Quando Dio non è come te lo aspetti
fr. Maggiorino Stoppa
C’è una domanda che attraversa il Vangelo della III domenica di Avvento (Mt 11,2-11) come una ferita aperta, una domanda che forse, nel segreto delle notti insonni, abbiamo fatto anche noi: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). A porla non è un uomo qualunque. Non è un incredulo che cerca scuse per non impegnarsi. È Giovanni Battista. Il più grande tra i nati di donna, il profeta di fuoco che aveva fatto tremare il deserto con la sua voce. Ma ora il deserto è lontano. Giovanni è chiuso nel buio della fortezza di Macheronte, prigioniero di Erode. Le mura sono spesse, il silenzio è pesante. E in questo silenzio, si insinua il dubbio più terribile: «Ho sbagliato tutto? Ho dedicato la vita ad annunciare qualcuno che non è chi dice di essere?».
Il crollo delle aspettative
Per capire il dramma di Giovanni, dobbiamo entrare nel suo cuore. Lui aspettava un Messia di fuoco. Aveva predicato un Dio con la scure in mano, pronto a tagliare gli alberi cattivi alla radice. Aspettava un Giudice che avrebbe bruciato la paglia con fuoco inestinguibile, che avrebbe fatto pulizia delle ingiustizie, cacciato i romani e punito i corrotti come Erode. Invece, cosa sente dire di Gesù? Sente che Gesù va a pranzo con i pubblicani e i peccatori. Sente che non organizza eserciti, ma tocca i lebbrosi. Sente che non scaglia fulmini sui malvagi, ma predica la misericordia. E, cosa più dolorosa, Gesù non fa nulla per far uscire Giovanni dal carcere.
Il Messia reale è scandalosamente diverso dal Messia immaginato. È un Messia che sembra "debole", che non risolve i problemi con la bacchetta magica, che lascia il suo profeta nella prova.
Beato chi si lascia sorprendere
Gesù non si offende per il dubbio di Giovanni. Gesù comprende l'angoscia del suo precursore. La sua risposta è un invito a guardare la realtà con occhi nuovi: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,4-5).
Gesù sta dicendo: "Giovanni, non guardare a come pensavi che io dovessi agire. Guarda a come l'Amore sta agendo". Dio non salva distruggendo il nemico, ma guarendo l'uomo ferito. Non salva con la violenza della vendetta, ma con la forza della vita che rifiorisce.
È qui che Gesù pronuncia quella beatitudine che è forse la più difficile per noi: «Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo». Beato chi accetta di lasciarsi sorprendere da Dio. Beato chi accetta un Dio che non corrisponde alle proprie aspettative. Beato chi rinuncia a un Messia costruito a propria immagine.
La grandezza dei piccoli nel regno
Dopo che i discepoli di Giovanni se ne vanno, Gesù si rivolge alla folla e pronuncia parole sorprendenti sul Battista. Lo difende da ogni fraintendimento: Giovanni non è una canna al vento, non è un cortigiano in cerca di favori. È più che un profeta, è il messaggero che prepara la via. E poi aggiunge: «Fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,11). Questa affermazione può sembrare un enigma. In realtà, Gesù sta dicendo qualcosa di profondo sulla novità del regno. Giovanni appartiene ancora al tempo della promessa; è l'ultimo e il più grande dei profeti che hanno indicato da lontano ciò che doveva venire. Ma chi entra nel regno — anche il più piccolo, il più insignificante agli occhi del mondo — partecipa a qualcosa di qualitativamente nuovo. Non è questione di meriti personali, ma di grazia ricevuta.
È come la differenza tra chi guarda l'alba da lontano e chi ne è già avvolto dalla luce. Giovanni ha visto sorgere il sole; chi vive nel regno cammina dentro quella luce.
La pazienza della speranza
Questa pagina del Vangelo ci consegna una verità consolante: la fede non è un possesso sicuro, ma un cammino. Anche i grandi profeti attraversano la notte del dubbio. Anche chi ha gridato con forza nel deserto può ritrovarsi a sussurrare domande nel silenzio di una cella. Ma proprio lì, in quello spazio fragile, Dio continua a rispondere. Non sempre come vorremmo. Spesso in modi che ci chiedono di allargare lo sguardo, di convertire le nostre attese.
L'Avvento ci invita a questo: non a costruirci un Messia su misura, ma ad accogliere quello che viene. Con la pazienza dell'agricoltore, con l'umiltà di chi sa che le vie di Dio non sono le nostre vie.
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