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Oltre il presepio: la carne viva della Santa Famiglia

fr. Maggiorino Stoppa

Domenica fra l’Ottava di Natale - Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe - Anno A
Sir 3, 3-7.14-17; Sal 127; Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23

C’è qualcosa di traumatico nella liturgia della festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Poche notti fa eravamo incantati davanti alla grotta di Betlemme, cullati dai canti degli angeli e dalla dolcezza di un Dio fatto bambino. Oggi, il Vangelo di Matteo (Mt 2,13-23) ci sveglia di soprassalto, proprio come l’angelo ha svegliato Giuseppe nel cuore della notte: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi» (v. 13b). Non c’è più tempo per la poesia. C’è la storia che bussa alla porta con la sua violenza, incarnata da Erode. C’è la necessità di fare i bagagli in fretta, di diventare profughi, di scappare verso l’ignoto.

Perché la Chiesa ci impone questo salto temporale così brusco? Forse per dirci subito, senza giri di parole, che l’Incarnazione non è una fiaba. Dio non è venuto a recitare una parte in un presepe di gesso; è venuto a inserirsi nella carne viva e ferita delle nostre relazioni umane. E quando Dio entra nella storia, il male reagisce sempre con la paura.

L'Erode che è in noi: superare la paura dell'altro

La radice del peccato non è la trasgressione di una regola, ma il sospetto. È la paura che Dio sia un rivale della nostra libertà, un antagonista da cui difendersi. Erode è l’icona perfetta di questa paura: teme che quel Bambino gli porti via il trono, e per questo decide di sopprimerlo. L’individualismo esasperato, che oggi mette in crisi tanti matrimoni e famiglie, ha la stessa radice: la paura che l’altro – il coniuge, il figlio, l’anziano genitore – mi rubi la vita, mi tolga spazio, limiti il mio "io".

Ma a questa logica di morte, il Vangelo oppone la figura gigantesca di Giuseppe.

Giuseppe è l’uomo che ha avuto il "coraggio di sognare", ma i suoi sogni non sono evasioni dalla realtà. Sono il luogo dove lui smette di difendersi e si lascia amare e guidare da Dio. E cosa succede quando Giuseppe si sveglia? Non si perde in meditazioni astratte. Agisce.

Il Vangelo usa verbi imperativi e urgenti: alzati, prendi con te, fuggi. La fede di Giuseppe è fede sudata. È la mistica delle mani, dei bagagli caricati sulle spalle, della ricerca di un lavoro in terra straniera per dare da mangiare a Gesù. Giuseppe ci insegna che credere non significa aspettare che Dio risolva i problemi magicamente, ma significa "prendere con sé" la vita che ci è affidata, con tutte le sue pesantezze, e portarla in salvo.

Non solo miracoli: la grazia di una mente lucida

C’è un dettaglio nel Vangelo di oggi che spesso ci sfugge, ma che è preziosissimo per noi, costretti a navigare in tempi incerti. Quando Giuseppe torna dall'Egitto, il testo dice: «Quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao... ebbe paura di andarvi» (v. 22).

Giuseppe ha paura. Ma non è la paura paralizzante di chi non si fida di Dio. È la santa prudenza di chi sa leggere la realtà. Giuseppe usa la sua intelligenza, si informa sulla politica del tempo (Archelao era crudele quanto il padre), e capisce che tornare a Betlemme sarebbe un suicidio. E Dio benedice questo ragionamento umano, indicandogli la via della Galilea.

Questo ci dice che la fede non sostituisce il nostro cervello. Dio si fida della nostra capacità di leggere i "segni dei tempi". In certi casi, “cambiare mentalità" significa anche questo: smettere di chiedere miracoli che ci deresponsabilizzano e iniziare a collaborare con la Grazia usando tutta la nostra prudenza.