L'astuzia del cuore: usare ciò che passa per guadagnare ciò che resta
fr. Maggiorino Stoppa
La domanda che scuote le certezze
C'è una domanda, semplice e disarmante che ha il potere di scuotere le nostre certezze più consolidate: ma noi, ci crediamo veramente? Non si tratta di un dubbio intellettuale sull'esistenza di Dio, ma di un'interrogazione molto più profonda, esistenziale. Crediamo davvero nella vita eterna, nella risurrezione dei morti? Crediamo che il nostro battesimo ci abbia già resi partecipi della morte e risurrezione di Cristo? E, di conseguenza, viviamo consapevoli che la Parola di Dio è realmente efficace? Siamo consci che tutti figli di un unico Padre e quindi fratelli?
Ogni domenica, nella professione di fede, affermiamo con solennità: "Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà". Questa non è una formula di chiusura, ma dovrebbe essere la stella polare della nostra navigazione, la chiave di volta dell'intero edificio della nostra esistenza. L'interrogativo che emerge dalle Scritture è proprio questo: questa attesa è il vero nord della bussola della nostra vita, o è diventata una postilla marginale, un pensiero consolatorio relegato ai momenti di lutto, senza alcun impatto reale sulle nostre scelte quotidiane? La Parola ci sfida a verificare se la nostra fede nell'eternità è un'ancora gettata nel futuro di Dio o un semplice ornamento della nostra vita presente.
L'insofferenza del cuore calcolatore
Per meglio comprendere la portata di questa sfida, lasciamoci ferire dalla voce del profeta Amos (Am 8,4-7) il quale è chiamato da Dio a denunciare con coraggio la corruzione, l'ingiustizia sociale e, soprattutto, l'ipocrisia di una religione diventata puro formalismo esteriore. Le sue parole non sono rivolte a un "loro" lontano e malvagio, ma a un "noi" che rischia costantemente di cadere nella stessa illusione: quella di poter separare il culto a Dio dalla giustizia verso il prossimo.
Il cuore della sua denuncia si trova in una domanda che i mercanti del suo tempo si pongono con impazienza: "Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento...?" (v. 5). A prima vista, potrebbe sembrare una semplice lamentela di uomini d'affari desiderosi di tornare al proprio commercio. In realtà, questa frase rivela una profonda patologia spirituale. Il novilunio e il sabato, tempi sacri istituiti da Dio per il riposo, la lode, la comunione con Lui e con la comunità, sono percepiti non come un dono, ma come un ostacolo. Sono visti come un'interruzione fastidiosa del flusso del profitto, un tempo "improduttivo" da sopportare con insofferenza. Quante volte, anche noi, viviamo il tempo dedicato a Dio—la preghiera, il silenzio, la stessa liturgia domenicale—come una parentesi da aprire e chiudere in fretta per tornare alle nostre attività "reali" e "produttive"?
Amos è chiarissimo nel collegare questa insofferenza spirituale all'ingiustizia sociale. Coloro che non sopportano il tempo di Dio sono gli stessi che "calpestate il povero", che usano "bilance false, diminuendo l'efa e aumentando il siclo", che arrivano a "comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali". Il profeta ci mostra che il cuore incapace di riposare in Dio è lo stesso cuore che non ha scrupoli a sfruttare il fratello. Una religione che non si traduce in giustizia concreta è un culto vuoto, un idolo che Dio rifiuta. Forse non siamo colpevoli dei crimini specifici elencati da Amos, ma partecipiamo della stessa logica spirituale ogni volta che la nostra preoccupazione principale è l'accumulo—di beni, di sicurezze, di prestigio—piuttosto che la comunione con Dio e con i fratelli.
