio, è l’uomo più libero che cammini sulla terra. Non ha bisogno di vittorie per sentirsi vivo, né di complimenti per sentirsi amato, né di potere per sentirsi sicuro. È libero. È leggero. È invincibile — non perché forte, ma perché non ha più nulla da perdere.

La regola degli eremi: la minorità fatta comunità

C’è un testo francescano che viene citato raramente nei manuali di spiritualità, e che invece andrebbe letto nelle scuole di management: la Regola di vita negli eremi (FF 136). È brevissimo — poche righe — e contiene un’idea che, a distanza di otto secoli, resta più sovversiva di qualsiasi teoria organizzativa.

Francesco prevede che i frati che si ritirano negli eremi si dividano in due gruppi: le «madri» e i «figli». Le madri proteggono il silenzio e la preghiera dei figli, si occupano delle necessità pratiche, fanno da scudo contro le distrazioni del mondo. I figli si dedicano alla contemplazione. Fin qui, nulla di eccezionale. Ma poi arriva il colpo di genio: periodicamente i ruoli si scambiano. Chi era madre diventa figlio. Chi era figlio diventa madre. Nessuno è sempre sopra, nessuno è sempre sotto.

Fermiamoci a misurare la portata di questa idea. Nel XIII secolo, in una società dove i ruoli erano fissi dalla nascita alla morte, dove l’abate comandava e il monaco obbediva, dove il signore regnava e il servo serviva, Francesco introduce la rotazione. Non come eccezione caritativa, ma come regola. Non come concessione del forte al debole, ma come struttura permanente. La minorità non è un gesto eroico di un singolo santo: è un sistema condiviso.

Notiamo anche la scelta delle parole: non «superiore» e «suddito», che era il linguaggio della vita religiosa del tempo. Ma «madre» e «figlio»: parole di famiglia, parole di tenerezza. L’autorità è ridisegnata come cura. Il potere come custodia. E la cosa più importante: la minorità, in questo testo, non è una virtù individuale. Non si pratica da soli, nella propria stanza, davanti al proprio specchio interiore. Ha bisogno dell’altro. Si diventa minori solo insieme. La minorità è sempre fraterna, o non è.


2. Il valore della minorità oggi

Perché conviene?

Perché dovremmo farci piccoli? Perché, in un mondo che premia i primi, dovremmo scegliere di essere ultimi? Perché, in una cultura che misura il valore in follower, fatturato e curriculum, dovremmo rinunciare a salire? La minorità è bella — d’accordo. Ma è anche conveniente?

La risposta è sì. E non per ragioni moralistiche, ma per ragioni profondamente umane. Proviamo a guardare in faccia il mondo in cui viviamo.

Contro la tirannia del successo

Viviamo in una società che ha trasformato il successo in obbligo. Non è più una possibilità: è un dovere. Devi essere performante. Devi essere visibile. Devi avere risultati misurabili. Il tuo valore è il tuo rendimento. Se non produci, non esisti. Se non cresci, stai fallendo. È la società della prestazione, un sistema che non ha più bisogno di un padrone esterno per opprimere le persone, perché ciascuno è diventato lo schiavo di se stesso.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti. L’ansia da prestazione è diventata un’epidemia. La depressione da fallimento colpisce fasce d’età sempre più giovani. Il burnout non è più una patologia professionale: è una condizione esistenziale. Siamo stanchi di essere grandi. Siamo esausti di dover dimostrare ogni giorno il nostro diritto a esistere.

In questo contesto, la minorità francescana non è un anacronismo medievale. È un’ancora di salvezza. È il permesso, finalmente, di smettere di recitare. Di togliersi l’armatura. Di dire: non devo dimostrare nulla. Il mio valore non è nei miei risultati. Il mio nome non è scritto nel libro delle classifiche, ma — come disse Gesù ai discepoli tornati euforici dalle loro missioni — è scritto nei cieli (cfr. Lc 10,20). La minorità è lo spazio di riposo dal dover essere qualcuno.

La convenienza delle relazioni

Ma la minorità non guarisce solo l’individuo. Guarisce le relazioni. Pensiamo a qualsiasi conflitto — in famiglia, al lavoro, in parrocchia, tra nazioni. Alla radice di ogni conflitto c’è la stessa dinamica: qualcuno vuole stare sopra qualcun altro. Qualcuno vuole avere ragione. Qualcuno vuole vincere.

La minorità disinnesca questa dinamica alla radice. Se nessuno vuole stare sopra l’altro, il conflitto perde il suo carburante. Non si tratta di sottomissione — la minorità non è remissività — ma di libertà dal bisogno di prevalere. Francesco non chiedeva ai suoi frati di lasciarsi calpestare. Chiedeva loro di non desiderare di calpestare. La differenza è abissale.

La Regola non bollata lo dice con una formula che andrebbe incisa sulle pareti di ogni tribunale e di ogni sala riunioni: «I ministri siano i servi di tutti i frati» (Rnb V; FF 15). Non i frati siano servi dei ministri: i ministri siano servi dei frati. Il potere esiste per servire chi è sotto, non per proteggere chi è sopra. Se questa logica fosse applicata nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni, nelle chiese, il novanta per cento dei conflitti si dissolverebbe come neve al sole. Non perché tutti sarebbero d’accordo, ma perché nessuno userebbe il disaccordo come arma.


3. La minorità come kénosi e pieno d’amore

Il Dio che si fa piccolo

Per comprendere la minorità fino in fondo, bisogna risalire alla sua sorgente. E la sorgente non è un’idea, non è una strategia, non è un programma pastorale. È un mistero: il mistero di un Dio che scende. La teologia chiama questo movimento kénosi. Paolo lo descrive nella lettera ai Filippesi con parole che sono il cuore pulsante della fede cristiana: «Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo» (Fil 2,6-7).

Svuotò se stesso. Non perse qualcosa per caso, non subì una diminuzione: scelse di svuotarsi. Dio scelse di essere meno. L’Onnipotente scelse l’impotenza. L’Infinito scelse il limite. L’Eterno scelse la mortalità. Non come travestimento temporaneo, non come gioco teatrale: come forma permanente del suo amore.

Francesco vide questa kénosi in atto in tre luoghi che attraversano il tempo come tre ferite aperte nella carne del mondo.

Nell’Incarnazione, Dio si fa bambino. Non un bambino metaforico: un neonato vero, con le mani minuscole e il pianto affamato, deposto nella mangiatoia degli animali. È per questo che Francesco inventò il presepe a Greccio nel Natale del 1223. Non per devozione sentimentale, ma per rendere visibile, tangibile, scandaloso il fatto che Dio aveva scelto di nascere tra il fiato delle bestie. Il presepe di Greccio era una predica senza parole: guardate dove si è messo Dio. Guardate quanto in basso è arrivato. E poi chiedetevi: dove vi siete messi voi?

Nell’Eucaristia, Dio si nasconde nel pane. Francesco ne aveva una venerazione quasi fisica. L’Ammonizione I parla del Signore che «ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote» (FF 144). Il pane non è un simbolo: è il luogo dell’ultimo abbassamento. Dio non si nasconde nelle cattedrali, nei tabernacoli d’oro, negli altari di marmo: si nasconde nel pane. Nella cosa più umile, più quotidiana, più fragile. Basta una goccia d’acqua per dissolvere l’ostia. Il Dio dell’universo si affida a qualcosa che un bambino potrebbe spezzare.

