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Voi siete

fr. Maggiorino Stoppa

Is 58,7-10; Sal 111(112); 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

C’è una parola nel Vangelo di questa domenica che, se la si ascolta davvero, cambia tutto. È un semplice tempo verbale. Un indicativo presente.

«Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13-16).

Gesù non dice “dovete essere”. Non dice “sarete un giorno, quando sarete abbastanza bravi, abbastanza puri, abbastanza pronti”. Dice: siete. Adesso. Così come siete, con le vostre mani stanche e i vostri dubbi. Con le vostre giornate ordinarie fatte di gesti ripetuti. Siete sale. Siete luce.

Questo cambia la prospettiva in modo radicale. Perché non si tratta di un traguardo da raggiungere, ma di un’identità da riconoscere. Come se Gesù ci dicesse: guarda, questa è la tua natura più profonda. Sei stato fatto per dare sapore. Sei stato fatto per illuminare. Quando non lo fai, non stai semplicemente mancando un obiettivo — stai tradendo chi sei.

La luce che sorge dall’amore concreto

Eppure, ci domandiamo: come fare ad essere luce? Come si accende questo interruttore nelle nostre giornate spesso grigie? Il profeta Isaia ci offre una chiave di lettura spiazzante. Non parla di preghiere o di sacrifici, ma di mani e di cibo. «Dividi il pane con l’affamato, introduci in casa i miseri, senza tetto, se vedi uno nudo, vestilo... Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto» (Is 58,7-8).

Dunque, la luce non è l’esito di uno sforzo spirituale astratto, ma la conseguenza di un gesto umano. La luce si accende quando ti pieghi sulla fame dell’altro. Quando apri la porta della tua casa, o del tuo tempo, a chi non ha nulla da darti in cambio.

C’è una parola ebraica bellissima usata nel testo di Isaia: arukah. Viene tradotta con “guarigione” o “rimarginazione della ferita”. Indica la pelle nuova che si forma sopra una piaga. Isaia ci sta dicendo che quando ci prendiamo cura dell’altro, sta succedendo qualcosa anche a noi. Mentre nutriamo l’affamato, stiamo guarendo la nostra stessa ferita. Quale ferita? Quella della chiusura, dell’egoismo che ci rende bui, della paura che ci fa sentire soli.

Riflessi di un amore più grande

C’è infine un dettaglio che merita attenzione. Gesù dice: «Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16).

La luce risplende, sì. Le opere si vedono, sì. Ma lo scopo non è mai la nostra gloria. È la gloria del Padre. È come se, attraverso i nostri gesti di amore concreto, le persone riuscissero a intravedere qualcosa di Dio.