La preghiera come atto di giustizia
Se Amos smaschera l'incompatibilità tra una fede vuota e la giustizia, la Prima lettera a Timoteo ci offre la prospettiva complementare: quella di una preghiera autentica che sgorga da una vita giusta (1Tm 2,1-8). L'Apostolo Paolo esorta a innalzare "domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere" (vv. 1-2). Questa preghiera ha un respiro universale e riflette il desiderio stesso di Dio, "il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati" (v. 4). È un invito a farci carico del mondo intero nel nostro dialogo con il Padre. Ma è un dettaglio in particolare a creare un ponte diretto con la denuncia di Amos. Paolo specifica la disposizione interiore ed esteriore con cui pregare: "Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche" (v 8). L'espressione "mani pure" non si riferisce a una purità rituale o igienica. Nel linguaggio biblico, essa indica una vita integra, una condotta retta. Le mani che si alzano verso Dio nella preghiera devono essere le stesse mani che agiscono con giustizia, onestà e carità nel mondo. Qui il contrasto con le mani dei mercanti di Amos diventa lampante. Le loro mani sono impure perché manipolano bilance truccate, perché commerciano persino "lo scarto del grano" da vendere ai poveri, perché sono strumenti di sopraffazione. L'esortazione di Paolo, quindi, non è un semplice dettaglio devozionale, ma un criterio di autenticità spirituale. Non si possono alzare a Dio mani che, nella vita di tutti i giorni, sono state usate per afferrare, per sfruttare, per ferire. La giustizia sociale, dunque, non è un'appendice facoltativa della vita cristiana, ma una condizione essenziale per un culto gradito a Dio. A questa purezza esteriore delle azioni, Paolo affianca la purezza interiore del cuore: "senza collera e senza polemiche". Un cuore abitato dal rancore, dalla rabbia, dallo spirito di contesa e dalla divisione non può essere un tempio in cui risuona la preghiera filiale. È un richiamo potente alla riconciliazione e alla costruzione della pace, a deporre le armi del giudizio e dell'ostilità per incontrare l'altro come un fratello, persino il nemico.
La crisi che rende geniali
Il Vangelo di Luca ci presenta una delle parabole più difficili e provocatorie di Gesù, quella dell'amministratore disonesto (Lc 16,1-13) . È una storia che, se letta superficialmente, può scandalizzare, perché sembra lodare un comportamento fraudolento. Ma è proprio attraverso questo paradosso che Gesù vuole scuoterci e insegnarci una lezione fondamentale. Tutto inizia da una situazione di crisi. Un amministratore viene accusato dal suo padrone di "sperperare i suoi averi" e viene convocato per "rendere conto della sua amministrazione" prima del licenziamento. La reazione dell'amministratore di fronte al licenziamento imminente è il fulcro della narrazione. Egli si trova di fronte a una crisi totale e si chiede: "Che cosa farò?". Riconosce i suoi limiti: "Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno". Si trova ad un bivio esistenziale, un momento di verità che lo costringe a pensare e agire in modo radicalmente nuovo. L’amministratore chiama i debitori del suo padrone e riduce drasticamente i loro debiti: del cinquanta per cento per uno, del venti per cento per l'altro. Un'azione che, a prima vista, appare come un'ulteriore truffa ai danni del padrone. Eppure, il Vangelo ci dice che "il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza" (v. 8). È fondamentale chiarire questo punto: la lode non è per la disonestà, ma per la scaltrezza. Gesù sta usando un esempio volutamente scioccante per farci riflettere. L'amministratore, definito un "figlio di questo mondo", dimostra più lungimiranza e determinazione nel garantirsi un futuro terreno di quanta ne mostrino i "figli della luce" nel garantirsi il futuro eterno.
Gesù sembra dirci: guardate con quanta energia, creatività e determinazione gli uomini inseguono la ricchezza terrena. Non dovreste voi, che avete intravisto la ricchezza vera, essere altrettanto creativi, determinati, "scaltri" nel costruire relazioni autentiche, nel perdonare debiti, nel tessere quella rete di fraternità che è l'unica cosa che porteremo con noi?
Il coraggio di sbagliare cercando il cielo
Forse la lezione più bella di queste letture è il permesso di essere imperfetti nella nostra ricerca del Regno. L'amministratore della parabola non è un eroe morale, eppure la sua imperfezione diventa occasione di salvezza. Anche noi possiamo compiere gesti goffi, scelte giudicate inopportune, tentativi maldestri di amore. L'importante è che la direzione sia chiara: verso quella "ricchezza vera" che non si misura in cifre ma in relazioni autentiche.
Invece di esigere da noi la perfezione, Dio ci invita a orientare la nostra vita verso un amore sempre più autentico. Ci chiede di essere svegli, creativi, appassionati nel costruire un futuro che non finisce. Di usare la stessa energia che mettiamo nel perseguire i nostri interessi terreni per tessere legami di eternità.
Quando sarà passato questo tempo di attesa? Quando potremo tornare alle nostre occupazioni? Forse la domanda vera è un'altra: quando impareremo che questo tempo apparentemente "sospeso" della preghiera, della domenica, dell'ascolto, non è un'interruzione della vita ma il suo cuore pulsante? Quando capiremo che le mani alzate al cielo in preghiera compiono il gesto più rivoluzionario possibile: affermano che non tutto finisce qui, che c'è una giustizia più grande, che ogni lacrima sarà asciugata?
La fede nella vita eterna non è fuga dal presente. È piuttosto quella luce che illumina ogni nostro gesto quotidiano, trasformandolo in seme di eternità. È scoprire che possiamo vivere con una libertà nuova: la libertà di chi sa che il meglio deve ancora venire.
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