Sulla Croce, Dio muore come un condannato. Non come un eroe, non come un martire glorioso: come un criminale giustiziato tra altri due criminali, su una collina fuori le mura, in un venerdì qualsiasi. Le stimmate della Verna — quelle ferite che comparvero sul corpo di Francesco nel settembre del 1224 — non sono un miracolo devozionale. Sono il sigillo fisico di una conformità totale: il corpo di Francesco che diventa specchio del corpo di Cristo. Il minore che porta sulla carne i segni del Dio fatto minore.

Non un vuoto: uno spazio

Ma ecco il punto che cambia tutto, il punto dove la minorità smette di essere rinuncia e diventa pienezza: la kénosi non è un vuoto. È uno spazio. Quando Dio si svuota, non diventa meno Dio. Diventa lo spazio in cui l’umanità può entrare. L’abbassamento di Cristo è il luogo dell’incontro. Se Dio non si fosse fatto piccolo, non ci sarebbe stato posto per noi.

Lo stesso vale per la minorità umana. Quando Francesco si svuota del suo ego, del suo ruolo, delle sue pretese, non diventa meno Francesco. Diventa lo spazio in cui gli altri possono entrare. Diventa fratello. Diventa madre. Diventa servo. Non perde se stesso: trova gli altri. La minorità non è sottrazione: è ospitalità interiore. È fare spazio. È togliere i mobili dal salotto dell’anima perché qualcun altro possa entrarvi e sedersi.

L’Ammonizione XXVII lo dice con una cadenza poetica che sembra una litania: «Dove è pazienza e umiltà, ivi non è ira né turbamento. Dove è povertà con letizia, ivi non è cupidigia né avarizia. Dove è quiete e meditazione, ivi non è affanno né dissipazione» (FF 177). Dove c’è il meno, non c’è il male. Lo svuotamento fa posto alla grazia. La minorità non toglie: libera. Non diminuisce: fa fiorire.

La kénosi, alla fine, non è una perdita d’amore. È la forma stessa dell’amore. Perché amare significa sempre fare spazio all’altro, e fare spazio all’altro significa sempre rinunciare a occupare tutto il posto. La madre che si alza di notte per il figlio che piange sta vivendo la kénosi. Il marito che rinuncia alle sue ragioni per ascoltare davvero la moglie sta vivendo la kénosi. L’amico che tace perché l’altro ha bisogno di parlare sta vivendo la kénosi. La minorità è il nome francescano dell’amore.

  • 22 Febbraio

    Il lusso della piccolezza: perché scendere è l'unico modo per salire

    Minorità

  • 1 Marzo

    L’arte di guardare fino a vedere

    Contemplazione

  • 8 Marzo

    Il coraggio di toccare ciò che fa paura

    Misericordia

  • 15 Marzo

    Vedere con il cuore

    Luce

  • 22 Marzo

    Oltre la pietra

    Rinascita

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La risposta alla chiamata alla santità

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Catechesi Quaresima 2024

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Michea

Il libro di Michea si presenta come una testimonianza preziosa della profezia biblica, offrendo uno sguardo penetrante sul contesto storico e religioso dell'antico Israele. Composto da sette capitoli, il libro si apre con i primi cinque capitoli attribuiti al profeta principale, Michea, e si conclude con i restanti due capitoli, che trasmettono la predicazione di un altro profeta anonimo, noto come Deutero-Michea.

Nella prima parte del libro, attribuita al proto-Michea, siamo introdotti al contesto storico e politico in cui si svolge la sua missione profetica. Egli vive nel regno di Giuda, durante il regno di Ezechia, e le sue profezie riflettono le tensioni sociali, politiche e spirituali che caratterizzano il periodo. Il suo ministero si svolge nel contesto turbolento segnato dall'espansione dell'impero assiro e dalla minaccia di deportazione e distruzione. Attraverso un linguaggio chiaro e incisivo, Michea mette in luce le contraddizioni e le corruzioni presenti nella società, sottolineando la necessità di un ritorno alla fedeltà a Dio e agli ideali dell'alleanza.

La seconda parte del libro, nota come Deutero-Michea, presenta un altro profeta che ha operato qualche tempo prima nelle regioni settentrionali, durante il declino del regno di Israele. Questo anonimo profeta, vissuto poco prima di Michea, opera tra il 720 e il 730 a.C., testimonia il tracollo imminente del regno settentrionale sotto il peso dell'espansione assira. Attraverso un genere letterario della disputa, tipico dei profeti, il Deutero-Michea convoca il popolo di Israele di fronte al tribunale divino, denunciando le loro infedeltà e le ingiustizie sociali. La sua voce risuona con urgenza e fermezza, avvertendo delle conseguenze disastrose che attendono coloro che si allontanano dai precetti divini.

In entrambe le parti del libro di Michea, emerge un richiamo alla giustizia, alla fedeltà e alla responsabilità di fronte a Dio. Questi profeti non si limitano a predire il futuro, ma cercano di influenzare attivamente il presente, invitando il popolo a un sincero ravvedimento e ad un rinnovato impegno verso la verità e la rettitudine. . Il loro messaggio, ancorato nell'antico Israele, offre spunti di riflessione su questioni morali e spirituali ancora rilevanti oggi.

Michea 6,1-8

1 Ascoltate dunque ciò che dice il Signore:
«Su, illustra la tua causa ai monti
e i colli ascoltino la tua voce!».
2Ascoltate, o monti, il processo del Signore,
o perenni fondamenta della terra,
perché il Signore è in causa con il suo popolo,
accusa Israele.
3«Popolo mio, che cosa ti ho fatto?
In che cosa ti ho stancato? Rispondimi.
4Forse perché ti ho fatto uscire dalla terra d'Egitto,
ti ho riscattato dalla condizione servile
e ho mandato davanti a te
Mosè, Aronne e Maria?
5Popolo mio, ricorda le trame
di Balak, re di Moab,
e quello che gli rispose
Balaam, figlio di Beor.
Ricòrdati di quello che è avvenuto
da Sittìm a Gàlgala,
per riconoscere
le vittorie del Signore».
6«Con che cosa mi presenterò al Signore,
mi prostrerò al Dio altissimo?
Mi presenterò a lui con olocausti,
con vitelli di un anno?
7Gradirà il Signore
migliaia di montoni
e torrenti di olio a miriadi?
Gli offrirò forse il mio primogenito
per la mia colpa,
il frutto delle mie viscere
per il mio peccato?».
8Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono
e ciò che richiede il Signore da te:
praticare la giustizia,
amare la bontà,
camminare umilmente con il tuo Dio.

La disputa

La disputa, un antico schema comunicativo e giuridico che permea le relazioni umane attraverso i secoli, trova un nuovo significato nel contesto della profezia biblica. Nel libro di Michea, questo genere letterario emerge come uno strumento fondamentale per interpretare il rapporto tra Dio e il suo popolo.

Il deutero-Michea, consapevole del precipizio imminente che minaccia il regno settentrionale di Israele, utilizza un linguaggio fortemente condizionato dalla disputa. Questo schema, tipico dei procedimenti giudiziari, si basa su un conflitto bilaterale finalizzato a risolvere le controversie e le situazioni di contestazione. Si delinea un quadro in cui due parti in disaccordo si confrontano pubblicamente, esponendo le loro ragioni di fronte agli spettatori che garantiscono il rispetto delle regole.

