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Nati per non morire più

fr. Maggiorino Stoppa

C'è un velo di malinconia che spesso accompagna i giorni in cui il nostro cammino di fede ci porta a sostare sul mistero della morte. Commemorare i nostri cari defunti può facilmente trasformarsi in una celebrazione della nostalgia, un tempo cupo in cui il cuore si stringe nel ricordo di coloro che hanno vissuto un tratto di strada con noi e ora non sono più visibili ai nostri occhi. È un sentimento umano, giusto e necessario. Il Vangelo, però, non ci lascia soli in questa penombra. La Parola di Dio ci invita a un capovolgimento audace: ci incoraggia a trasformare questo giorno in una "festa luminosa". Non la festa superficiale di chi nega il dolore, ma la gioia profonda di chi possiede una "speranza certa", una speranza che, come ci ricorda l’Apostolo Paolo, "non delude" (cfr. Rm 5,5). Ma come è possibile? La morte, anche per chi crede, rimane un evento oscuro e tragico. Come possiamo affrontare questa paura?

L'allenamento quotidiano alla speranza

Forse, la risposta si trova guardando non solo alla morte che ci attende, ma alle tante "morti" che abbiamo già affrontato. Pensiamo a tutte le situazioni in cui, magari nostro malgrado, siamo dovuti morire a noi stessi. Quante volte abbiamo sperimentato la fine di qualcosa? Siamo morti un po' quando abbiamo dovuto rinunciare a un sogno, quando un nostro progetto è crollato, quando ciò per cui avevamo speso energie e risorse si è dissolto nel nulla. Non sono forse anche queste delle morti? Eppure, le abbiamo superate. Non sono state morti eterne. Anzi, in molti casi, proprio quel lutto, quella "tribolazione", ci ha aperto la strada a possibilità nuove, a una pazienza e a una virtù provata che non pensavamo di avere (cfr. Rm 5,3-4). Queste "piccole morti" sono state, forse, l'allenamento quotidiano a cui la grazia ci ha sottoposto per preparare il nostro cuore al grande passaggio.

La certezza che squarcia il buio

Quando però il buio sembra totale, a cosa si aggrappa la nostra fede? Nel profondo della sofferenza, emerge una certezza indomita. È la stessa fede che palpitava nel cuore di Giobbe, la convinzione granitica che il nostro "Redentore" (Go'el), il nostro "Parente Prossimo", è vivo. Che Egli non è indifferente alla nostra polvere, ma si ergerà per difendere la nostra causa. È la fede di chi osa credere che, anche quando questa nostra pelle sarà distrutta, i nostri occhi, e non quelli di un altro, vedranno Dio (cfr. Gb 19,25-27). Questa non è un'illusione. È la speranza che "non delude" perché, come spiega San Paolo, "l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" ( Rm 5,5). La nostra certezza non si fonda sulla nostra fragile capacità di sperare, ma sulla presenza indistruttibile di un Amore che ci è stato donato.

L'eternità è già iniziata

Gesù, nel Vangelo di Giovanni, ci offre la chiave definitiva di questa promessa. Egli dice: "Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno" ( Gv 6,40). Gesù non dice "avrà la vita eterna dopo la risurrezione". Dice che chi crede ha (adesso!) la vita eterna, e (in aggiunta) sarà risuscitato. Questa è la notizia sconvolgente della nostra fede: la vita eterna non è qualcosa che otteniamo dopo la morte; è una qualità di vita, una comunione con Dio, che inizia nel momento stesso in cui la nostra fede si affida a Lui. La vita eterna non è una conseguenza della risurrezione, ma il suo presupposto. Se crediamo, stiamo già vivendo in essa. La risurrezione futura sarà "solo" il compimento glorioso di una vita che già possediamo.

Prepararsi al vero parto

Come vivere, allora, questo nostro tempo sulla terra? Forse, l'immagine più vera ci viene da un'esperienza che tutti abbiamo vissuto ma che nessuno ricorda: la nostra nascita. Abbiamo trascorso mesi in un luogo che credevamo essere tutto il nostro mondo. Verso la fine, quello spazio è diventato stretto. Poi, siamo stati strappati fuori, attraverso un passaggio traumatico. Per un istante, dobbiamo aver pensato: "È finita!". E invece no. Ci siamo resi conto che non era finita, ma che quella era la vera vita. L'aria, la luce, la comunione. Possiamo pensare che la morte sia un'esperienza simile. Questo nostro "segmento" di vita non è la vita definitiva, ma è la gestazione. Siamo nel grembo del mondo, e questa esistenza è il tempo prezioso che ci è dato per formarci, per "costruirci" la nostra capacità di eternità. Dobbiamo prenderci cura di questa nostra "vita-gestazione". Ogni "piccola morte" accettata per amore, ogni atto di carità, ogni ascolto della Parola, è un passo nella nostra crescita spirituale, che ci prepara al giorno del nostro vero parto, sviluppando gli occhi per vedere la Luce.

Siamo nati e non moriremo mai più

Morire non è finire nel nulla; è venire alla luce. La serva di Dio Chiara Corbella Petrillo, una giovane madre che ha vissuto questo cammino nella fede, lo ha sintetizzato in una frase luminosa: "Siamo nati e non moriremo mai più". Una volta che la vita vera – la relazione con Dio – è iniziata, non può più morire. La morte è solo un diaframma che attraversiamo per entrare nella pienezza di quella vita che abbiamo già cominciato a gustare qui, nel cammino della fede, della speranza e dell'amore.