Zoppi ma benedetti: la Parola che libera dai silenzi
fr. Maggiorino Stoppa
Una parola che ci riguarda
C’è un modo di accostarsi alla Parola di Dio che la lascia in un passato lontano, come un racconto edificante ma in fondo estraneo. Eppure, la sua vera natura è un’altra. La Scrittura non è un semplice reperto da studiare, ma una Presenza viva che ci interpella. La Parola di Dio parla alla nostra vita, chiamandoci per nome; si incarna nella nostra vita, abitando le gioie e le ferite; e narra della nostra vita, svelandone il significato più profondo.
Siamo esseri di parola, creati a immagine di un Dio che parla e, parlando, crea comunione. Eppure, l’esperienza del silenzio, del non-detto, è una delle più comuni e a volte dolorose della nostra esistenza. Cosa accade quando le parole ci vengono a mancare? Quando un mutismo, voluto o subito, si impadronisce di noi, delle nostre case, delle nostre comunità? C’è una differenza profonda tra il tacere e l’essere muti. Il tacere può essere un atto sacro, un grembo fecondo in cui la Parola viene accolta prima di essere pronunciata. Il mutismo, invece, è una mutilazione, una prigione dell’anima. Come può, allora, la Parola di Dio farsi strada in questi deserti del cuore?
Il demone muto e il muro del giudizio
Il Vangelo di Matteo (Mt 9,32-38) ci presenta una scena potente: a Gesù viene portato “un muto indemoniato”. Quest’uomo non è solo un personaggio di duemila anni fa; è l'icona di tutte le nostre chiusure interiori. Può rappresentare ognuno di noi quando un dolore indicibile ci toglie il fiato e le parole, o quando la paura di non essere capiti, o peggio, di essere giudicati, ci sigilla le labbra.
Esistono tanti tipi di mutismo. C’è il silenzio di chi soffre così tanto da non avere più parole per descrivere il proprio abisso. C’è il silenzio di chi teme di affidare il proprio cuore a orecchie che potrebbero banalizzare o ferire. E c’è anche il silenzio usato come arma, come sottile ritorsione nelle nostre relazioni, un modo per punire l’altro facendogli sentire il peso della nostra assenza. Ma qualunque sia la sua origine, il mutismo è una ferita alla nostra stessa dignità, perché ci impedisce la relazione, ci isola, ci nega l'immagine di un Dio che è dialogo.
Gesù scaccia il demonio e quell’uomo ricomincia a parlare. La sua guarigione non è solo un miracolo fisico, ma la restituzione della capacità di essere in comunione. Ma è la reazione che segue a svelarci la radice più profonda di questo male. Mentre la folla è piena di stupore, i farisei mormorano con malizia: “Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni”.
In questa frase c’è tutto il veleno che alimenta i nostri silenzi. Lo sguardo dei farisei è quello di chi vede sempre e solo il male, di chi cerca un motivo subdolo anche nell’opera più bella. Le loro congetture, le loro illazioni, il loro cinismo sono il vero "demone" che tiene le persone prigioniere. Sono le parole che uccidono la fiducia e costruiscono muri invalicabili. Il vero "demone muto" non è un’entità astratta, ma l'effetto paralizzante di un ambiente dove regna il sospetto, dove aprirsi significa esporsi a un giudizio impietoso. La reazione dei farisei è l’incarnazione perfetta di quella paura che ci fa scegliere il silenzio. La liberazione operata da Gesù, quindi, non è solo per quell’uomo, ma è un atto di accusa contro una religiosità che silenzia invece di liberare.
Operai della fiducia per una messe di lacrime
Subito dopo questo episodio, lo sguardo di Gesù si allarga sulla folla. L’evangelista annota che, “vedendole, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore”. È da questa compassione che nasce la sua esortazione: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!”.
Spesso abbiamo letto questo invito solo in chiave vocazionale, come una preghiera per avere più sacerdoti e religiosi. Ma il contesto ci suggerisce un significato più ampio e urgente. Qual è questa "messe abbondante"? È l'immenso campo della sofferenza umana, un raccolto di dolori inespressi, di silenzi da sciogliere, di lacrime che attendono di essere viste e accolte. La messe è il bisogno disperato di fiducia che abita nel cuore di quelle folle "stanche e sfinite".
Di quali "operai" abbiamo bisogno, allora? Più che mai, abbiamo bisogno di "operai della fiducia". Uomini e donne, laici e consacrati, che sappiano contrapporsi alla logica dei farisei. Custodi della fragilità altrui. Persone capaci di offrire uno sguardo di compassione anziché di giudizio; capaci di creare spazi di silenzio accogliente, dove un’anima si senta finalmente al sicuro per poter parlare; capaci di ascoltare il peso del dolore altrui senza fuggire e senza avere risposte pronte. Pregare per gli operai non è una delega, ma un impegno a diventare noi stessi quella risposta. È una preghiera per una Chiesa che sappia "perdere tempo" nell'ascolto, che è il primo e più grande atto di carità, l'unico antidoto al veleno della calunnia e del sospetto che ferisce la comunità.
