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La preghiera dell'autosufficiente

fr. Valerio Berloffa

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: "O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo". Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: "O Dio, abbi pietà di me peccatore".

"Dimmi come preghi, e ti dirò chi sei!". Non esiste la formula per una preghiera perfetta, perché essa è lo specchio dell'anima di chi si rivolge a Dio: come vivi, così preghi! Nella parabola si parla sì della preghiera, ma in realtà quello che viene descritto è piuttosto il differente modo di stare davanti a Dio dei due protagonisti. Il loro pregare dipende infatti dal loro atteggiamento. Si prega sempre come si vive!

I protagonisti sono un fariseo ed un pubblicano, due categorie di persone che al tempo di Gesù godevano di opposta reputazione: i farisei erano considerati giusti; i pubblicani, peccatori. Ben diverso però appare qui il giudizio di Dio. I tratti dei due personaggi sono volutamente esagerati.

Il fariseo qui non appare quell'ipocrita di cui il suo nome è sinonimo: ciò di cui si vanta è infatti tutto vero:egli osserva la legge, digiuna anche oltre il dovuto, non ruba ed ha la famiglia a posto. Il suo peccato sta nella presunzione e nell'autosufficienza con cui si pone davanti a Dio. Egli prega stando in piedi, quasi volendo guardare Dio negli occhi, da pari a pari. Inizia ringraziando Dio, è vero, ma è solo un pretesto per passare subito a lodare se stesso e compiacersi di quello che compie con le sue proprie forze. E' come se si guardasse allo specchio e dimenticasse di essere alla presenza del Signore, facendo della sua preghiera il monologo di un narcisista: "io non sono come gli altri, io digiuno, io pago le decime, io...io...". Questa non è preghiera, perché pregare è dialogare col "Tu" di Dio", mentre egli in realtà non ha nulla di cui chiedere perdono al Signore... e nulla ottiene! Così uscirà dal tempio esattamente come vi era entrato, con il peccato di presunzione in più!
Il fariseo è quindi in fin dei conti un a-teo, perché vive come se Dio non esistesse. Anzi, risulta persino peggiore di un ateo, perché questi non ricorre a Dio, che per lui non esiste; mentre il fariseo qui si serve di Dio per lodare se stesso, chiamando Dio a testimonianza dei suoi meriti! Imperdonabile poi è quel suo voler coinvolgere il Signore nel disprezzo dell'altro: "O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano.". Passi che lui non si consideri ladro, ingiusto e adultero, ma che se ne vanti chiamando Dio a testimone di essere migliore del pubblicano, questo è il colmo!

Il pubblicano, invece, appare qui l'esatto contrario del fariseo. Si ferma in ginocchio in fondo al tempio non osando neppure alzare gli occhi al cielo, ben consapevole della sua indegnità. Quando afferma di essere un peccatore, infatti, non fa che dire la pura verità, perciò egli non ha nulla di cui vantarsi, nulla per cui scusarsi. Non gli resta che affidarsi a Dio, contando solo sulla Sua misericordia: "O Dio, abbi pietà di me peccatore!".

Così egli, che si sente - ed effettivamente lo è - il più indegno di tutti, riceve più di tutti: più del pane chiesto da Lazzaro, più della guarigione dei 10 lebbrosi, più della giustizia implorata dalla vedova: riceve il perdono dei peccati, condizione indispensabile per poter godere dell'amicizia di Dio ed essere riammesso alla comunione dei fratelli. "Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Rifletti

Nella parabola del fariseo e del pubblicano sono messi a confronto due opposti concetti di giustizia: quella umana e quella divina.
La giustizia dell'uomo, nel fariseo che pretende di poter osservare le leggi in forza delle sole proprie forze, senza l'aiuto di Dio. La giustizia di Dio, nel pubblicano, che dopo l'umiliante esperienza personale si riconosce incapace di vincere da solo le passioni che lo hanno trascinato in peccato. Allora nel suo pentimento si rivolge a Dio, affidandosi alla Sua misericordia.

Per il primo, Cristo è morto invano, perché, non riconoscendosi peccatore, l'uomo non sente bisogno di essere perdonato. La misericordia di Dio infatti è come la pioggia: penetra benefica nel terreno del cuore del peccatore reso tenero dalle sue lacrime di pentimento, mentre scivola via infruttuosa sull'asfalto del cuore indurito del presuntuoso.

Nel mio commento al vangelo ho insistito soprattutto sulla figura del fariseo perché assomiglia tanto all'uomo moderno secolarizzato. Infatti, sicuro di sé e fiero dei risultati del suo progresso tecnologico e scientifico, l'uomo di oggi ha sempre meno bisogno di Dio. Inebriato dai suoi successi, egli è tentato di fare a meno del suo Creatore sostituendosi a Lui, con tutti i disastri relazionali, creaturali ed ecologici che ci ritroviamo.

Permettetemi quindi di terminare parafrasando così l'atteggiamento del fariseo moderno davanti a Dio:
"O Dio, ti ringrazio, perché mi hai fatto talmente intelligente, che con le mie invenzioni e le mie tecnologie non ho più bisogno di ricorrere a te! Quando minaccia la grandine, ricorro alle reti di protezione o all'assicurazione; quando c'è la siccità, apro gli impianti a pioggia, e se ho un problema insolubile lo risolvo sottoponendolo all'Intelligenza Artificiale.
Non ho nemmeno bisogno di pregare che il bambino nasca sano, perché, se non riesco ad assicurare la sua salute ancora nel ventre della madre, il feto lo elimino, risolvendo così il problema alla radice: non più bambini down, difettosi, o semplicemente non desiderati. Infine, Dio, questa è l'ultima volta che mi rivolgo a te, perché tu per me non esisti proprio! Sei frutto dell'ignoranza di quei creduloni di fedeli tradizionalisti che vanno ancora in chiesa. Ormai io mi sento pienamente responsabile del mio destino!
Perciò, Dio, passo ... e chiudo per sempre!"