Tutto è un soffio, tranne l'amore
fr. Maggiorino Stoppa
L'illusione del possesso
"Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità" (Lc 12,13). Questa richiesta, rivolta da uomo anonimo a Gesù, svela un'ansia universale: quella di assicurarsi la propria parte, di definire i confini del proprio avere, di garantirsi un futuro. È la voce di un cuore preoccupato dei conti di questo mondo. La risposta di Gesù è spiazzante, si rifiuta di agire come "giudice o mediatore", scegliendo di elevare la discussione da una disputa legale a una diagnosi spirituale profonda.
Gesù sposta immediatamente l'attenzione dalla paura della scarsità all'ansia dell'abbondanza, raccontando la parabola di un uomo ricco. Anche quest'uomo si pone la stessa, fondamentale domanda, ma da una prospettiva opposta: "Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti?" (v. 17). Che si tema di non avere abbastanza o che ci si affanni per gestire il troppo, la radice del problema è la medesima. Non è la quantità dei beni a definire la malattia spirituale, ma l'atteggiamento del cuore. È qui che Gesù pronuncia il suo avvertimento, che è il cuore di tutta la riflessione: "Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede" (v. 15). Queste parole sfidano le fondamenta su cui spesso costruiamo la nostra esistenza. La cupidigia, questa brama insaziabile, non è solo il desiderio di avere di più, è una visione distorta del mondo che ci porta a credere che la nostra vita, il nostro valore, il nostro stesso essere dipendano da ciò che riusciamo a possedere e a controllare. Sia l'uomo che reclama l'eredità sia il ricco che progetta magazzini più grandi sono prigionieri della stessa illusione: credere che la vita si misuri in beni da accumulare.
Inseguire il vento
Per comprendere la profondità dell'avvertimento di Gesù, ci viene in aiuto la voce di un antico maestro di Israele, Qoèlet. Il suo nome non indica una persona, ma una funzione: è colui che raduna l'assemblea, il predicatore sapiente. Le sue parole, a una prima lettura, possono apparire dure, quasi ciniche. Eppure, il suo non è lo sguardo di un disilluso, ma di un realista radicale, un maestro che vuole liberarci dalle false speranze per condurci a una gioia più autentica. Il suo celebre ritornello, "Vanità delle vanità... tutto è vanità" (Qo 1,2) , va compreso nel suo significato originale. La parola ebraica hebel non indica tanto ciò che intendiamo noi per vanità, un vuoto morale, quanto un "soffio", un "alito di vapore". È l'immagine del respiro in una giornata fredda: visibile per un istante, ma impossibile da afferrare. Qoèlet non sta dicendo che la vita è priva di valore, ma che la sua essenza è fragile, effimera, e non può essere posseduta. Qoélet descrive la frustrazione di chi "ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo" solo per dover "lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato" (v. 21). Questa fatica, che non lascia riposo "neppure di notte" (v. 23), si rivela un inseguire il vento. È qui che si svela il fine della sua provocazione. La demolizione sistematica delle nostre certezze – la ricchezza, il successo, la stessa sapienza – non è un invito al nichilismo, ma una sorta di terapia spirituale. Questo doloroso riconoscimento che "tutto è un soffio" è ciò che può liberare il cuore dall'illusione del controllo. Solo quando smettiamo di cercare la sicurezza nelle cose che passano, possiamo aprirci a un'altra fonte di significato: il dono del momento presente. Non è una filosofia della disperazione, ma un cammino per imparare a ricevere la vita come un dono, istante per istante.
