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Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede? La preghiera, il combattimento serio della vita

fr. Maggiorino Stoppa

Nel brano di vangelo che si trova in Lc 18,1-8 c’è una domanda, posta da Gesù quasi di sfuggita, al termine di una parabola, che ha la forza di scuoterci dal profondo: "Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?" (v. 8). Questa domanda inquieta, perché ci rivela una verità che forse preferiremmo ignorare: la fede non è un tesoro messo in cassaforte una volta per tutte. Non è un’eredità che si mantiene da sola. È una fiamma viva, che può vacillare e persino spegnersi. Gesù pone questa domanda subito dopo averci assicurato che Dio "farà giustizia prontamente" ai suoi eletti che gridano a Lui giorno e notte. La struttura stessa del suo discorso è illuminante. Il problema, sembra suggerire, non è se Dio risponderà. La sua fedeltà è certa. Il vero interrogativo riguarda noi: avremo la costanza di attendere la sua risposta? Rimarremo in dialogo con Lui, perseverando nella fiducia, anche quando la sua voce sembrerà lontana e il suo intervento tarderà a manifestarsi? La parabola sulla "necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai" non riguarda tanto la nostra capacità di convincere Dio, quanto la nostra capacità di non arrenderci, di continuare a credere nel buio. La preghiera, allora, si svela come la vera palestra della fede.

Il "caso serio" della fede: un combattimento spirituale

Vivere la fede è una cosa seria. Un grande teologo del Novecento, Hans Urs von Balthasar, intitolò un suo saggio Cordula, ovvero il caso serio. Il "caso serio" a cui si riferiva era il martirio, la testimonianza estrema. Balthasar raccontava la leggenda di Cordula, una giovane vergine che, scampata al massacro delle sue compagne, decise volontariamente di uscire dal suo nascondiglio il giorno dopo per andare incontro alla morte, unendosi a loro nella testimonianza a Cristo.

Senza essere tutti chiamati al martirio del sangue, questa immagine ci aiuta a comprendere la natura della nostra fede. Essa non è un sentimento vago o una consolazione a buon mercato, ma un impegno che coinvolge tutta la vita, una scelta che richiede coraggio e determinazione. È un "caso serio" perché è un combattimento. Non una battaglia fatta di armi e violenza, ma una lotta interiore, quotidiana, contro le forze che minacciano di spegnere la speranza: la disperazione, il cinismo, la tiepidezza, la tentazione di credere che il male abbia l'ultima parola.

In questa luce, la vedova del Vangelo diventa nostra sorella e maestra. È debole, sola, priva di potere. Di fronte a lei c'è un giudice che "non temeva Dio e non aveva riguardo per alcuno", l'immagine stessa di un potere sordo e indifferente. Eppure, lei non si arrende. La sua insistenza non è capriccio, ma l'arma della sua fede. È un atto di resistenza contro la disperazione, il rifiuto di accettare l'ingiustizia come un fatto compiuto. La sua preghiera incessante è il suo modo di combattere, di affermare che una giustizia è possibile. Questo è il "caso serio" della fede: continuare a bussare alla porta, anche quando sembra che nessuno voglia aprire.

Il grido per la "giustizia": ritrovare il nostro volto di figli

Ma quale giustizia chiede la vedova? E chi è il suo "avversario"? Se ci fermiamo a una lettura superficiale, potremmo pensare a una semplice contesa legale, a una richiesta di rivalsa. Il Vangelo, però, ci invita a guardare più in profondità. La giustizia che invochiamo da Dio non è la punizione di un nemico, ma il ristabilimento della verità più profonda del nostro essere. È la richiesta di poter vivere pienamente ciò che siamo: figli amati da Dio. La vera giustizia è che la nostra vita corrisponda a questo progetto originale, a questa dignità che ci è stata donata.

L'"avversario", allora, è quella voce, interiore ed esteriore, che continuamente cerca di negare questa verità. È l'accusatore che ci sussurra all'orecchio che siamo soli, che i nostri errori ci definiscono, che la nostra sofferenza è inutile e che Dio si è dimenticato di noi. È l'inganno che ci ha sottratto la consapevolezza del nostro valore inestimabile. Pregare e chiedere "fammi giustizia" significa allora gridare: "Padre, fa' tacere in me la voce dell'avversario! Ristabilisci la verità della mia identità di figlio. Liberami dalla menzogna che mi fa dubitare del tuo amore".

In questa preghiera si unisce il grido di tutti gli "eletti". Chi sono? Sono la comunità dei credenti, la Chiesa, ma anche, in senso più ampio, tutta quella porzione di umanità che soffre: i poveri, gli emarginati, le vittime di ogni ingiustizia, coloro la cui voce è ignorata dal mondo. Sono tutti coloro che, come la vedova, si sentono impotenti ma non smettono di sperare e di gridare "giorno e notte" a un Dio che, a differenza del giudice, ascolta. La giustizia "pronta" di Dio, forse, non è sempre un cambiamento immediato delle circostanze esterne, ma è la grazia, donata subito, di sentirci nuovamente figli, di ritrovare la forza interiore per continuare a sperare e a lottare.

La preghiera, custode della fede che verrà trovata

Torniamo allora alla domanda di Gesù. Troverà la fede sulla terra? La risposta non è già scritta. Dipende da noi, dalle nostre scelte di ogni giorno. La fede sarà trovata se ci saranno uomini e donne che, come la vedova, sceglieranno di non rassegnarsi al silenzio di Dio e all'apparente trionfo dell'ingiustizia. La preghiera non è una formula magica, ma è l'atto di custodire la fede. È il respiro che mantiene viva la speranza nel lungo tempo dell'attesa. È il nostro modo di dire, giorno dopo giorno: "Signore, non capisco tutto, a volte dubito, mi sento stanco, ma scelgo di fidarmi ancora di Te. Scelgo di rimanere qui, con le braccia alzate, anche se pesano (cfr. Es 17,8-13)". La fede che Gesù cerca non è una fede senza crepe, ma una fede tenace. Non una fede che non ha mai paura, ma una fede che, proprio nella paura, continua a gridare.