Nella prospettiva biblica, la disputa assume una dimensione divina. Il Signore interviene come parte offesa, richiamando il suo popolo a rendere conto delle sue infedeltà e ingiustizie. È un atto di rivendicazione da parte di Dio, che reclama il rispetto dell'alleanza e della storia d'amore instaurata con il suo popolo.

Il deutero-Michea si fa portavoce di questo messaggio accusatorio, convocando il popolo di Israele di fronte al tribunale divino. Attraverso la convocazione e la requisitoria, il profeta sviluppa un discorso di accusa contro le infedeltà del popolo, mettendo in discussione i fondamenti della loro relazione con Dio.

La disputa, dunque, non solo rivela le tensioni e le contraddizioni della società del tempo, ma invita anche a un profondo esame di coscienza e a un ritorno alla fedeltà e alla giustizia.

Il Signore è parte lesa

Il profeta invita a una disputa cosmica, convocando monti e colli affinché ascoltino la sua voce. Il Signore rivendica di essere in lite con il suo popolo, chiedendogli conto del suo comportamento. Lamenta che, nonostante i benefici concessi, il popolo abbia trasgredito l'impegno di amore stabilito. La contestazione del Signore, pur vigorosa, rivela un'affettuosa intenzione di ristabilire l'alleanza spezzata.

Nel nucleo essenziale dell'imputazione, emerge l'accusa: il popolo ha trascurato l'impegno di una relazione amorosa con il Signore, rinnegando i doni straordinari e seguendo vie autonome. Il linguaggio accorato, pur severo, testimonia l'importanza e la fermezza dell'amore divino, nonostante il rifiuto subito. Si osserva che, nonostante il tono vivace e incisivo della contestazione, il linguaggio utilizzato mantiene un'intonazione straordinariamente affettuosa. Quando si legge "popolo mio, che cosa ti ho fatto?", l'espressione "popolo mio" sintetizza tutta l'affettuosa relazione di alleanza che il Signore ha scelto di stabilire con il suo popolo. È come se il Signore dicesse: "Io sono il tuo Dio, tu sei il mio popolo; io sono qui per te, e tu sei qui per me". Questo linguaggio trasmette l'intensità massima della connessione emotiva.

Stupisce un poco che la nostra traduzione della Bibbia scriva al versetto 5:

 5Ricòrdati di quello che è avvenuto
da Sittìm a Gàlgala,
per riconoscere
le vittorie del Signore.

Nel testo ebraico non troviamo la parola vittorie  ma giustizie (צְדָקָה - tsᵉdâqâh). In questo caso, le giustizie del Signore è da intendersi come l’innocenza del Signore. Il Signore si presenta come innocente, in quanto è lui l’offeso. Dio si presenta non in quanto magistrato che deciderà chi ha ragione e chi torto e suddividerà colpe e condanne da una parte e benefici e benedizioni dall’altra: non è così. Dio si presenta in qualità di offeso, Lui è la parte lesa; si presenta in quanto è Lui che ha subito il danno; si presenta in quanto rivendica la sua innocenza nel contesto di una relazione d’amore, di una comunione di vita che è stata tradita. 

Il Signore vuole te, non le tue cose

6«Con che cosa mi presenterò al Signore,
mi prostrerò al Dio altissimo?

Leggiamo ora parole che riflettono il tumulto che agita la coscienza di chi è stato chiamato a questa Disputa. Il profeta riflette sulle possibili giustificazioni offerte dal popolo di fronte al Signore: 

mi prostrerò al Dio altissimo?
Mi presenterò a lui con olocausti,
con vitelli di un anno?
7Gradirà il Signore
migliaia di montoni
e torrenti di olio a miriadi?
Gli offrirò forse il mio primogenito
per la mia colpa,
il frutto delle mie viscere
per il mio peccato?

Addirittura, il primogenito, una pratica di culto presente nella tradizione cananea. Ma il Signore  richiama l'attenzione sulla pratica della giustizia, della pietà e dell'umiltà. Il Signore non desidera sacrifici materiali, ma piuttosto una relazione autentica e impegnata con il suo popolo.

8Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono
e ciò che richiede il Signore da te:
praticare la giustizia,
amare la bontà,
camminare umilmente con il tuo Dio.
  • 18 Febbraio

    Il richiamo alla conversione

    Cercate il Signore mentre si fa trovare (1Cor 13,5).

  • 25 Febbraio

    La ricerca della volontà di Dio I

    Cerca la gioia nel Signore: esaudirà i desideri del tuo cuore (Sal 37, 4).

  • 3 Marzo

    La ricerca della volontà di Dio II

    Mi lascerò trovare da voi (Ger 29,1-23).

  • 10 Marzo

    La risposta alla chiamata alla santità

    Ciò che chiede il Signore (Mi 6,8).

  • 17 Marzo

    Le stimmate di San Francesco e il mistero della croce

    Portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo (2Cor 4,10).

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La ricerca della volontà di Dio (II)

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Catechesi Quaresima 2024

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Il profetismo in Israele affonda le sue radici in un passato remoto. Il profeta è colui che Dio sceglie per trasmettere un messaggio al popolo, ai suoi dignitari e al re. Sebbene la profezia non sia un'istituzione esclusiva d'Israele, il profetismo biblico si distingue per la sua storicità e l'ampiezza dei temi trattati. Il profeta non solo annuncia, ma spiega ai suoi contemporanei il significato della storia del popolo, così come Dio la governa.

Il profeta Geremia, assieme ad Ezechiele e Isaia, è considerato tra i profeti maggiori, e come loro esercita il suo ministero profetico nel periodo più drammatico, ma al tempo stesso più istruttivo, per il popolo di Israele.

Geremia 29,1-14

1 Queste sono le parole della lettera che il profeta Geremia mandò da Gerusalemme al resto degli anziani in esilio, ai sacerdoti, ai profeti e a tutto il popolo che Nabucodònosor aveva deportato da Gerusalemme a Babilonia; 2la mandò dopo che il re Ieconia, la regina madre, i dignitari di corte, i capi di Giuda e di Gerusalemme, gli artigiani e i fabbri erano partiti da Gerusalemme. 3Fu recata per mezzo di Elasà, figlio di Safan, e di Ghemaria, figlio di Chelkia, che Sedecìa, re di Giuda, aveva inviati a Nabucodònosor, re di Babilonia, a Babilonia. Essa diceva:
4«Così dice il Signore degli eserciti, Dio d'Israele, a tutti gli esuli che ho fatto deportare da Gerusalemme a Babilonia: 5Costruite case e abitatele, piantate orti e mangiatene i frutti; 6prendete moglie e mettete al mondo figli e figlie, scegliete mogli per i figli e maritate le figlie, e costoro abbiano figlie e figli. Lì moltiplicatevi e non diminuite. 7Cercate il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare, e pregate per esso il Signore, perché dal benessere suo dipende il vostro.
8Così dice il Signore degli eserciti, Dio d'Israele: Non vi traggano in errore i profeti che sono in mezzo a voi e i vostri indovini; non date retta ai sogni che essi sognano, 9perché falsamente profetizzano nel mio nome: io non li ho inviati. Oracolo del Signore. 10Pertanto così dice il Signore: Quando saranno compiuti a Babilonia settant'anni, vi visiterò e realizzerò la mia buona promessa di ricondurvi in questo luogo. 11Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo - oracolo del Signore -, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza. 12Voi mi invocherete e ricorrerete a me e io vi esaudirò. 13Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore; 14mi lascerò trovare da voi. Oracolo del Signore. Cambierò in meglio la vostra sorte e vi radunerò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho disperso. Oracolo del Signore. Vi ricondurrò nel luogo da dove vi ho fatto deportare.

