Oltre il precetto

fr. Maggiorino Stoppa
Quante volte leggiamo un passo del Vangelo convinti di sapere già cosa dice? Quante volte le parole di Gesù ci scivolano addosso come pioggia su un impermeabile, senza toccarci davvero la pelle? Eppure ci sono momenti in cui una frase, ascoltata mille volte, improvvisamente ci ferma. Ci costringe a sederci. Ci chiede: ma tu, hai capito davvero?
La riflessione su Mt 5,17-37 è uno di quei momenti. Gesù sale sulla montagna e parla. Non sta cancellando le antiche leggi date a Mosè, non le sta demolendo come si abbatte un muro vecchio per costruirne uno nuovo. Sta facendo qualcosa di molto più sottile e radicale: le sta portando al loro significato più vero, più profondo, più nudo. Come un restauratore che toglie strati di vernice scura da un dipinto antico, Gesù ci rivela i colori originali della volontà del Padre. E quei colori sono più luminosi di quanto avessimo mai immaginato.
Quei "ma" che scavano nell'anima
«Avete inteso che fu detto… Ma io vi dico».
A un primo ascolto, quel «ma» ripetuto suona come il pugno di un legislatore ancora più severo di Mosè. Se l’antico comando diceva «non uccidere», Gesù sembra restringere il campo fino a condannare un semplice moto d’ira, una parola detta a denti stretti, un insulto lanciato in un momento di frustrazione. Verrebbe da dire: «Ma allora chi può salvarsi?»
Eppure, se ci mettiamo in ascolto con umiltà scopriamo che quei «ma» non sono nuovi pesi sulle nostre spalle. Sono battiti di un cuore che ci ama troppo per lasciarci vivere in superficie.
Gesù non sta complicando la Legge. La sta riportando a casa, nel giardino interiore dell'uomo dove tutto ha inizio. Ogni gesto violento nasce prima come pensiero. Ogni tradimento germoglia prima come sguardo. Ogni menzogna prende forma prima come calcolo silenzioso. È un invito a scendere in profondità, là dove l’amore non è un dovere scritto su un cartello, ma il nostro unico futuro possibile.
Una via di libertà
Spesso immaginiamo la Legge come dei guardrail che tracciano la strada e ci impediscono di cadere nel dirupo. È un'immagine rassicurante: la norma ci protegge. Eppure, il guardrail limita la vista, ci tiene costretti in una carreggiata stretta. Gesù, con la sua sapienza, fa qualcosa di più audace: invece di delimitare la strada, scava in profondità per arrivare alla sorgente, all'Amore.
I suoi "ma" non restringono la strada, ma scavano nel terreno della nostra esistenza fino a trovare l'acqua viva dell'Amore. Scavare è faticoso. A tratti doloroso. Ci costringe a guardare le nostre ombre — l’ira che covava sotto la gentilezza di facciata, il desiderio di possesso mascherato da affetto, l’ipocrisia vestita da prudenza. Ma è l’unico modo per arrivare al nucleo. È il passaggio decisivo dalla “paura di sbagliare” alla “gioia di lasciarsi amare”. Perché chi ha trovato la sorgente non ha più bisogno del guardrail: non cammina sull’orlo del precipizio, cammina nel cuore della strada, libero e sicuro.
Un unico volto, sempre più nitido
È facile cadere nell'errore di pensare a un "Dio diverso" tra il Primo e il Nuovo Testamento: un Dio di giustizia dura da una parte e un Dio di tenerezza dall'altra. Ma la fede ci insegna che il volto è lo stesso. Pensiamo a una fotografia che all’inizio appare sfuocata: ne intuiamo le forme, i contorni, ma i dettagli ci sfuggono. Sappiamo che c’è un volto, ne riconosciamo la sagoma, ma non riusciamo a vedere l’espressione degli occhi, la piega delle labbra. Poi, lentamente, l’immagine si mette a fuoco. I lineamenti emergono. E quando finalmente il volto si rivela in tutta la sua nitidezza, non è un volto diverso: è lo stesso volto di sempre, solo che ora lo vediamo com’è davvero.
Nel Primo Testamento Dio educava un popolo bambino ponendo argini necessari. In Gesù, quel Dio si fa Carne e ci parla come ad amici, rendendo finalmente chiari i lineamenti di quel volto: rivela che ogni comando era già, fin dall'inizio, un atto di premura paterna. Non c'è rottura, ma un "sì" che si compie. La vita del credente non è una scelta tra due divinità, ma una risposta alla Sapienza di Dio che, come ricorda San Paolo, è un mistero di bellezza che occhio mai vide.
Il compimento dell'uomo: da osservante a figlio
Ed ecco il cuore pulsante di tutto il discorso. Il «pieno compimento» di cui parla Gesù non è solo la fine di un libro di leggi, la chiusura di un codice giuridico. È qualcosa di immensamente più personale. Gesù non è venuto solo a completare la Torah. È venuto a completare noi. Emoziona pensare che la nostra creazione come figli di Dio trova qui la sua forma definitiva.
Il cristiano non è chi "esegue" meglio degli altri, ma chi ha scoperto che la propria natura profonda è amare. Agiamo non per dovere, ma per natura, come un melo che non può far altro che produrre frutti dolci. Questa è la giustizia superiore: non è uno sforzo titanico, ma il riposo di chi si sa amato e desidera solo riflettere quella luce.
Seguire le orme dell'amore
In questa logica di profondità, le "antitesi" di Gesù diventano per noi una via francescana di spogliazione e di bellezza. San Francesco non vedeva nel Vangelo una "regola" fredda, ma la "parola viva" che gli permetteva di baciare il lebbroso e cantare al sole.
Non fermiamoci alla superficie del precetto. Lasciamo che quei "ma" di Gesù scavino in noi, togliendo la ruggine dell'egoismo per far sgorgare la gioia. La vita è un cammino verso la sorgente, una strada a senso unico dove l'unico traguardo è l'abbraccio del Padre che ci aspetta da sempre. Impariamo che il compimento della Legge non è un codice scritto sulla pietra, ma un Amore inciso nel cuore.
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