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L'audacia della fiducia, la certezza della salvezza

fr. Maggiorino Stoppa

«Signore, insegnaci a pregare». Questa richiesta, sorta spontaneamente nel cuore di un discepolo vedendo Gesù raccolto in dialogo con il Padre, è la domanda che affiora nei momenti di silenzio, nelle difficoltà della vita, nel desiderio di una relazione più autentica con Dio. Le Scritture di questa domenica (Gen 18,20-32; Sal 137; Col 2,12-14; Lc 11,1-13) ci prendono per mano e ci guidano in un cammino che parte dall'audacia di un amico, Abramo, per arrivare alla fiducia sconfinata di un figlio, quella che Gesù stesso ci insegna. È un percorso che svela il vero volto di Dio e la vera natura della preghiera: non una formula da recitare, ma un dialogo del cuore che ha il potere di salvare.

Quando la Preghiera si Fa Dialogo

Si parte da un'atmosfera carica di tensione. Dio ha ascoltato il grido che sale dalle città di Sodoma e Gomorra, un grido così forte da scuoterlo. «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere...» (Gen 18,20-21). A prima vista, potrebbe sembrare l'annuncio di un giudice inflessibile, pronto a ispezionare per poi punire. Ma se ci fermiamo ad ascoltare con più attenzione, percepiamo qualcosa di diverso.

L'espressione «voglio scendere a vedere» non rivela un Dio freddo e distante, ma un Dio personalmente coinvolto, quasi ferito, dal male che sfigura la sua creazione. È un linguaggio umano, certo, ma è l'unico modo che abbiamo per parlare del mistero di Dio. La Bibbia non ci presenta un motore immobile o un principio filosofico, ma un Dio "patetico", nel senso più nobile del termine: un Dio che prova pathos, che soffre con noi, che si lascia toccare dalle vicende umane. Il suo "sconforto" non è debolezza, ma la profondità di un amore che non può restare indifferente. La sua discesa non è solo per giudicare, ma per partecipare al dramma dell'umanità. Questo Dio dal cuore inquieto è lo stesso che, poco prima, si era lasciato accogliere da Abramo sotto le querce di Mamre. L'autore sacro crea un contrasto potentissimo: da un lato, l'accoglienza generosa di Abramo che corre incontro allo straniero, gli offre ristoro e il meglio che ha; dall'altro, il peccato di Sodoma. E qual è questo peccato così grave? Il profeta Ezechiele lo descriverà secoli dopo con parole inequivocabili: «superbia, ingordigia, ozio indolente, ma non stesero la mano al povero e all'indigente» (Ez 16,49). Il peccato di Sodoma è la chiusura del cuore, l'arroganza di chi, sazio e sicuro, si rifiuta di vedere il bisogno dell'altro. È la non-accoglienza eretta a sistema, una violenza che nasce dall'indifferenza e che culminerà nel tentativo di umiliare e sottomettere lo straniero, l'ospite sacro.

La Libertà di un Amico

È in questo contesto che si inserisce la preghiera di Abramo. Mentre i tre visitatori se ne vanno, il testo dice che «Abramo stava ancora alla presenza del Signore» (Gen 18,22). Questa non è una semplice notazione spaziale. "Stare davanti al Signore" è la postura dell'amico, del confidente, di colui che è ammesso a un'intimità profonda. È da questa relazione di fiducia che nasce la sua audacia. Abramo ingaggia con Dio una sorta di "trattativa" che ci lascia senza fiato. Cinquanta giusti, quarantacinque, quaranta... fino a dieci. Più che un patteggiamento, è una meravigliosa pedagogia attraverso cui Dio stesso rivela il suo cuore ad Abramo, e a noi. Abramo non sta cercando di "convertire" Dio, di piegare la sua volontà. Piuttosto, pregando, scopre fino a che punto si spinga la misericordia divina. Abramo, appellandosi al "giudice di tutta la terra", impara che questo giudice ha un cuore di Padre, dove la misericordia prevale sempre sul giudizio. Egli osa parlare perché sa a chi sta parlando: a un Dio che ascolta, che si lascia interrogare, che accredita la giustizia di pochi a favore di molti. Abramo si ferma a dieci. Ma la storia della salvezza ci dirà che Dio ha osato infinitamente di più. Non ha cercato dieci giusti, ma ne ha donato uno solo, il cui atto di giustizia capovolge la storia. San Paolo lo esprime con una potenza straordinaria: «come a causa di una sola colpa la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così anche per mezzo di un solo atto di giustizia la giustificazione che dà vita si è estesa a tutti gli uomini» (Rm 5,18). Cristo, l'unico Giusto, diventa così la fonte di salvezza per tutti.

