Seguire Gesù davvero
fr. Maggiorino Stoppa
Immaginiamo questa scena. Una strada polverosa della Galilea, il brusio di una folla in movimento, l'energia di tante persone che camminano insieme a Gesù. Un corteo di speranze, curiosità, bisogni e attese. In questa folla ci siamo anche noi, ogni volta che ci avviciniamo al Signore spinti da un desiderio, da una domanda, dalla ricerca di un conforto o di un senso per la nostra vita. Camminiamo "con" lui, attratti dalla sua parola e dai segni che compie. È l’immagine riportata dall’evangelista Luca all’inizio del testo evangelico proposto in questa domenica (Lc 14,25-33). Improvvisamente accade qualcosa di inaspettato, Gesù si ferma. L'andare avanti si interrompe. "Egli si voltò e disse loro...". Questo gesto è un punto di svolta, non è solo un movimento fisico, ma un perno spirituale che costringe ciascuno a fermarsi e a guardarsi dentro. Voltandosi, Gesù non cerca più l'applauso o l'adesione di massa; al contrario, sembra voler assottigliare le file, passare dall'entusiasmo collettivo a una scelta personale e consapevole. Il suo sguardo non si posa più sulla folla come un'entità anonima, ma cerca il volto di ogni singolo individuo, interrogandolo.
Quello sguardo ci raggiunge oggi e ci pone una domanda fondamentale: in quale punto del mio cammino mi trovo? Sono ancora nella folla che cammina "con" lui, spinto da una curiosità o da un bisogno momentaneo, oppure ho già incontrato il suo sguardo che, girandosi, mi chiede di fare una scelta più profonda, quella di camminare "dietro" di lui?
La differenza sottile della fede
Nel suo discorso, Gesù usa due espressioni che a un primo ascolto potrebbero sembrare simili, ma che nascondono una differenza abissale. Prima dice: "se uno viene a me..." (14,26), e subito dopo: "colui che... non viene dietro a me..." (14,27). Questa non è una semplice variazione di stile, ma la descrizione di una progressione spirituale decisiva.
"Venire a me" descrive un movimento verso una meta. È un'azione che spesso parte da una nostra iniziativa, mossa da un obiettivo: ricevere una guarigione, ascoltare un insegnamento, soddisfare un bisogno. Pur essendo un passo importante, questo movimento porta con sé il rischio di rimanere centrato su di sé, su ciò che si vuole ottenere. Si va verso Gesù, ma secondo le proprie condizioni e i propri vantaggi. "Venire dietro a me", invece, evoca l'immagine del discepolo che segue il maestro. Non indica più una destinazione da raggiungere, ma un cammino da condividere. Nel linguaggio biblico, "camminare dietro" a qualcuno significa affidarsi completamente alla sua guida, rinunciando a tracciare la propria rotta e accettando di percorrere la sua, anche quando la meta è sconosciuta e la strada impervia.
La libertà del cuore
Una volta chiarita la postura del discepolo, Gesù ne delinea le condizioni, e lo fa con parole che suonano dure, quasi scandalose: "Se uno viene a me e non odia suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo" (14,26). Le traduzioni moderne spesso ammorbidiscono l'espressione in "amare più di", ma il verbo greco originale miséō (μισέω) significa proprio "odiare". Perché una parola così forte?
Gesù sta usando una figura retorica chiamata iperbole. Un'iperbole è un'esagerazione intenzionale che serve a sottolineare un concetto con grande forza, per renderlo più efficace e memorabile. È come quando noi diciamo "sto morendo di noia" non per dire che stiamo letteralmente per morire, ma per comunicare in modo enfatico che ci stiamo annoiando moltissimo. Allo stesso modo, Gesù non sta chiedendo di provare disprezzo per i nostri cari. Usa la parola estrema "odiare" per creare un contrasto netto e affermare una verità assoluta: nessuna relazione o affetto, nemmeno l'amore per se stessi, può essere più importante della relazione con Lui. L'amore per Cristo deve diventare il nuovo centro dell'esistenza, il criterio che ordina e dà il giusto posto a tutti gli altri amori.
È fondamentale comprendere che questa richiesta non è un ricatto emotivo, una prova di fedeltà imposta da un Dio geloso. Al contrario, è un potente invito alla liberazione. Gesù non dice: "se non mi metti al primo posto, allora io ti priverò del mio favore". Piuttosto ci offre una diagnosi: i nostri attaccamenti, anche quelli più legittimi e santi, possono diventare delle catene che ci impediscono di raggiungere la nostra piena realizzazione.
La chiamata di Gesù è sempre una chiamata alla pienezza della vita, a realizzare quel "progetto che Dio ha pensato" per ciascuno di noi. Per rispondere a questa chiamata è necessario un cuore libero. L'atto di "odiare", in questo senso evangelico, è allora il gesto coraggioso di tagliare i legami di dipendenza che ci soffocano, per poter finalmente fare della nostra vita un dono di sé totale e gratuito. È una chirurgia dell'anima, dolorosa ma necessaria, che non distrugge la nostra capacità di amare, ma la purifica e la potenzia, liberandola per un amore più grande e universale.