La situazione storica

Ci troviamo nell’anno 597 a. C., Gerusalemme è stata conquistata dai babilonesi e una parte del popolo di Giuda è deportata in esilio, tra loro ci sono il re Ieconia, la regina madre, funzionari di corte, artigiani e altri (2 Re 24, 8-17).  Le armate di Nabucodonosor, re di Babilonia sembrano invincibili, assorbendo una nazione dopo l’altra. Un secondo gruppo di esuli, ancora più grande, partirà per Babilonia undici anni più tardi, nel 586, dopo una rivolta che si concluderà nel brutale assedio di Gerusalemme e la distruzione del tempio, così come gran parte della città (2 Re 25, 1-21). A Gerusalemme, per volere del re babilonese è stato posto sul trono Sedecia, dopo essere stato sottoposto ad un giuramento di vassallaggio. Tuttavia, Sedecia si lasciò influenzare dalla politica dei piccoli regni occidentali che desideravano liberarsi dal dominio babilonese. Geremia non approvava questa politica e si rivolse al re, agli ambasciatori e ai sacerdoti, esortandoli a non alimentare facili illusioni e a non attizzare la ribellione, poiché ciò avrebbe portato a una violenta reazione da parte di Babilonia.

La lettera agli esiliati

Geremia raccomandò la sottomissione e l'accettazione del giogo del vassallaggio come unica via per la sopravvivenza, poiché nel piano di Dio era l'ora di Nabucodonosor e accettare il servizio al Signore significava anche accettare il vassallaggio verso Babilonia. L'esortazione di Geremia non si rivolgeva solo ai compatrioti, ma coinvolgeva anche i deportati dell'anno 597, affinché non si lasciassero sedurre da facili illusioni ma riconoscessero il dominio di Babilonia come parte del piano divino. Tra i deportati vi erano anche falsi profeti che alimentavano speranze di un ritorno imminente in patria, portando gli esuli a disinteressarsi dei valori della vita quotidiana. Geremia cercò di correggere questa mentalità, invitando gli esuli a integrarsi nella società babilonese e a costruire una vita stabile e prospera, riconoscendo il tempo e il luogo in cui si trovavano come parte del piano divino.

Il capitolo 29 del libro del profeta Geremia, è la lettera che, verosimilmente, fu inviata da una delegazione mandata a Babilonia.

Vivere bene in terra di esilio

Geremia non invita il popolo a chiudersi in un'attitudine di nostalgia e passività. Al contrario, li incoraggia a costruire case, piantare orti, sposarsi e avere figli. È un invito a vivere responsabilmente nella terra straniera, integrandosi nella società e contribuendo al suo benessere.

5Costruite case e abitatele, piantate orti e mangiatene i frutti; 6prendete moglie e mettete al mondo figli e figlie, scegliete mogli per i figli e maritate le figlie, e costoro abbiano figlie e figli. Lì moltiplicatevi e non diminuite. 7Cercate il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare, e pregate per esso il Signore, perché dal benessere suo dipende il vostro.

Possiamo ben immaginare l’espressione stupita degli esuli quando la lettera viene letta loro ad alta voce. Secondo Geremia, non solo Dio ha detto loro che devono accettare di vivere tra i loro nemici, ma dovevano anche cercare la prosperità di Babilonia e pregare per questo! Coloro che mantenevano la speranza di un futuro tra gli esuli pregavano certamente per Gerusalemme, non per Babilonia.

Non fatevi ingannare dai cosiddetti profeti che tra voi promettono un rapido ritorno a Gerusalemme, continua la lettera. Nessuna nazione straniera verrà ora in vostro soccorso. Non nutrite false speranze. Ci vorranno settant’anni prima che un ritorno sia possibile. Piuttosto che una previsione precisa, la cifra è probabilmente da intendersi come simbolica, perché il numero settanta è spesso menzionato nella Bibbia come la durata di una vita piena. Ciò significa che coloro che ritorneranno non saranno gli stessi che sono stati portati in cattività. Il ruolo degli esuli sarà quello di preparare un futuro per gli altri. Eppure, Dio parla al loro cuore e vuole rassicurarli circa le sue intenzioni: 

11Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo - oracolo del Signore -, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di spranza.

Un nuovo incontro con Dio

L'esilio diventa un'occasione per conoscere Dio in modo nuovo. La fede si sposta dal tempio e da Gerusalemme alla presenza di Dio in ogni luogo.

Circa il ritorno a Gerusalemme non sarà, non potrà essere, un semplice ritorno al passato. Gli antichi valori religiosi, ai quali Israele dava molta importanza - come il tempio, Gerusalemme, la dinastia di Davide - non bastano più. Bisogna andare più in là. Il ritorno avverrà solo attraverso un cambiamento importante. Una lettura attenta del brano mostra, ci fa capire, da dove verrà il cambiamento. 

13Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore; 14mi lascerò trovare da voi. Oracolo del Signore. Cambierò in meglio la vostra sorte

 Quello che conta è di offrire al Signore il proprio cuore, completamente. È nella conversione del cuore che si può ritrovare il Signore: non è sufficiente la circoncisione della carne, occorre la circoncisione del cuore (9, 24-25). Dio non è prigioniero di un territorio, di una struttura, di una pratica religiosa. Lo si può trovare dovunque, a condizione però che si scenda nel profondo del proprio cuore. La conversione di cui parla Geremia non è una semplice sottomissione esteriore alle esigenze di Dio. Non è neppure, semplicemente, un'adesione sincera a una dottrina e a delle pratiche puntualmente compiute. È una trasformazione profonda, di tutto il proprio essere: un donarsi al Signore senza riserve.

Il nuovo futuro di speranza sarà quello reso possibile da un cuore nuovo e indiviso (cfr. 24,5-7). Per tutta la vita, Geremia aveva visto da vicino fino a che punto degli inviti a seguire la volontà di Dio fossero inadeguati. 

23Lo so, Signore: l'uomo non è padrone della sua via, chi cammina non è in grado di dirigere i suoi passi. (Ger 10,23)

Dio stesso dovrà cambiare i nostri cuori. Nel capitolo 31, versetti 31-34, Geremia parla di una “nuova alleanza”, un tempo in cui il popolo sarà in grado di compiere la volontà di Dio, perché sarà scritta direttamente sul cuore.

31Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore -, nei quali con la casa d'Israele e con la casa di Giuda concluderò un'alleanza nuova. 32Non sarà come l'alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d'Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. 33Questa sarà l'alleanza che concluderò con la casa d'Israele dopo quei giorni - oracolo del Signore -: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. 34Non dovranno più istruirsi l'un l'altro, dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande - oracolo del Signore -, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato». (Ger 31,31-34)

Geremia sa molto bene che questa conversione del cuore è impossibile all'uomo. E per questo è un miracolo che solo Dio può compiere:

«Guariscimi, Signore, e guarirò, salvami e sarò salvato, poiché tu sei il mio vanto». (Ger 17, 14)

È un miracolo che si può sperare, perché non si tratta, questa volta, di sperare che Dio salvi - sia pure in extremis – il tempio e la nazione, e che tutto continui come prima. È il contrario: è l'uomo che si vuole lasciarsi modellare da Dio e accetta di essere condotto dovunque il Signore voglia.

Coloro che accettano di convertirsi possono guardare al futuro con speranza:

«Darò loro un cuore capace di conoscermi, perché io sono il Signore; essi saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, se ritorneranno a me con tutto il cuore». (Ger 24, 7; cf 33 , 14-16)
«Ecco, io sono il Signore, Dio di ogni essere vivente; c'è forse qualcosa di impossibile per me?» (Ger 32, 27)

Cinque secoli più tardi, i primi cristiani si ricorderanno questa visione quando, pieni di meraviglia, mediteranno sulla vita di Cristo e la nuova strada che apre davanti a loro.

  • 18 Febbraio

    Il richiamo alla conversione

    Cercate il Signore mentre si fa trovare (1Cor 13,5).

  • 25 Febbraio

    La ricerca della volontà di Dio I

    Cerca la gioia nel Signore: esaudirà i desideri del tuo cuore (Sal 37, 4).

  • 3 Marzo

    La ricerca della volontà di Dio II

    Mi lascerò trovare da voi (Ger 29,1-23).

  • 10 Marzo

    La risposta alla chiamata alla santità

    Ciò che chiede il Signore (Mi 6,8).

  • 17 Marzo

    Le stimmate di San Francesco e il mistero della croce

    Portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo (2Cor 4,10).

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La ricerca della volontà di Dio (I)

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Catechesi Quaresima 2024

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Nel precedente incontro abbiamo fatto ri-echeggiare la consapevolezza di un desiderio insito nel cuore di ogni essere umano (San Paolo ci ricorda che la creazione stessa desidera, cfr. Rm 8, 19). Questa nostra “sete” si placa solo in Dio. Ogni volta che cerchiamo di dissetarci ad altre presunte sorgenti, oltre che a costarci molto in termini di energie spese, siamo distratti dalla vera soddisfazione.

Ricordare l’Alleanza

Una volta rivolti a Dio e messo in atto un cammino di conversione, non smettiamo mai il continuo discernimento per mantenerci nel desiderio di Dio, che chiamiamo Alleanza. Nel discernimento, uno “strumento” indispensabile - ma anche un luogo da abitare - è la preghiera. Credo che nella preghiera “ordinaria”, della maggior parte dei credenti, vi siano due domande fondamentali che vengono espresse e rivolte a Dio. La prima richiesta potremmo sintetizzarla così: “Signore, aiutami”. Aiutami a stare bene, aiutami ad affrontare gli ostacoli, aiutami superare questo esame… Ci rivolgiamo a Dio per chiedere sostegno e protezione, perché riconosciamo che lui può aiutarci; in certe situazioni, solo lui può farlo. La seconda tipica domanda è: “Signore cosa mi chiedi? Cosa mi (ci) stai dicendo in questa situazione?” Anche questa è una domanda lecita; ricordo, per esempio, come questa richiesta è messa sulle labbra del giovane Francesco d’Assisi quando, insistentemente, pregava dicendo: “Signore cosa vuoi che io faccia?” La tesi che mi propongo di avanzare, già ora, è che queste domande, seppure lecite, non sono le domande migliori, o comunque, non possono essere le domande definitive. La ricerca della volontà di Dio, titolo di questa catechesi, non è da intendersi come la richiesta di un suo intervento nella nostra vita. Piuttosto dobbiamo domandare come noi dobbiamo collocarci nella realtà che viviamo, aderendo al suo progetto d’amore.

Lo stesso Francesco, che all’inizio della sua conversione pregava chiedendo (lecitamente) che il Signore gli manifestasse la sua volontà, nella fase più matura della sua risposta alla vocazione arriva a una particolare consapevolezza che è espressa nel famoso racconto della vera e perfetta Letizia.

Lo stesso [fra Leonardo] riferì che un giorno il beato Francesco, presso Santa Maria [degli Angeli], chiamò frate Leone e gli disse: "Frate Leone, scrivi". Questi rispose: "Eccomi, sono pronto". "Scrivi - disse - quale è la vera letizia".
"Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell'Ordine, scrivi: non è vera letizia. Cosi pure che sono entrati nell'Ordine tutti i prelati d'Oltr'Alpe, arcivescovi e vescovi, non solo, ma perfino il Re di Francia e il Re d'lnghilterra; scrivi: non è vera letizia. E se ti giunge ancora notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da sanar gli infermi e da fare molti miracoli; ebbene io ti dico: in tutte queste cose non è la vera letizia".
"Ma quale è la vera letizia?".
"Ecco, io torno da Perugia e, a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, alI'estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d'acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: "Chi è?". Io rispondo: "Frate Francesco". E quegli dice: "Vattene, non è ora decente questa, di andare in giro, non entrerai". E poiché io insisto ancora, I'altro risponde: "Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te". E io sempre resto davanti alla porta e dico: "Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte". E quegli risponde: "Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là".
Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell'anima". (Plet: FF 278)

 

Questo testo, dagli studiosi, è comunemente  ormai riconosciuto tra i testi di Francesco (in particolare tra i testi dettati da Francesco ai confratelli). È collocato temporalmente tra il 1221 e il 1223. Dalle fonti biografiche sappiamo che in quel periodo, non mancarono momenti di tensione nella comunità, compresa una lunga ed estenuante tentazione di Francesco di abbandonare il progetto che Dio gli aveva messo in cuore. Anche se, forse, conoscitori di questo racconto, non possiamo non rimanere stupiti dal fatto che la vera e perfetta letizia non si raggiunge neppure con il dare grandi esempi di santità: fare miracoli, conoscere scienze, scritture e segreti delle cose e nemmeno convertire gli infedeli, ma accettare pazientemente – una volta giunti a Santa Maria degli Angeli – di non essere riconosciuti e di essere cacciati via in malo modo. «Perfetta letizia» è accettare la croce del Signore. Si tratta di un tema tipicamente francescano. Riporto altri due testi tratti dagli scritti di Francesco. Il primo tratto dalla quinta Ammonizione, il secondo dal capitolo decimo della Regola bollata.

Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto il Signore Dio, poiché ti ha creato e formato a immagine del suo Figlio diletto secondo il corpo e a similitudine di lui secondo lo spirito.
E tutte le creature, che sono sotto il cielo, ciascuna secondo la propria natura, servono, conoscono e obbediscono al loro Creatore meglio di te. E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi quando ti diletti nei vizi e nei peccati. Di che cosa puoi dunque gloriarti?
 Infatti se tu fossi tanto sottile e sapiente da possedere tutta la scienza e da saper interpretare tutte le lingue e acutamente perscrutare le cose celesti, in tutto questo non potesti gloriarti; poiché un solo demonio seppe delle realtà celesti e ora sa di quelle terrene più di tutti gli uomini insieme, quantunque sia esistito qualcuno che ricevette dal Signore una speciale cognizione della somma sapienza.
Ugualmente, se anche tu fossi il più bello e il più ricco di tutti, e se tu operassi cose mirabili, come scacciare i demoni, tutte queste cose ti sono di ostacolo e non sono di tua pertinenza, ed in esse non ti puoi gloriare per niente; ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo. (Amm V: FF 153-154).
…ma facciano attenzione che ciò che devono desiderare sopra ogni cosa è di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, di pregarlo sempre con cuore puro e di avere umiltà, pazienza nella persecuzione e nella infermità, e di amare quelli che ci perseguitano e ci riprendono e ci calunniano, poiché dice il Signore: "Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano; beati quelli che sopportano persecuzione a causa della giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli. E chi persevererà fino alla fine, questi sarà salvo". (Rb X, 8-12: FF 104).

Ancora riguardo la Letizia francescana, notiamo che nel testo di Francesco non è più usato il termine «perfetta» ma «vera letizia». In questo modo non si pone l’accento sulla qualità della gioia (nel medesimo racconto, inserito nei Fioretti, si usa «perfetta»), bensì all’autenticità: la gioia è «vera», autentica – dice Francesco – se attraverso l’esperienza del dolore, umiliazione, abbandono e rifiuto mi ritrovo confermato nella pazienza e nella non inquietudine; se non provo sentimenti di ostilità e vendetta per chi non mi accoglie pur avendomi riconosciuto perfettamente! E in questa dinamica sentirsi affini all’esperienza di Cristo stesso, povero, non accolto dai suoi:

Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati (Gv 1,11-13).

Seguire Gesù senza riserve

Ho citato prima l’esigenza di portare la propria croce. Mi sono appuntato questa espressione che esce direttamente dalla bocca di Gesù perché credo opportuno cercare di capire, finalmente, il senso di queste parole. 

«Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». (Mc 8,34)

Troppo spesso interpretiamo erroneamente queste parole, intendendo la croce con tutti gli aspetti problematici della nostra vita. Ma non può essere così, per il semplice fatto che se - malauguratamente - dovessimo decidere di non seguire più Gesù, nessuno e in nessun modo ci potrebbe garantire l’esenzione da altrettante difficoltà. E allora. La croce è seguire Gesù. Seguire Gesù è una questione di amore, e l’amore non è questione di opportunità. 

«Il mercoledì della settimana santa meditavo sulla morte del Figlio di Dio che si è fatto uomo e mi sforzavo di scacciar via dalla mente ogni altro pensiero per avere l'anima tutta raccolta nella passione e nella morte del Figlio di Dio. E mentre me ne stavo così, all'improvviso udii una voce che mi disse: "Non ti ho amato per scherzo". Questa parola mi colpì come una ferita di dolore e subito gli occhi della mia anima si aprirono e compresi come erano vere quelle parole e vidi quanto aveva fatto il Figlio di Dio per manifestarmi il suo amore. Dall'altra parte vedevo che in me c'era tutto il contrario, poiché non lo amavo che per scherzo e con poca verità. E questa constatazione mi era diventata una pena mortale, così intollerabile che mi pareva di morire». (Angela da Foligno, Istr. XXIII, 5-22).

Quando il cammino si fa difficile

Eppure, forse non senza una certa sorpresa, ci accorgiamo che anche messi sulla via della conversione le cose non si fanno più facili. Avete presente quei, così detti, momenti difficili? Quando sembra che tutto vada male. Provate ad immaginare, in quei momenti, di osservare altri, che camminano per tutt’altre strade eppure sembra che le cose a costoro vadano (quasi) tutte bene. In situazioni così è facile che ci adiriamo o che nutriamo persino invidia. Quindi guardiamo il Salmo 37 che fu scritto da Davide, probabilmente da vecchio. Davide aveva passato delle prove estremamente difficili; quando era giovane, il re Saul aveva cercato di ucciderlo per vari anni, nonostante che Davide fosse stato sempre fedele a Saul. Anni più tardi, uno dei figli di Davide, Assalonne, insieme con alcuni uomini che prima erano stati fra quelli più vicini a Davide, aveva ordito una congiura contro Davide e questi dovette fuggire da Gerusalemme per salvarsi la vita. Perciò Davide aveva vissuto in prima persona le verità di cui scriveva. Guidato dallo Spirito Santo, Davide è autore del Salmo 37. Leggiamo i primi 9 versetti:

1 Di Davide.
Non irritarti a causa dei malvagi,
non invidiare i malfattori.
2 Come l'erba presto appassiranno;
come il verde del prato avvizziranno.
3 Confida nel Signore e fa' il bene:
abiterai la terra e vi pascolerai con sicurezza.
4 Cerca la gioia nel Signore:
esaudirà i desideri del tuo cuore.
5 Affida al Signore la tua via,
confida in lui ed egli agirà:
6 farà brillare come luce la tua giustizia,
il tuo diritto come il mezzogiorno.
7 Sta' in silenzio davanti al Signore e spera in lui;
non irritarti per chi ha successo,
per l'uomo che trama insidie.
8 Desisti dall'ira e deponi lo sdegno,
non irritarti: non ne verrebbe che male;
9 perché i malvagi saranno eliminati,
ma chi spera nel Signore avrà in eredità la terra.

Si tratta di un salmo didattico, il tono che assume è propriamente scolastico. Abbiamo a che fare con un discepolo che dev’essere accolto, aiutato, nella sua ricerca, nel suo cammino, nel suo discernimento, proprio in un momento in cui manifesta un animo agitato, turbato. C’è un conflitto interiore che lo disturba, è alle prese con l’esperienza della durezza delle cose di questo mondo, l’esperienza della violenza, della prepotenza, che sembrano essere prerogative consacrate dai costumi della nostra società umana a vantaggio di chi ne sa e ne vuole approfittare.

Dare spazio al Signore

 «Non invidiare i malfattori» (cf. v. 1). Evidentemente (capita spesso così), assieme al disagio e al turbamento nei confronti dell’empietà si può insinuare una forma davvero preoccupante di invidia. Faresti del male anche tu, «non irritarti per chi ha successo, per l’uomo che trama insidie / Desisti dall’ira e deponi lo sdegno» (cf. vv. 7b- 8a), perché quella che possiamo intendere come gelosia – un’intransigente risentimento nei confronti dell’empietà con cui bisogna confrontarsi – è segnata da un inquinamento che nascostamente la impregna di quel sentimento di invidia che, in realtà, dimostra ancora una volta come l’empietà sia non un’entità alternativa con la quale combattere, ma sia una presenza emotiva, un’aspirazione segreta, che serpeggia nel nostro animo umano.

«Confida nel Signore» (cf. v. 3a). Questo imperativo «confida» ritorna nel v. 5. La confidenza è uno spazio che man mano deve allargarsi nell’animo umano. Confida perché siamo alla presenza del Signore, perché c’è un’altra iniziativa, c’è una presenza che non si tiene nascosta nella sua trascendenza celeste, ma esattamente cerca dimora nell’animo umano. Nell’animo umano che si consegna, che si arrende.

