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Partire per vedere

fr. Maggiorino Stoppa

Gen 12,1-4a; Sal 32 (33); 2Tm 1,8-10; Mt 17,1-9

C'è un uomo di settantacinque anni che riceve un ordine spiazzante: lascia tutto e vai. Non gli viene detto dove. Non gli viene spiegato perché. Gli viene chiesto solo di fidarsi. Quell'uomo è Abramo, e la sua storia — raccontata nel libro della Genesi — non è soltanto un episodio remoto della storia sacra. È lo specchio di una dinamica che attraversa ogni esistenza umana.

L’esodo dalle nostre sicurezze

«Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Quante volte la vita ci mette davanti a un bivio simile? Non sempre in modo così drammatico, certo. A volte è un cambiamento di lavoro, una relazione che finisce, un figlio che se ne va, una certezza che si sgretola. Il terreno sotto i piedi si muove, e noi siamo costretti a camminare senza una mappa.

La cosa sorprendente è che il racconto biblico sembra quasi suggerire che la vita autentica di Abramo — la sua vita di fede, la vicenda per cui lo ricordiamo — cominci proprio lì, a settantacinque anni, nel momento in cui accetta di partire. Non che prima non vivesse. Ma prima, la sua esistenza scorreva dentro binari già tracciati da altri: dalla consuetudine, dalla cultura, dal peso della tradizione familiare. Accogliere la chiamata apre la possibilità di scrivere finalmente qualcosa di nuovo.

Ciò che Abramo lascia non è qualcosa di sbagliato. La sua terra, la sua famiglia, la casa paterna: sono realtà buone, affetti legittimi. Ma anche le cose buone possono diventare gabbie quando si trasformano in abitudini che ci addormentano. Chi non ha mai provato quella sensazione sottile — quasi impercettibile — di vivere per inerzia? I giorni si assomigliano, le settimane scorrono via, e un giorno ci accorgiamo che lo slancio si è spento. Non perché le cose vadano male. Semplicemente perché abbiamo smesso di camminare.

Salire sul monte

Il Vangelo della seconda domenica di Quaresima (Mt 17,1-9) ci porta su un altro terreno, ma il movimento è lo stesso. Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li conduce su un alto monte. Il contesto è tutt'altro che sereno. Poco prima, Gesù ha annunciato per la prima volta la sua passione e la sua morte. Ha dettato condizioni impegnative per chi vuole seguirlo: rinnegare se stessi, prendere la propria croce. Parole pesanti, che certamente avevano lasciato i discepoli turbati e confusi.

Eppure, proprio in quel momento di smarrimento, Gesù non li lascia fermi. Li chiama a muoversi. Li porta in alto, in disparte, lontano dal rumore. È un gesto che dice molto: il cammino della fede non è una questione di teorie o di principi astratti. È un'esperienza concreta, fatta di passi, di fatica, di salita. Ma chi conosce la montagna sa che salire cambia la prospettiva. Le cose che dal basso sembravano enormi, dall'alto si ridimensionano. Ciò che era confuso prende forma. E nel silenzio della quota, si sente meglio. Si vede meglio.

Lo sguardo che cambia tutto

Lassù, i tre discepoli testimoni — forse imperfetti, forse impauriti — assistono a qualcosa di inatteso. Il volto di Gesù risplende come il sole, le sue vesti diventano bianche come la luce. Appaiono Mosè ed Elia.

Il verbo greco usato da Matteo — metemorphōthē — non indica che Gesù diventi qualcosa di diverso da ciò che è. Indica piuttosto che lascia trasparire ciò che era sempre stato. La Trasfigurazione non è un travestimento: è uno svelamento. È come se, per un istante, il velo dell'apparenza si sollevasse e la realtà profonda di Cristo diventasse visibile. Chi si mette in cammino, chi accetta di lasciare il piano rassicurante della quotidianità per salire, può trovarsi davanti a rivelazioni così: non cose nuove, ma cose che erano sempre state lì, nascoste sotto la superficie, in attesa di uno sguardo capace di vederle.

Questo esercizio dello sguardo, questo restare davanti alla bellezza della luce per coglierne il senso profondo, è ciò che chiamiamo contemplazione. È l'esperienza di chi non si limita a osservare l'esterno, ma permette alla realtà di parlargli al cuore. Quando decidiamo di metterci davvero in gioco e abbandoniamo le maschere protettive, emerge la verità del nostro volto. Il cammino ci mostra nudi, nel bene e nel male; sebbene questa nudità possa spaventare, essa è una grazia perché ci libera dal peso dell'apparire e crea lo spazio necessario per essere amati autenticamente e rialzati da Dio proprio lì, nella nostra fragilità.

Vedere il mondo con occhi nuovi

C'è uno schema, in questo racconto, che è il cuore dell'esperienza cristiana: salire, vedere, scendere trasformati. La contemplazione, intesa proprio come questo "stare a guardare" la luce sul monte, non è fuga dal mondo. Non è un rifugio per anime delicate. È una salita che prepara una discesa. Si sale per vedere con occhi nuovi; si scende per servire con mani nuove.

Chi ha contemplato, non vive più come prima. Non perché il mondo sia diverso, ma perché lo sguardo è cambiato. E uno sguardo cambiato cambia tutto: il modo di incontrare l'altro, di affrontare la fatica, di attraversare il buio.

San Paolo, nella lettera a Timoteo, lo dice con parole che bruciano: Dio «ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia» (2Tm 1,9). Non siamo noi a meritare la luce. La luce ci viene incontro. A noi è chiesto solo di essere disposti a salire, a guardare, e poi — questo è il passo più difficile — a scendere di nuovo, portando negli occhi ciò che abbiamo visto.