Il prezzo della coerenza
La seconda condizione posta da Gesù è altrettanto esigente: "colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo" (14,27). Su questa frase, è facile cadere in un equivoco. Spesso identifichiamo la croce con le sofferenze, le malattie, le difficoltà e le prove che la vita inevitabilmente ci riserva. Ma se così fosse, Gesù ci starebbe ingannando. Anche chi non è suo discepolo, infatti, sperimenta il dolore e la fatica del vivere.
La croce di cui parla il Vangelo non è un destino generico di sofferenza, ma la conseguenza diretta e specifica della scelta di "seguire dietro a lui". È il prezzo della coerenza. Portare la propria croce significa accettare le conseguenze che derivano dal vivere secondo la logica del Vangelo anziché secondo quella del mondo. Significa scegliere l'amore disarmato quando il mondo predica la forza, il perdono quando il mondo esige vendetta, il servizio quando il mondo cerca il potere. Non si tratta di cercare il dolore, ma di non fuggire di fronte al costo dell'amore vero, di quell'amore vissuto "fino alla fine" (cfr. Gv 13,1). In questo senso, la croce non è un incidente di percorso, ma il sigillo di autenticità della vita del discepolo, il punto in cui la fede cessa di essere un'idea e diventa una testimonianza visibile e talvolta costosa.
Fare spazio alla grazia
Di fronte a queste richieste così radicali, Gesù non cerca di convincere con l'entusiasmo. Al contrario, invita alla calma e alla riflessione attraverso due brevi parabole: quella dell'uomo che vuole costruire una torre e quella del re che si prepara alla battaglia (Lc 14,28-32). In entrambi i casi, il messaggio è lo stesso: "siediti prima a calcolare". È un invito raro da parte di Gesù, che solitamente esorta a un "sì" immediato. Qui, invece, chiede una pausa, un momento di discernimento sobrio e maturo, perché la sequela non può basarsi su uno slancio emotivo, ma deve essere una decisione ponderata e libera.
Ma cosa dobbiamo calcolare esattamente? A prima vista, sembra che Gesù ci chieda di fare un bilancio delle nostre forze, delle nostre risorse e delle nostre capacità per vedere "se abbiamo i mezzi per portarla a termine". Qui, però, si svela un paradosso straordinario. Il discorso si conclude infatti con l'affermazione più radicale di tutte: "chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo" (14,33). Se la condizione finale è la rinuncia a tutto, quale sarà mai il risultato del nostro calcolo? Sarà sempre zero.
Ecco allora la sapienza nascosta in queste parabole. Il "calcolo" che Gesù ci invita a fare non è un inventario delle nostre virtù e dei nostri beni, ma un processo che ci deve condurre a prendere atto della nostra radicale insufficienza. La vera saggezza non consiste nel sentirsi all'altezza del compito, ma nel riconoscere la propria povertà spirituale. Il calcolo è pensato per farci arrivare alla conclusione che, con le nostre sole forze, non possiamo né costruire la torre della nostra vita spirituale né vincere la battaglia contro il male. L'unica vera "risorsa" a nostra disposizione è proprio la rinuncia a fare affidamento su noi stessi, per dipendere interamente dalla grazia di Dio. Il calcolo evangelico non serve a misurare la nostra forza, ma a fare spazio alla sua.
L’unica cosa che conta
Seguire Gesù "dietro", riordinare tutti i propri amori, portare la croce, rinunciare a ogni sicurezza umana. Di fronte a un cammino così esigente, è naturale sentirsi inadeguati, spaventati, sopraffatti. Chi può essere all'altezza di una chiamata simile?
È proprio qui, nel momento in cui la nostra presunta sufficienza si sgretola, che può risuonare con particolare dolcezza una preghiera del monaco trappista Thomas Merton: "Signore mio Dio, non ho alcuna idea di dove sto andando, non vedo la strada che mi è innanzi, non posso sapere con certezza dove andrò a finire. E non conosco neppure davvero me stesso e il fatto che pensi di seguire la tua volontà non significa che lo stia davvero facendo. Sono però convinto che il desiderio di compiacerti, in realtà ti compiace. E spero di averlo in tutte le cose. Spero di non far mai nulla senza un tal desiderio. E so che se agirò così... tu mi guiderai per la giusta via, quantunque possa non saperne nulla".
Dopo tutti i calcoli, l'unica cosa che possiamo sinceramente offrire a Dio non è la nostra forza o la nostra certezza, ma il nostro umile e perseverante desiderio di seguirlo. Questa preghiera ci insegna che questo desiderio, in se stesso, è già un dono della grazia ed è gradito a Dio. È sufficiente. È la fede che ci permette di muovere il primo passo, e poi il successivo, sul sentiero "dietro di lui", anche quando ci sembra di essere persi e "avvolti nell'ombra della morte", con la serena certezza che lui è sempre con noi e non ci lascerà mai soli di fronte ai pericoli.
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