«Cerca la gioia nel Signore» (cf. v.4a) e vedete che qui, adesso, quella confidenza si confonde con la gioia? Quel vuoto assume una singolare intonazione festosa. I desideri del tuo cuore sono depositati là dov’è l’iniziativa del Signore, dov’è lui che avanza, lui che viene, è lui che dice la sua, è lui che opera secondo suoi criteri. 

«Confida nel Signore e fa’ il bene; abita la terra e pascolerai con sicurezza» (cf. v. 3). «Abita la terra», Si parla della terra, stai al mondo. Stai al mondo, dunque, là dove il nostro vuoto interiore è abitato. Siamo in grado di abitare la terra, di stare al mondo, di prender dimora nelle cose, nel rapporto con tutto quello che avviene. E siamo in grado di vivere. 

«E vi pascolerai con sicurezza». L’attività pastorale a cui accenna il verbo usato qui, comunque ha un significato che supera il senso della custodia di un gregge. È il lavoro, è una vita impegnata nelle cose pratiche, nelle urgenze che implicano il rapporto con l’ambiente, i tempi che si avvicendano, altre creature, animali o creature umane naturalmente. 

«Manifesta al Signore la tua via». Il verbo ebraico גָּלַל (galal) è un verbo che ha a che fare con un movimento vorticoso, un avvolgimento. Renditi conto che la strada della tua vita si svolge alla maniera di un avvolgimento vitale, silenzioso, attorno a lui. Perché è la sua presenza che diventa dominante e determinante, il punto di riferimento decisivo.

  • 18 Febbraio

    Il richiamo alla conversione

    Cercate il Signore mentre si fa trovare (1Cor 13,5).

  • 25 Febbraio

    La ricerca della volontà di Dio I

    Cerca la gioia nel Signore: esaudirà i desideri del tuo cuore (Sal 37, 4).

  • 3 Marzo

    La ricerca della volontà di Dio II

    Mi lascerò trovare da voi (Ger 29,1-23).

  • 10 Marzo

    La risposta alla chiamata alla santità

    Ciò che chiede il Signore (Mi 6,8).

  • 17 Marzo

    Le stimmate di San Francesco e il mistero della croce

    Portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo (2Cor 4,10).

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Il richiamo alla conversione

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Catechesi Quaresima 2024

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Sappiamo bene che la Quaresima è un tempo di preparazione alla Pasqua; questo è corretto. Tuttavia, il carattere penitenziale di questi 40 giorni, a volte, ci fa dimenticare che il termine ultimo di questo cammino è la Risurrezione, e poi ancora il dono dello Spirito Santo che apre i nostri sensi alla realtà della risurrezione. Questo per ricordarci che: Quaresima è cammino di risurrezione, dalle tenebre alla luce. Questo è il cammino di ogni uomo.

Non dobbiamo pensare che le tenebre siano riferite, esclusivamente, a situazioni clamorose di chissà quali peccati. A volte e così. Il più delle volte, le tenebre sono situazioni ancora più insidiose perché apparentemente rischiarate da situazioni che diciamo… cosa vuoi che sia!... ma poi…

Quante volte, a quanti di noi, capita di arrivare a sera (che può essere una certa fase della vita) e sentire arrivare un dubbio sul senso delle cose, forse anche della propria vita.

«Chi può esserti più utile?»

È facile prendere come esempio Francesco di Assisi. Anche se un certo immaginario lo vuole vedere particolarmente scapestrato da giovane (un certo genere agiografico, invece lo vede già predisposto alla santità fin dalla nascita in una stalla), la sua vita prima di diventare frate Francesco non era poi così “cattiva”. Era un giovane benestante (non è un peccato), ambizioso (checché se ne dica non è neppure questo un peccato di per sé). Francesco aveva un sogno, diventare cavaliere. Per conquistare questo titolo doveva partecipare ad una battaglia e tornare vincitore. Francesco “bruciava” dal desiderio e per questo, munito di tutto il corredo necessario, parte in direzione di Perugia per partecipare alla battaglia. Da questa battaglia Francesco ne esce sconfitto e catturato in prigionia. Nel 1202-1203 trascorse un anno in carcere. Alla liberazione il suo fisico è minato, ma non il suo sogno. Anzi: 

(Passati pochi anni dalla prigionia). Un nobile assisano, desideroso di soldi e di gloria, prese le armi per andare a combattere in Puglia. Venuto a sapere la cosa, Francesco è preso a sua volta dalla sete di avventura. Così, per essere creato cavaliere da un certo conte Gentile, prepara un corredo di panni preziosi; poiché, se era meno ricco di quel concittadino, era però più largo di lui nello spendere. (3Soc 2,5: FF1399).

Siamo nel 1205, Francesco decide di unirsi alla spedizione in Puglia, ma a Spoleto è visitato da un sogno:

 […] mentre stava riposando, nel dormiveglia intese qualcuno che lo interrogava dove voleva andare. Francesco gli espose per intero il suo progetto. E quello: "Chi può esserti più utile: il padrone o il servo?". E avendo lui risposto: "il padrone", quello riprese: "Perché, dunque, abbandoni il padrone per il servo, e il principe per il suddito?". Allora Francesco domandò: Signore cosa vuoi che io faccia? E la voce: "Ritorna nella tua città e ti sarà detto che cosa devi fare" (cfr. 3Soc II, 6:  FF 1401).

Troppo spesso, spendiamo le nostre forze per quello che non soddisfa. Ci affatichiamo per quello che non può soddisfare il cuore, e vivendo così, non troviamo pace. Direbbe Francesco: non sperimentiamo la vera Letizia. Non riusciamo a fare esperienza delle benedizioni che il Signore ci dona.

Consideriamo ora un brano in cui Dio stesso parla ai nostri cuori, per farci riflettere sulle nostre vite: Isaia 55,1-3. 

1 O voi tutti assetati, venite all'acqua
voi che non avete denaro, venite,
comprate e mangiate; venite, comprate
senza denaro, senza pagare, vino e latte.
2 Perché spendete denaro per ciò che non è pane,
il vostro guadagno per ciò che non sazia?
Su, ascoltatemi e mangerete cose buone
e gusterete cibi succulenti.
3 Porgete l'orecchio e venite a me,
ascoltate e vivrete.
Io stabilirò per voi un'alleanza eterna,
i favori assicurati a Davide.

Come Dio ci descrive

Dio parla con coloro che egli chiama “assetati”. È un'immagine ricorrente nella Bibbia. Ad esempio, nel Vangelo secondo Giovanni (7,37), Gesù proclama con forza:

37b  «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva.

Questa chiamata divina riconosce la profonda sete che risiede nel cuore di ogni individuo, un desiderio che va oltre i confini dei sogni effimeri. Osserviamo che c’è differenza tra sogno e desiderio. Il desiderio, o il desiderare, significa concentrare tutte le energie in direzione di qualcosa di importante in sé e centrale per la propria vita. Desiderio non è, dunque, il cieco impulso o la voglia matta, non è un semplice essere colpiti ed eccitati da ciò che è piacevole qui e ora, ma un aspirare, con tutte le forze, verso qualcosa che vale in se stesso e che l'individuo scopre e vuole al centro della vita e del proprio futuro.

Sempre nel Vangelo di Giovanni (6,35), Gesù rivela di essere il pane della vita, colui che può soddisfare ogni fame e sete spirituale:

35 Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!