Una Santità dal Volto Umano

Se Abramo ci insegna l'audacia dell'amico, Gesù ci introduce nell'intimità del figlio. La sua preghiera, il "Padre nostro", inizia con la parola che cambia tutto.

Chiamare Dio "Padre" significa entrare in una relazione completamente nuova. Non ci rivolgiamo più solo al Giudice giusto o al Signore onnipotente, ma all'origine stessa del nostro essere, a Colui dal quale riceviamo la vita e la fiducia. Tutta la preghiera cristiana si fonda su questa certezza. Possiamo chiedere, cercare, bussare con l'insistenza dell'amico importuno perché sappiamo di rivolgerci a un Padre infinitamente buono. Questa fiducia è il cuore della preghiera. Non la correttezza formale, non la quantità di parole, ma la certezza filiale che, se chiediamo un pesce, non riceveremo un serpente; se chiediamo un uovo, non ci verrà dato uno scorpione. Gesù usa un argomento potentissimo, basato sul contrasto: «Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo...» (Lc 11,13). In un mondo che spesso ci offre pietre al posto del pane e promesse vuote al posto di certezze, la fede diventa un atto di ribellione. È la scelta consapevole di fondare la propria vita non sulle sabbie mobili dell'inaffidabilità umana, ma sulla roccia di un Dio che è "affidabile". Un Dio la cui fedeltà a se stesso, cioè al suo essere Amore, è la garanzia ultima della nostra speranza.

Una Santità che si Fa Vicina

La prima richiesta che Gesù ci mette sulle labbra è: «Sia santificato il tuo nome». Non chiediamo che Dio diventi santo, perché egli è il Santo. Chiediamo che la sua santità, il suo vero nome, sia riconosciuta, glorificata e manifestata nel mondo. E qual è questo nome? Qual è la natura di questa santità? Spesso pensiamo alla santità come a una distanza incolmabile, una purezza che ci separa da Dio. Il Vangelo, invece, ci rivela una santità che si fa vicinanza, che si china sulle nostre ferite, che non teme di toccare le nostre impurità per guarirle. La santità di Dio non è una barriera, ma un abbraccio che ci raggiunge fin negli abissi più profondi. È lo stile di un Dio. La santità di Dio si è fatta carne in Gesù, ha camminato sulle nostre strade, ha toccato i lebbrosi, ha mangiato con i peccatori.

Pregare "sia santificato il tuo nome" è una preghiera missionaria. È chiedere che il mondo possa conoscere questo volto di Dio, un Dio onnipotente nell'amore, la cui santità non ci schiaccia ma ci eleva, non ci giudica ma ci salva. È chiedere che la potenza della sua misericordia, che abbiamo visto all'opera nel dialogo con Abramo, continui a trasformare i cuori e la storia.

La Risposta Inchiodata alla Croce

Le letture di questa domenica creano un arco perfetto che attraversa tutta la storia della salvezza. Inizia con una domanda angosciante in Genesi: come può un Dio giusto salvare una città di peccatori? Prosegue con la preghiera insegnata da Gesù in Luca: chiediamo al Padre il perdono dei nostri debiti. E trova la sua risposta definitiva nella lettera ai Colossesi. San Paolo ci dice che Dio ha «annullato il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce» (Col 2,14). Quel "documento" è il registro dei nostri fallimenti, delle nostre infedeltà, di quel debito che non avremmo mai potuto saldare. Sulla croce, Dio non si limita a perdonare: Egli cancella il debito. Lo fa attraverso il dono totale del Figlio, il Giusto che si è fatto carico dell'ingiustizia di tutti. La preghiera di Abramo, che si fermava sperando di trovare dieci giusti, viene esaudita oltre ogni immaginazione. Dio trova un solo Giusto, e in Lui salva il mondo intero. La richiesta di perdono che Gesù ci insegna a fare al Padre non è più un pio desiderio, ma l'appropriarsi di una realtà già compiuta. Quando preghiamo, attingiamo a una sorgente di grazia che è stata aperta per noi sul Calvario. Imparare a pregare, allora, significa entrare in questo mistero. Significa avere l'audacia di Abramo, che parla a Dio come a un amico, e la fiducia di un bambino, che si abbandona nelle braccia del Padre. Significa, soprattutto, guardare alla Croce e riconoscere che le nostre domande più profonde hanno già trovato una risposta, e che le nostre preghiere più audaci sono già state superate da un Amore ancora più grande.