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Pronti ad attraversare il limite

fr. Maggiorino Stoppa

Custodire il fuoco, non le ceneri

Il vangelo proposto nella XXXII Domenica del tempo ordinario, anno C, (Lc 21,5-19) inizia con uno sguardo di ammirazione, forse di orgoglio di quelli che osservavano il tempio di Gerusalemme "ornato di belle pietre e di doni votivi" (v. 5). Assomiglia allo sguardo che riserviamo alle cose che durano, alle nostre istituzioni, alle nostre cattedrali, alla nostra storia. In quelle pietre solide vediamo la nostra identità, la garanzia di una fede visibile e potente. Questo sguardo, in sé legittimo, porta con sé un rischio sottile: l'attaccamento. Diventano un limite rassicurante, una soglia che abbiamo paura di attraversare. Il rischio di confondere la solidità delle pietre con la vitalità della fede. Si può passare la vita ad ammirare le strutture, le abitudini, le forme esteriori, al punto da non accorgersi più dei "segni dei tempi" che Dio dissemina nel presente. È la differenza cruciale tra le "tradizioni" (con la t minuscola) e la "Tradizione" (con la T maiuscola). Le tradizioni sono come le "belle pietre": sono la forma, la struttura, l'abitudine. Possono essere preziose, ma se perdono il loro spirito, diventano "ceneri". La Tradizione, invece, è il "fuoco". È la presenza viva dello Spirito, la relazione continua e dinamica con il Dio vivente, che non può essere imprigionato in nessuna struttura, per quanto magnifica. Quando Gesù interviene in quella scena, la sua parola è tagliente: "Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra" (v. 6). Non è un annuncio disfattista. È la voce di chi custodisce il fuoco. Gesù ci ricorda che il sistema religioso che si ammira da solo, invece di essere un luogo di incontro, è destinato a finire. La fede non si appoggia sulle pietre, ma sulla Parola vivente.

La fine non è il Fine

La reazione di chi ascolta Gesù è la nostra reazione di sempre di fronte all'ignoto: l'ansia. "Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno...?" (v. 7). È la pretesa di avere una mappa del futuro, di controllare ciò che ci spaventa. Gesù risponde descrivendo il caos. Parla di "guerre e di rivoluzioni", di nazioni contro nazioni, di "terremoti, carestie e pestilenze" in vari luoghi (vv. 9-11). Sembra la cronaca dei nostri telegiornali. Eppure, nel mezzo di questo quadro terrificante, Gesù pronuncia la parola più sorprendente: "non vi terrorizzate" (v. 9). Non date spazio alla paura. E poi aggiunge la frase chiave: "prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine". In questa frase c'è un insegnamento fondamentale. Gesù sta distinguendo tra le catastrofi della storia e la Fine, cioè il compimento del disegno di Dio. Le guerre, le pandemie, i conflitti... non sono la fine. Appartengono a quello che possiamo chiamare il "faticoso cammino della storia", un cammino segnato dal limite umano e dalle sue conseguenze. L'intenzione di Gesù non è quella di incutere timore. Dio non ha nel cuore "progetti di sventura", ma un disegno d'amore e di pace. Lo scopo di queste parole non è fissarci sulla paura delle catastrofi, ma aiutarci a sollevare lo sguardo oltre il caos, verso il vero fine (il telos , il compimento) a cui la nostra esistenza è realmente destinata.

Le due fughe dal presente: Fanatismo e Ozio

Come vivere, dunque, questo "tempo di mezzo"? Come abitare la storia quando le "belle pietre" tremano e la fine promessa non è immediata? La parola di Dio ci mostra due tentazioni opposte, che sono in realtà due facce della stessa medaglia: la fuga dal presente.

La prima fuga è quella nel fanatismo. Gesù ci mette in guardia: "Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno... dicendo: 'Sono io', e: 'Il tempo è vicino'. Non andate dietro a loro!" (v. 8). È la tentazione di chi non sopporta il "faticoso cammino" e cerca una scorciatoia. Cerca il "guru", la soluzione magica, il profeta apocalittico che dia una risposta immediata all'ansia.

La seconda fuga è quella nel disimpegno. San Paolo ce la descrive perfettamente. Nella comunità di Tessalonica, la stessa ansia escatologica ("la fine è imminente") aveva prodotto l'effetto perverso dell'ozio. Alcuni, sentiamo, vivevano "una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione" (2Ts 3,11). Avevano smesso di lavorare, di assumersi le proprie responsabilità, vivendo a spese della comunità. La parola di San Paolo è dura, ma è un richiamo teologico fondamentale: "Chi non vuole lavorare, neppure mangi" (2Ts 3,10). Questo non è un principio di economia, ma di spiritualità. Paolo sta dicendo che la speranza cristiana non ci aliena dal mondo. Non ci stacca dalle nostre responsabilità. Al contrario, il lavoro, l'impegno quotidiano per la propria dignità e per una società più giusta, è proprio il modo concreto di "attendere" il Signore.