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Quando la luce scende a valle

fr. Maggiorino Stoppa

Is 8,23-9,3; Sal 26; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

Quando la luce scende a valle

C'è un periodo nella vita di Gesù che passa quasi inosservato. Dalla nascita, con i Magi venuti dall'Oriente e la fuga precipitosa in Egitto, tutto sembra ammutolirsi. Scende un silenzio lungo trent'anni. Un uomo cresce, lavora, prega — invisibile ai più, confuso tra la gente comune di un villaggio sconosciuto. Poi, all'improvviso, una voce squarcia quel silenzio. E non viene da Gerusalemme, la città santa, né parte dal Tempio, il cuore pulsante della fede d'Israele. Quella voce si alza dalla Galilea: una terra di confine, guardata con sospetto e abitata da gente considerata impura perché troppo mescolata con i pagani.

Proprio lì, dove nessuno se lo aspetta, la luce comincia a risplendere (cfr. Mt 4,12-23).

Scendere nell'umanità

Il profeta Isaia, molti secoli prima, aveva descritto quella regione come avvolta nelle tenebre: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1). Ma di quali tenebre parlava? Non necessariamente — o non soltanto — di quelle del peccato morale. C'è un'oscurità più sottile, che s'insinua nel cuore dell'uomo senza far rumore. È il grigiore della rassegnazione; quel peso sordo che porta a camminare a testa bassa, a non aspettarsi più nulla di buono dalla vita né da Dio.

Chi conosce questa condizione sa bene cosa significa vivere come se l'orizzonte si fosse chiuso. Si continua ad andare avanti per inerzia, senza slancio, senza quella vibrazione interiore che rende ogni giorno un dono da accogliere. Le circostanze esterne possono essere molteplici: una malattia, un lutto, un fallimento, una relazione spezzata o il senso di non contare nulla. In ogni caso, il risultato è lo stesso: lo sguardo si abbassa, il cuore si chiude e la speranza si spegne. È in questo tipo di penombra che Gesù sceglie di fare il suo ingresso. Egli non ha paura di "sporcarsi le mani" con la nostra umanità ferita.

La forza dei piccoli

Nel brano di Isaia citato dall’evangelista Matteo, c'è un dettaglio prezioso. Si ricorda che Dio ha spezzato il giogo che ci opprimeva «come nel giorno di Madian» (Is 9,3). Per un ebreo, quella frase evocava una storia precisa: la storia di Gedeone. Secoli prima, proprio in quelle terre, Dio aveva dato la vittoria al suo popolo non con un esercito potente, ma con un pugno di uomini – appena trecento – armati solo di brocche di coccio e fiaccole.

Gesù fa lo stesso. Per iniziare la sua predicazione e cambiare la storia del mondo, non chiama i dotti di Gerusalemme o i potenti. Chiama Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni. Quattro pescatori. Uomini semplici, abituati alla fatica e alle tempeste, forse non istruiti, ma sicuramente "improbabili" agli occhi del mondo. Ecco il messaggio che attraversa i secoli: Dio non cerca luoghi prestigiosi né persone impeccabili. Preferisce le periferie ai centri, i piccoli ai grandi, i margini ai luoghi del potere. La Galilea di allora può essere qualsiasi angolo della nostra vita che consideriamo inadatto, insufficiente o irrecuperabile. Proprio lì, Dio ama manifestare la sua gloria.

Alzare lo sguardo

La prima parola che Gesù rivolge a questi pescatori – e oggi a noi – è: «Convertitevi». Non dobbiamo avere paura di questa parola, né pensarla solo come un rimprovero morale. Nel suo senso più profondo, convertirsi non significa solo battersi il petto per gli errori commessi. Significa, letteralmente, "cambiare mentalità".

Immaginiamo di camminare su un sentiero guardandoci solo i piedi, o fissando le pietre d'inciampo. Convertirsi significa alzare la testa. Significa smettere di guardare solo alle proprie ferite o ai propri fallimenti per incrociare lo sguardo di Qualcuno che ci chiama. È una "inversione a U" della speranza: smettere di credere che il buio sia l'ultima parola e iniziare a fidarsi della Luce che è sorta. L'invito alla conversione non è un peso da portare, ma una porta che si apre verso la luce.