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Sottratto agli occhi, presente al cuore

fr. Maggiorino Stoppa

Le letture della solennità dell'Ascensione del Signore (Lc 24,46-53; At 1,1-11; Eb 9,24-28; 10,19-23) ci offrono spunti profondi per meditare su un mistero centrale della nostra fede, un evento che segna una svolta decisiva nella storia della salvezza e nel modo in cui Cristo si relaziona con l'umanità.

Il Tempo della Chiesa: Vivere l'Assenza che è Presenza

Un versetto degli Atti degli Apostoli cattura con particolare intensità il momento dell’Ascensione: «E mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi» (At 1,9). Con queste parole si inaugura quello che la teologia definisce il "tempo della Chiesa". È il tempo che stiamo vivendo, un'era iniziata con la scomparsa fisica di Gesù dalla vista dei suoi discepoli. Prima dell'Ascensione, anche dopo la sua vittoria sulla morte con la Risurrezione, Gesù era una presenza percepibile, tangibile per coloro che avevano camminato con Lui o che lo avevano incontrato. La sua voce, il suo sguardo, il suo tocco erano esperienze dirette.

Dopo l'Ascensione, questa modalità di presenza cessa. Gesù non si mostra più fisicamente, non si lascia toccare come prima. Questo potrebbe sembrare una perdita, un distacco. Eppure, paradossalmente, è l'inizio di una presenza ancora più vasta e universale. Se durante la sua vita terrena Gesù ha potuto raggiungere fisicamente un numero limitato di persone in un'area geografica circoscritta, ora, elevato al cielo, si rende presente e contemporaneo a ogni uomo e donna, in ogni tempo e in ogni luogo. La sua Ascensione non è un abbandono, ma l'inizio di una nuova modalità di comunione, più profonda e interiore.

La Lettera agli Ebrei illumina ulteriormente questo aspetto: «Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d'uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore» (Eb 9,24). Questo versetto sottolinea il "vantaggio" che scaturisce dalla sua Ascensione: Cristo ora intercede per noi presso il Padre nella realtà stessa del cielo, non più in una sua prefigurazione terrena (cfr. “figura di quello vero”). La sua opera redentrice acquisisce una dimensione eterna e universalmente efficace.

L'Umanità Glorificata nel Cuore di Dio

Riflettere sull'Ascensione ci porta a contemplare un altro aspetto stupefacente del mistero divino. Il Verbo di Dio, il Logos, il Figlio, che al momento dell'Incarnazione era disceso dalla sfera dell'eternità divina per farsi uomo, ora ascende al cielo in un modo nuovo. La sua discesa era stata un progressivo "abbassamento", una kenosi che ha toccato il suo culmine nella morte e in quella che la tradizione contempla come la discesa agli inferi il Sabato Santo. Questi "inferi" non indicano l'inferno della dannazione eterna, ma il regno dei morti, il luogo simbolico della separazione da Dio, dove Cristo porta l'annuncio della salvezza. In senso più ampio, possiamo riconoscere un'eco di questi "inferi" anche in quelle esperienze di profonda sofferenza, angoscia, solitudine, disperazione, nonsenso o oppressione che segnano l'esistenza terrena. La discesa di Cristo in questa dimensione di oscurità manifesta la sua radicale solidarietà con ogni umana fragilità, portando luce e speranza anche negli abissi più profondi del vivere.

Con la Risurrezione e, in modo definitivo, con l'Ascensione, il Figlio risale al Padre, ma non più "solo" come Verbo eterno. Egli porta con sé la nostra umanità, quell'umanità che ha assunto nel grembo di Maria, che ha redento sulla croce e che conosce intimamente le nostre debolezze, essendo stato "provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato" (Eb 4,15). Ora, questa umanità glorificata, unita inscindibilmente alla sua divinità, entra nella dimensione eterna di Dio. In questa sfera che trascende il tempo e lo spazio come noi li conosciamo, l'umanità di Cristo diviene contemporanea a ogni essere umano di ogni epoca e cultura. Egli è il ponte perfetto tra Dio e l'umanità, perché in Lui divinità e umanità sono perfettamente unite. Ogni uomo e donna può, attraverso di Lui, trovare non solo accesso al Padre, ma anche una profonda e incrollabile solidarietà, poiché Egli è entrato "nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore" (Eb 9,24), portando con sé la nostra stessa natura.

"Restate in Città": L'Attesa Feconda dello Spirito

Prima di ascendere al cielo, Gesù lascia ai suoi discepoli un'indicazione precisa: «voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto» (Lc 24,49). Questo comando può risuonare oggi per noi come un invito ad accogliere con fiducia il luogo e il tempo in cui il Signore ci ha posto. Spesso siamo tentati di proiettarci altrove, di desiderare condizioni diverse, di forzare i tempi o di cercare scorciatoie per superare gli ostacoli.

"Restare in città" potrebbe significare abbracciare la nostra realtà quotidiana, con le sue sfide e le sue gioie, riconoscendola come il "luogo teologico" in cui Dio ci chiama a vivere e operare. Significa anche coltivare la pazienza del discernimento, attendendo "la potenza dall'alto", ovvero il dono dello Spirito Santo, che illumina le scelte, dona fortezza nelle prove e guida i nostri passi. È un invito a non cedere alla frenesia dell'attivismo fine a se stesso, ma a radicare ogni azione nell'ascolto della Parola e nella docilità allo Spirito.

L'Ascensione, dunque, non è la cronaca di una partenza, ma la rivelazione di una presenza trasformata, più intima e universale. È l'invito a guardare al cielo non con nostalgia, ma con la speranza certa che Colui che vi è asceso rimane con noi "tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20), guidando e sostenendo la sua Chiesa nel cammino della storia.