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Un dono accessibile a tutti

fr. Maggiorino Stoppa

L’umanità così com’è

Il vangelo delle Beatitudini (Mt 5,1-12) che la liturgia offre nella Solennità di tutti i Santi ci offre, si apre con una scena di una densità straordinaria. Gesù, "vedendo le folle, salì sul monte". È un gesto che definisce l'intero discorso. Egli vede le folle: non una selezione di discepoli d'élite, non un gruppo di asceti già perfetti, ma la folla. Vede l'umanità così com'è: un intreccio di speranze e fatiche, di persone che cercano, che soffrono, che sono oppresse, che forse si sentono anonime, perse in una massa indistinta. Il primo atto di Gesù non è stabilire un requisito, ma posare uno sguardo d'amore sulla nostra realtà. Le parole che sta per pronunciare, le Beatitudini, nascono da questo sguardo. Non sono una lista di condizioni per essere amati, ma la descrizione di come si manifesta l'amore di Dio proprio là dove noi ci sentiamo più fragili e indegni.

Oltre la vetrina dei santi

Questa premessa è fondamentale per comprendere il vero significato della festa che celebriamo. Esiste, infatti, un malinteso molto diffuso. Per molti, la Solennità di tutti i Santi è diventata una sorta di "giorno da esposizione". È l'occasione in cui le nostre parrocchie e comunità espongono con orgoglio le reliquie che possiedono, o in cui prepariamo processioni e veglie adornate da immagini, a volte persino da sagome di cartone, dei santi più popolari del nostro tempo. L'intento è certamente lodevole: offrire modelli concreti. Ma l'effetto, spesso non voluto, può essere controproducente. Presentare la santità quasi esclusivamente attraverso questi "giganti" dello spirito rischia di rafforzare in noi l'idea che la santità sia un'eccezione eroica, un "superpotere" spirituale riservato a pochi eletti. Questo genera ammiratori della santità, ma non necessariamente discepoli in cammino. L'ammirazione, infatti, può creare distanza: "Loro sono grandi, ma io non sono così. Questa via non è per me". La Solennità di tutti i Santi, però, non è la celebrazione dell'eccezione, ma della regola della grazia. Non è primariamente la festa dei santi canonizzati, né un semplice "recupero" di quelli che rischiamo di dimenticare durante l'anno. È qualcosa di molto più profondo e coinvolgente: è la festa di tutti noi. È la celebrazione della nostra comune vocazione, quella che il Concilio Vaticano II ha definito la "vocazione universale alla santità". Non celebriamo solo i "campioni" che sono saliti sul podio, ma l'intero popolo di Dio che è in cammino.

Non virtù da conquistare, ma condizioni da abitare

Se la santità è per tutti, qual è la via? La risposta è il Vangelo delle Beatitudini. E qui dobbiamo fare molta attenzione. La nostra mentalità, incline all'efficienza e alla prestazione, ci porta a leggere le Beatitudini come un elenco di virtù da conquistare , come una serie di prove di abilità spirituale per entrare nel Regno. Ma se le leggiamo così, ricadiamo nello stesso errore: la santità diventa uno sforzo eroico per pochi. Gesù non dice: "Beati coloro che riescono a essere poveri" o "Beati coloro che si sforzano di essere miti". Egli dice: "Beati i poveri in spirito... Beati quelli che sono nel pianto... Beati i miti...". Egli non descrive un traguardo, ma una condizione . Guardiamo onestamente a questo elenco. Povertà di spirito, pianto, mitezza, fame e sete di giustizia, persecuzione. Queste non sono, primariamente, virtù eroiche. Sono, in larga parte, situazioni umane universali che tutti noi, in un modo o nell'altro, abbiamo vissuto, viviamo o potremo vivere.

  • Beati i poveri in spirito: Non sono solo coloro che scelgono il distacco materiale, ma tutti coloro che sperimentano la propria radicale insufficienza. È beato chi non ha più nulla da vantare, chi non si sente arrivato, chi "molla la presa" sulla propria presunta ricchezza e riconosce di avere un bisogno assoluto di Dio. È lo spazio della nostra fragilità che si apre alla grazia.
  • Beati quelli che sono nel pianto (afflitti): La beatitudine non è nel dolore in sé, ma nella capacità di non fuggire dal dolore, di non anestetizzare il cuore. Sono beati coloro che sanno piangere, che si lasciano ferire e affliggere dalla realtà, dall'ingiustizia, dalla sofferenza propria e altrui. È la beatitudine di un cuore vivo, che rifiuta l'indifferenza.
  • Beati i miti: La mitezza non è la rassegnazione passiva di chi subisce. È la forza sorprendente di chi rinuncia alla violenza, all'arroganza, al desiderio di prevaricare. È la scelta, apparentemente perdente, di non rispondere al male con il male, fidandosi di una giustizia più grande.
  • Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia: È la beatitudine di chi non si accontenta dello stato presente del mondo. È il fuoco di chi desidera intensamente un mondo secondo il cuore di Dio, e soffre per ogni giustizia negata.
  • Beati i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati: Sono tutte condizioni che descrivono un cuore messo a nudo. Un cuore che cerca la trasparenza, che patisce per costruire la pace, che paga di persona per la sua coerenza alla giustizia.

La beatitudine, quindi, non è il premio che riceviamo dopo essere usciti dalla povertà o dal pianto. La beatitudine è la presenza di Dio che ci incontra proprio lì , in quella crepa, in quella ferita della nostra umanità. Il "materiale" di base per la santità non è la nostra perfezione morale o la nostra forza di volontà, ma la nostra stessa fragilità, nel momento in cui cessa di essere un muro e diventa una porta aperta all'intervento di Dio. La santità non è l'assenza di ferite, ma la luce della grazia che entra attraverso di esse.

Lasciarsi rendere santi

La Solennità di tutti i Santi è, allora, veramente la nostra festa. È la festa che ci restituisce il nostro nome e il nostro destino. Ci libera dalla paralisi dell'ammirazione per i "supereroi" e ci invita alla gioia del cammino. Oggi celebriamo il "volto più bello della Chiesa", che non è un volto impeccabile, ma un volto trasfigurato dalla grazia. È il volto dei "santi della porta accanto", che forse non finiranno mai sui calendari, ma che sono scritti a lettere d'oro nel cuore di Dio. Sono la prova vivente che le Beatitudini non sono un ideale irraggiungibile, ma il sentiero quotidiano su cui la "presenza" di Dio ci viene incontro. La santità non è un peso da portare, ma una grazia da accogliere. Non ci è chiesto di fare cose straordinarie, ma di fare le cose ordinarie della nostra vita con un amore straordinario, un amore che è possibile solo grazie a un affidamento straordinario.

La vera domanda, oggi, non è: "Sono capace di essere santo?". La vera domanda è: "Sono disposto a lasciare che Dio mi renda santo?". Quale "beatitudine" — quale mia povertà, quale mio pianto, quale mia fame di giustizia, quale mia ferita — il Signore mi invita oggi a non temere, ma ad affidare a Lui, perché diventi il luogo in cui la Sua santità illumina il mondo?