La stoltezza che isola
Torniamo al Vangelo. Quando Dio si rivolge all'uomo ricco chiamandolo "Stolto" (Lc 12,20), non sta criticando la sua intelligenza o le sue capacità imprenditoriali. Nella Bibbia lo stolto per eccellenza è colui che organizza la propria vita come se Dio non esistesse, colui che di fatto pensa: "Dio non c'è". La sua è una stoltezza teologica, non intellettuale. Ha costruito l'intero edificio della sua esistenza su un fondamento fragile: se stesso. La prova più evidente della sua follia è il suo monologo interiore. È un soliloquio che svela una solitudine abissale, nel suo ragionamento non c'è spazio per nessun altro: "i miei raccolti, i miei magazzini, i miei beni, anima mia". L'uomo ricco è solo. Non un pensiero per i braccianti che hanno faticato nei campi, non uno sguardo per i poveri che potrebbero sfamarsi con il suo surplus, non un moto di gratitudine verso Dio che ha concesso un raccolto così abbondante. La sua ricchezza è diventata un muro che lo isola, non un ponte che lo connette agli altri. Il suo progetto di vita – "ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti" (v. 19) – è un programma di consumo solitario. Questa esistenza ripiegata su di sé è l'antitesi della comunione. La cupidigia, come ogni forma di idolatria, isola. Genera invidia, gelosia e indifferenza, sentimenti che spengono l'amore e corrodono i legami. L'errore fatale del ricco non è l'avere, ma l'aver creduto nella propria autosufficienza. Questa illusione lo rende, paradossalmente, l'uomo più povero di tutti, perché è tragicamente solo. La domanda finale di Dio, "E quello che hai preparato, di chi sarà?" (v. 20), è devastante. Rivela non solo che i suoi beni non gli apparterranno più, ma che non c'è nessuno con cui li abbia condivisi, nessuno che possa raccogliere la sua eredità come un frutto d'amore. La sua solitudine è la sua condanna.
Cercare le cose di lassù
Se Qoèlet smaschera l'inconsistenza delle sicurezze terrene e il Vangelo di Luca ne mostra il tragico esito nell'isolamento, la Lettera ai Colossesi offre l'architettura teologica per una vita nuova. L'esortazione di San Paolo fornisce la chiave di volta: "Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù... rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra" (Col 3,1-2). Questo non è un invito a fuggire dal mondo, ma a viverci con un nuovo centro di gravità. La nostra vera identità, la nostra "vita", è ormai "nascosta con Cristo in Dio" (v. 3). Questa non è una promessa futura, ma una realtà presente, inaugurata nel Battesimo. Con il Battesimo siamo morti all'uomo vecchio, che fonda la sua esistenza sul possesso, e siamo risorti a una vita nuova. Per questo, Paolo ci invita a "far morire" ciò che appartiene alla logica della terra, e tra queste cose nomina esplicitamente "quella cupidigia che è idolatria" (v. 5). Ecco il legame diretto con la parabola: l'attaccamento ai beni è idolatria perché mette le cose, o il proprio io, al posto di Dio.
Il cammino cristiano, quindi, non è uno sforzo per diventare qualcosa che non siamo, ma una quotidiana scelta di vivere in conformità con ciò che già siamo diventati per grazia. Si tratta di scegliere ogni giorno quale logica seguire, quale tesoro accumulare.
Il tesoro che la morte non può rubare
Arriviamo così al cuore del messaggio cristiano. Se tutto ciò che è "sotto il sole" è un hebel, un soffio che svanisce, la fede ci annuncia che esiste un tesoro che non passa: l'amore. L'amore è la risposta definitiva sia alla vanità descritta da Qoèlet sia alla stoltezza del ricco. Se la cupidigia isola, l'amore per sua natura ci fa uscire da noi stessi, ci mette in relazione, ci apre all'altro. L'amore è l'unico investimento sensato per una creatura destinata all'eternità.
Qui si svela una verità consolante e meravigliosa: la vita eterna non è semplicemente un premio che riceveremo dopo la morte, ma una qualità di vita a cui iniziamo a partecipare fin da ora, ogni volta che scegliamo di amare e condividere. Ogni gesto di condivisione disinteressata, ogni atto di perdono, ogni parola di conforto è già un'esperienza di eternità, un assaggio del Cielo. Perché il Cielo non è un luogo, ma la pienezza della comunione d'amore con Dio e con i fratelli. Amare è iniziare a vivere la vita stessa di Dio, il cui "codice di vita" è l'amore. Chi pensa solo a sé e al proprio benessere, lentamente si spegne. Chi ama e condivide, invece, sta già transitando dalla morte alla vita.
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