Solo in lui, quindi, può essere trovata la vera soddisfazione. Questo concetto viene enfatizzato nel Salmo 36, dove si esalta l'abbondanza dell'amore e della provvidenza divina, il cui torrente di delizie può dissetare l'anima umana.

8 Quanto è prezioso il tuo amore, o Dio!
Si rifugiano gli uomini all'ombra delle tue ali,
9 si saziano dell'abbondanza della tua casa:
tu li disseti al torrente delle tue delizie.
10 È in te la sorgente della vita

Solo Dio può soddisfarci. Perché è così?

L'essenza di questa verità risiede nel fatto che l'uomo è stato creato a immagine di Dio, destinato a vivere in comunione con il suo Creatore. Pertanto, nessuna realtà terrena può appagare appieno il cuore umano, poiché solo Dio può soddisfare completamente i nostri desideri più profondi.

Questo concetto è evidenziato da un Ammonizione di San Francesco, che mette in luce l'importanza dell'umiltà di fronte a Dio e agli uomini. L'umiltà è vista come una virtù preziosa, in grado di sintonizzare l'uomo con la volontà divina e di evitare la trappola dell'orgoglio che porta alla distruzione spirituale.

Beato il servo, che non si ritiene migliore, quando viene lodato ed esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, poiché quanto l'uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più. Guai a quel religioso, che è posto dagli altri in alto e per sua volontà non vuol discendere. E beato quel servo, che non viene posto in alto di sua volontà e sempre desidera mettersi sotto i piedi degli altri (L’umile servo di Dio, Amm XIX: FF 169).

Sembrerebbe che naturalmente cerchiamo soddisfazione altrove piuttosto che unicamente in Dio. Inseguiamo appagamento nelle cose materiali, nell'approvazione degli altri. Persino quando esprimiamo speranza, essa è rivolta esclusivamente a ciò che è tangibile sulla terra. Vivendo in questo modo, i nostri cuori non troveranno mai vera soddisfazione. Continuando su questa strada, la nostra sete non sarà mai placata. Siamo tutti così, alcuni più frequentemente di altri, alcuni di tanto in tanto. Pertanto, è fondamentale ascoltare attentamente ciò che Dio ci sta comunicando in questo passaggio. Sta parlando a noi.

Il comandamento

Dio si rivolge a chi è assetato, e dà un comandamento che è contemporaneamente anche un invito:

1O voi tutti assetati, venite all'acqua
voi che non avete denaro, venite,
comprate e mangiate; venite, comprate
senza denaro, senza pagare, vino e latte (Is 55,1).

Questo comando rivela molto del cuore di Dio. I suoi comandi non sono gravosi. Qui, Dio emana un comando che in realtà è un invito amorevole. Invita coloro che cercano soddisfazioni nel vuoto, ma che rimangono costantemente insoddisfatti, ad avvicinarsi a Lui per trovare vera soddisfazione. Li invita, anzi, li esorta, a recarsi alle acque abbondanti dove tutto ciò che le nostre anime desiderano è disponibile.

Inoltre, notate che ci ordina di comprare e mangiare senza denaro. Possiamo accostarci a Dio e ricevere, anche se non abbiamo nulla con cui pagarlo. Infatti, non abbiamo nulla da offrire e nulla con cui pagare. Non dobbiamo né potremmo farlo. Qual è la nostra condizione di fronte a Dio? In realtà, non possediamo nulla di valore da presentargli. Dobbiamo, anzi, venire umilmente, riconoscendo i nostri peccati.

Quando il testo di Isaia afferma "comprate senza denaro e senza pagare vino e latte", significa che, recandoci da Lui, saremo appagati veramente. Nella Bibbia, il vino e il latte rappresentano ciò che appaga davvero.

Non sprecare, sceglie il vero

2Perché spendete denaro per ciò che non è pane,
il vostro guadagno per ciò che non sazia?
Su, ascoltatemi e mangerete cose buone
e gusterete cibi succulenti.

Si parla di denaro, ma non solo. Il denaro simboleggia il frutto del nostro lavoro, delle nostre fatiche. Ogni sforzo che compiamo per cercare di soddisfare la nostra sete. Spendiamo ogni volta che dedicano tempo a qualcosa. Spendiamo ogni volta che scegliamo una cosa invece di un'altra. Quando desideriamo qualcosa e cerchiamo di ottenerla in qualsiasi modo, sia essa materiale, esperienziale o l'approvazione degli altri, stiamo spendendo.

Esempi di quello che cerchiamo

Molti cercano di soddisfare il proprio cuore cercando l'approvazione degli altri. In realtà, è estremamente costoso cercare l'approvazione altrui. Ma quanto vale davvero? Certamente, può offrire una soddisfazione momentanea, ma non perdura.

È normale cercare soddisfazione nelle cose materiali, ma queste non riescono mai a saziare appieno. Anche quando lo fanno, è una soddisfazione superficiale e fugace. Non appaga mai completamente il cuore. Perciò, se cerchiamo la soddisfazione nel materiale, ci impediamo di trovare la vera soddisfazione.

Ci sono coloro che cercano soddisfazione nell'essere prepotenti, ma anche questo non riesce a saziare il cuore e, peggio ancora, danneggia i veri rapporti.

Un altro modo in cui cerchiamo di appagare il cuore è cercare di venderci bene. Cercando di apparire quello che non siamo. Vivere così, è estremamente faticoso e ci impedisce di riconoscere la nostra dipendenza dagli altri e da Dio.

Queste sono solo alcuni esempi, ma il punto è che, per natura, spendiamo il nostro tempo, le nostre energie e le nostre risorse in molti modi per cercare di soddisfare il nostro cuore, ma sono solo inganni che ci distraggono dalla vera soddisfazione in Dio.

Il cuore di Dio

Dio non vuole che sprechiamo la nostra vita così.

2bSu, ascoltatemi e mangerete cose buone
e gusterete cibi succulenti.
3Porgete l'orecchio e venite a me,
ascoltate e vivrete.
Io stabilirò per voi un'alleanza eterna,
i favori assicurati a Davide.

Il cuore di Dio è straordinario. Abbiamo peccato gravemente contro Dio, eppure, Egli continua a chiamarci ad ascoltarlo affinché siamo riccamente benedetti. Dio desidera riversare su di noi le sue benedizioni. Dio ama salvare, Dio ama benedire. Gesù Cristo dichiara una cosa simile in Giovanni 10,10.

10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; ma io sono venuto affinché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

Cercate l'Eterno

6Cercate il Signore, mentre si fa trovare,
invocatelo, mentre è vicino.
7L'empio abbandoni la sua via
e l'uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.

Adesso, in questi versetti, Dio ci esorta a cercarlo, che vuol dire cercarlo con tutto il nostro cuore. Più volte Dio ci esorta a cercarlo con tutto il nostro cuore. Ci esorta ad invocarLo, che vuol dire guardare a Dio, anziché a tutto quello in cui prima abbiamo cercato la soddisfazione.

  • 18 Febbraio

    Il richiamo alla conversione

    Cercate il Signore mentre si fa trovare (1Cor 13,5).

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    Mi lascerò trovare da voi (Ger 29,1-23).

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    La risposta alla chiamata alla santità

    Ciò che chiede il Signore (Mi 6,8).

  • 17 Marzo

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