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Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me!

fr. Valerio Berloffa

 Esaltazione della croce 

 Questa domenica coincide con la festa dell’Esaltazione della Croce. Un titolo così rischia di confondere le nostre menti moderne: esaltazione di che? Della sofferenza? Del sacrificio di sé, che tanto suona di masochismo?

Lasciamoci illuminare dal vangelo: 

 In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: 
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Serpenti erano quelli che nel deserto mordevano e facevano morire, serpente, ma per la vita, era quello di bronzo che salvava. La croce rimane sempre croce, e, apparentemente, guardando a quella di Cristo sembra di guardare alle stesse realtà negative presenti in ogni persona umana. La fede però sa vedere in essa una via alla salvezza che chi non crede non sa vedervi, rimanendo così chiuso nel suo dolore e nella sua disperazione. E il dolore, si sa, privo del suo significato diventa insopportabile.

Sta qui la bellezza e la forza della fede cristiana. Al credente, come ad ogni mortale, non vengono risparmiate né sofferenze né morte, ma la sua fede lo aiuta a vederle come mezzi che portano al bene!

 “…così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chi crede abbia la vita eterna”.

 Gesù ha sempre parlato della sua morte in croce come il momento della sua gloria e della sua esaltazione. In quel “bisogna che io sia innalzato” sentiamo un urgenza che ci fa pensare che senza contemplare Gesù in croce l’uomo non sia in grado di comprendere quanto egli ci ami. L’uomo se vuole essere salvato deve alzare lo sguardo al crocifisso, deve accettare un amore così grande in dono gratuito.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”

Il messaggio che ci viene dalla croce è, paradossalmente, il messaggio più liberante che il mondo possa ricevere. Infatti, se Dio è amore, allora la sua massima rivelazione ci viene dalla croce, perché essa è l’espressione più alta dell’amore. Il grande teologo Karl Rahner osa dire che “Per sapere chi sia Dio devo inginocchiarmi ai piedi della croce”.

Per noi

 Per capire ancor meglio questa festa ci viene in aiuto anche l’iconografia, cioè l’arte di rappresentare il crocifisso lungo la storia.

Due sono i modi in cui il crocifisso viene raffigurato: quello antico, prima del 1300, e quello moderno, iniziato con l’arte gotica.

 Il modo antico

In antico, come possiamo vedere nel crocifisso di San Damiano ad Assisi, il Cristo in croce era rappresentato come Signore trionfante che troneggia dalla croce in vestimenti regali e sacerdotali. Occhi aperti e sguardo frontale, senza ombra di sofferenza e sprigionante maestà e vittoria, con la corona di spine trasformata in un diadema tempestato di gemme. La croce quindi non come patibolo, ma come trofeo da esibire e di cui vantarsi.

 Il modo moderno

Dal tardo medioevo in poi si è cominciato a rappresentare il crocifisso come un condannato sul suo patibolo nel momento straziante e drammatico della sofferenza e della morte. La nostra moderna sensibilità preferisce cogliere il momento concreto, fotografico della croce nella sua cruda realtà. La croce quindi come simbolo di ingiustizie, di sofferenza e della tremenda realtà della morte; mentre anticamente si preferiva guardarla con gli occhi della fede, quindi alla luce della risurrezione, nei suoi effetti: la gloria di Dio e la salvezza dell’uomo. Da qui il titolo della festa: “Esaltazione della croce”: “ex-alto” = posta in alto.

 I due modi sono entrambi legittimi, perché mettono in luce due aspetti veri del mistero, ma solo se sono tenuti assieme come conseguenza uno dell’altro. Se infatti ci si ferma solo allo scatto fotografico di un Gesù che si contorce in croce nel suo corpo martoriato e informe, essa apparirà un nonsense, uno scandalo. Se, al contrario, si insisterà solo sulla bellezza dell’amore cristiano senza tenere presente lo “scandalo della croce”, essa apparirà solo un simbolo vuoto e decorativo di una religione fatta di processioni, gonfaloni e grandi croci agli incroci al collo, sui campanili e sulle vette delle nostre montagne.

 Oggi si tende a vivere solo il presente, l’attimo in cui si vive le emozioni del momento. Non si fa più tesoro della saggezza del passato e non si pensa seriamente alle conseguenze per il futuro delle nostre azioni. La gioia e il benessere che c’interessano sono solo quelli del momento: al futuro non ci pensiamo. Ecco perché tendiamo a vedere la croce solo come impedimento a godere le gioie del presente terreno.

Non si sottolineerà mai abbastanza il valore salvifico della croce, perché in esso è racchiuso il segreto della vera gioia che il cristiano credente può e deve vivere e diffondere nel mondo. Guardando a colui che abbiamo trafitto si è resi capaci di trasformare le comuni esperienze di sofferenza e di limite in opportunità, e di sperimentare le espressioni più alte dell’amore umano, come l’ha vissuto lo stesso Gesù.

 “Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio.
Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama!» (P. Xardel)

 Ed è la croce di Cristo il segno più chiaro di tale amore!