La notte dello Iabbok: quando l'agire nasconde il sentire
Se il mutismo del Vangelo è una forma di paralisi, il libro della Genesi ci presenta l’altra faccia della stessa fuga (Gen 32,23-33): l’iperattività. Giacobbe sta per affrontare l’incontro più temuto della sua vita, quello con il fratello Esaù, a cui con l'inganno aveva rubato la primogenitura e la benedizione. La sua paura è così grande che mette in atto una strategia frenetica: manda avanti le mogli, i figli, i servi, le greggi, tutti i suoi averi.
Questo suo affannarsi non è solo una tattica prudente. È una forma di difesa psicologica e spirituale. È il tentativo di controllare una situazione che lo sovrasta, di placare un’angoscia interiore con un’incessante attività esteriore. Questa iperattività è un modo per riempire il vuoto, per evitare di restare solo con i propri pensieri e le proprie paure. Come l'uomo muto del Vangelo si nasconde nel non-dire, così Giacobbe si nasconde nel troppo-fare. Sono due modi diversi per evitare l’incontro con la verità nuda del proprio cuore.
Ma il piano di Giacobbe viene scompaginato. Il testo biblico sottolinea un momento decisivo: “Giacobbe rimase solo”. Solo quando tutte le sue difese, i suoi "beni", le sue strategie sono state allontanate, può avvenire l'incontro che conta davvero. La solitudine non è più un vuoto da temere, ma diventa lo spazio sacro e necessario per la lotta, per l’incontro con Dio e con il proprio vero sé. È in quella notte, spogliato di tutto, che un “uomo” misterioso lo assale e lotta con lui fino all’aurora. A volte la grazia di Dio ci sblocca con la dolcezza della compassione; altre volte, per fermare la nostra fuga, deve "assalirci" nella notte.
La benedizione nella ferita
Quella lotta al guado dello Iabbok è una delle pagine più misteriose e profonde della Scrittura. Con chi lotta Giacobbe? Con "un uomo", dice il testo, ma alla fine Giacobbe stesso chiamerà quel luogo Penuèl, “perché – disse – ho visto Dio faccia a faccia”. In quella lotta, Giacobbe combatte con Dio, ma anche con i fantasmi del suo passato – l'ingannatore che è stato – e con la paura del suo futuro. Lotta, in fondo, con se stesso.
L’esito di questo scontro è paradossale. Giacobbe resiste, non viene sconfitto, ma l'avversario, con un solo tocco, lo colpisce all’articolazione del femore e lo lascia zoppo per sempre. Questa ferita non è il segno di una sconfitta, ma il sigillo di un incontro autentico. Il suo passato non viene cancellato, ma integrato in una storia di salvezza. Qui si nasconde un messaggio di speranza radicale. Dio non ci chiede di essere perfetti o invulnerabili. Ci incontra nelle nostre lotte e ci benedice proprio attraverso le nostre ferite. E la benedizione arriva sotto forma di un nome nuovo: “Non ti chiamerai più Giacobbe (l’ingannatore, colui che soppianta), ma Israele (colui che è forte con Dio, che lotta con Dio)”.
L'invito ad essere campo e guado
Le storie del muto liberato e di Giacobbe lo zoppo benedetto, così diverse in apparenza, ci parlano della stessa verità. Sia la paralisi del silenzio che la fuga nell'iperattività sono tentativi di sottrarsi all'incontro con la nostra vulnerabilità. In entrambi i casi, la liberazione arriva da un'iniziativa di Dio che rompe i nostri schemi: la compassione di Gesù e l'assalto notturno allo Iabbok.
La salvezza passa attraverso l'accettazione della nostra fragilità: il coraggio di lasciarsi portare davanti a Gesù, anche se non abbiamo parole, e il coraggio di restare soli nella notte, anche se la paura ci assale.
Queste pagine della Scrittura, allora, si trasformano in un invito per ciascuno di noi. Un doppio invito. Il primo è per noi stessi: avere il coraggio di attraversare il nostro personale "guado dello Iabbok", di affrontare le nostre paure, i nostri silenzi e le nostre fughe. Avere la fiducia che, anche se ne usciremo "zoppi", segnati dalla lotta, ne usciremo benedetti, con un nome nuovo e una dignità rinnovata.
Il secondo invito è per gli altri. Siamo chiamati a diventare noi stessi "operai della fiducia". A diventare un "campo" accogliente dove la messe della sofferenza altrui possa essere raccolta senza giudizio. A diventare un "guado" sicuro per chi ha paura di attraversare il proprio fiume di dolore. Siamo chiamati a costruire comunità dove sia permesso essere zoppi, dove le ferite non debbano essere nascoste per vergogna, dove il silenzio possa finalmente essere rotto e la parola possa tornare a essere ciò per cui è stata creata: un ponte di vita e di comunione.
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