L'inferno è una porta chiusa dall'interno
fr. Maggiorino Stoppa
C'è un desiderio profondo, quasi istintivo, che abita il cuore di ognuno di noi: il bisogno di sentirsi al sicuro. In un mondo che corre veloce, segnato da incertezze e fragilità, cerchiamo di costruire una piccola fortezza personale. Una casa accogliente, una routine stabile, relazioni sicure. È un desiderio buono, legittimo, un'eco della pace a cui aneliamo. Ma quando questa fortezza smette di essere un rifugio e diventa una prigione? Quando il comfort che abbiamo costruito si trasforma in un muro così alto e spesso da renderci ciechi e sordi a ciò che accade appena un passo più in là, proprio davanti alla nostra porta?
La Parola di Dio, con la sua sapienza a volte spiazzante, ci mette in guardia da questa tentazione. La parabola del ricco senza nome e del povero Lazzaro non è solo un racconto antico; è uno specchio potente puntato sulla nostra vita, qui e ora. Ci costringe a porci una domanda radicale: la porta del nostro cuore è fatta per aprirsi o solo per restare chiusa?
Un uomo senza nome, un povero che è "l'aiuto di Dio"
Il Vangelo di Luca ci presenta due figure scolpite in un contrasto drammatico. Da un lato, un uomo definito solo da ciò che possiede e da ciò che fa: "vestiva di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti" (Lc 16,19). Non ha un nome. La tradizione lo ha soprannominato "epulone", che non è un nome proprio ma un aggettivo latino che significa "mangione", "festaiolo". La sua identità è stata completamente assorbita dalla sua ricchezza. È un uomo vuoto, la cui esistenza è un guscio dorato privo di relazioni autentiche. Non è descritto come malvagio; il suo non è un peccato di commissione, ma di omissione. Semplicemente, non vede.
Dall'altro lato, alla sua porta, giace un mendicante che, al contrario, ha un nome, ed è l'unico personaggio di tutte le parabole di Gesù a riceverne uno: Lazzaro. Il suo nome, dall'ebraico Eleazar, significa "Dio aiuta". In questo dettaglio si nasconde il paradosso più sconvolgente della storia: l'uomo piagato e impotente, ignorato da tutti tranne che dai cani randagi che gli leccano le ferite, è in realtà l'aiuto di Dio in persona, deposto sulla soglia del ricco. Lazzaro è la grazia travestita da bisogno, l'opportunità di salvezza che si presenta con il volto della povertà. Era la porta del Cielo per il ricco, ma il ricco ha preferito tener chiusa la porta di casa sua.
L'abisso che creiamo, giorno per giorno
La parabola ci mostra poi un drammatico capovolgimento. Dopo la morte, tra il ricco e Lazzaro si spalanca un "grande abisso" (Lc 16,26). Questa immagine potente non ci parla di un Dio che punisce, ma di un Dio che, con infinita tristezza, prende atto delle nostre scelte. Quell'abisso invalicabile non è altro che la porta chiusa del ricco, resa eterna. La distanza che lui stesso ha coltivato giorno dopo giorno, con ogni pasto consumato nell'indifferenza, con ogni sguardo distolto, è diventata la sua realtà definitiva.
Forse, questo è il vero significato dell'inferno: la solitudine ultima, la condizione di chi ha scelto di vivere così radicalmente per se stesso da recidere ogni legame di comunione. Il ricco ha costruito la sua prigione dorata sulla terra e, nell'eternità, Dio non fa che rispettare le mura che lui stesso ha innalzato. Il suo tormento non è un fuoco che viene dall'esterno, ma la sete bruciante di quella comunione che ha rifiutato, l'angoscia di un'anima creata per amare e che si ritrova eternamente sola.
Quali piccole "porte" chiudo ogni giorno per proteggere la mia tranquillità? Sono porte che mi custodiscono, o porte che mi isolano, scavando lentamente un abisso tra me e gli altri, tra me e Dio?
La salvezza non è un miracolo, ma l'ascolto di ogni giorno
Nel suo tormento, il ricco chiede un ultimo, disperato miracolo: che Lazzaro torni dai morti per avvertire i suoi fratelli. La risposta di Abramo è il cuore di tutto il messaggio: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro" (Lc 16,29).
La chiamata alla conversione, alla salvezza, non è legata ad eventi straordinari. È affidata all'ascolto umile e perseverante della Parola (“Mosè e i Profeti”) e all'apertura degli occhi sulla realtà (il Lazzaro alla nostra porta). Non si può veramente ascoltare la Parola senza vedere il povero, e non si può veramente vedere il povero senza essere trasformati dalla Parola.
Il vero miracolo che siamo chiamati a compiere non è qualcosa di spettacolare, ma il gesto semplice e quotidiano di aprire la porta del nostro cuore. È l'atto di distogliere lo sguardo da noi stessi per posarlo sull'altro. È lì che l'abisso viene colmato. È lì che incontriamo Cristo. È lì che si gioca la nostra salvezza, non in un futuro lontano, ma nella grazia offerta, oggi, alla porta accanto.
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