La preghiera che raggiunge il cuore di Dio
fr. Maggiorino Stoppa
La parabola raccontata da Gesù e riportata in Lc 18,9-14 non è un reperto archeologico sulla religiosità di duemila anni fa, riguarda il nostro modo di stare davanti a Dio e, di conseguenza, il nostro modo di stare accanto ai fratelli. È un'immagine che si ripete identica in ogni tempo e in ogni luogo di culto: due uomini salgono al tempio per pregare, entriamo in una chiesa, ci ritiriamo nella nostra stanza, o semplicemente chiudiamo gli occhi nel frastuono della vita: portiamo tutto il nostro essere, le nostre certezze e le nostre fragilità, davanti a un Mistero. Eppure, si può varcare quella soglia per aprire una finestra: per cercare un Altro, per alzare lo sguardo oltre i propri confini, per lasciare che una Luce nuova illumini la stanza del cuore. Oppure si può entrare per guardarsi in uno specchio: per cercare la propria immagine riflessa, per misurare la propria bravura, per compiacersi di sé. La domanda che questa pagina evangelica ci rivolge è: quando preghiamo, cosa stiamo cercando? La conferma di noi stessi o l'incontro con Dio?
L'io che prega se stesso
Gesù, nota l'evangelista Luca, "disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri" (v. 9). Gesù si rivolge a coloro che si sentono "a posto" e, proprio per questo, guardano gli altri dall'alto in basso. Il primo personaggio, il fariseo, incarna questa presunzione. La sua preghiera è un capolavoro di perfezione religiosa. È teologicamente corretta (ringrazia Dio), moralmente ineccepibile (elenca le sue virtù) e liturgicamente impeccabile (paga le decime, digiuna più del dovuto). Ma c'è un problema. L'analisi del testo suggerisce che il fariseo "pregava rivolto verso se stesso”. La sua non è una preghiera, ma un monologo. Non ha Dio come interlocutore, ma sé stesso. È un guardarsi allo specchio, contemplando la propria immagine e compiacendosi di essere un uomo giusto. Questo è forse il rischio più sottile della vita spirituale. Non l'ateismo, ma il narcisismo spirituale: usare Dio e la religione come pretesto per adorare la propria performance, la propria coerenza, la propria giustizia. Il fariseo, nella sua perfezione, è diventato autosufficiente. Questa autosufficienza genera immediatamente una conseguenza sociale: il disprezzo. La sua giustizia si fonda interamente sul paragone: "O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini... e neppure come questo pubblicano" (v. 11). Ma questa parabola non riguardi solo i singoli, ma anche i gruppi, si rivela dolorosamente accurata. Il fariseo e il pubblicano sono "figure tipo", rappresentanti di mentalità. Il pericolo denunciato da Gesù è vivo ogni volta che un gruppo – fosse anche la nostra stessa comunità, il nostro movimento, la nostra parrocchia – fonda la propria identità sulla presunzione di essere "i giusti" e sul disprezzo degli "altri": i lontani, i peccatori, quelli "fuori", quelli che "non sono come noi". Questo atteggiamento, che genera discriminazione e chiusura, è l'esatto contrario della fraternità evangelica.
La preghiera che attraversa le nubi
Rivolgiamo ora lo sguardo al secondo uomo: il pubblicano. Egli incarna la verità dell'uomo davanti a Dio. Non ha meriti da elencare, solo un peccato da confessare. Non ha nulla da esibire, solo un vuoto da presentare. La sua è una preghiera corporea, che esprime tutto il suo essere. "Fermatosi a distanza": Riconosce la santità di Dio e la propria indegnità. Non osa avanzare, non rivendica posti d'onore. "Non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo": Non cerca lo specchio, perché si vergogna della propria immagine. Sa di non avere nulla di buono da mostrare. "Si batteva il petto": Indica la sorgente del suo peccato, il cuore, chiedendo perdono. In questo, il pubblicano mostra di avere la virtù più grande: l'umiltà. "Umiltà". Essere umili non è un esercizio psicologico di auto-svalutazione; è, molto più profondamente, un'adesione alla realtà. È riconoscere di essere humus, "polvere di terra amata da Dio". Il pubblicano sta con i piedi per terra; riconosce la sua povera, fragile e peccatrice umanità.
Non "dichiarati innocenti", ma "resi giusti"
La conclusione di Gesù è sconvolgente: "Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato" (v. 14). Cosa significa "giustificato"? È fondamentale comprendere che non si tratta di un verdetto legale, come se un tribunale lo avesse "dichiarato senza colpa". Il pubblicano è colpevole, e lo sa bene. Il termine usato indica un'azione che Dio, l'attore silenzioso della parabola, ha compiuto su di lui. Essere "giustificati" non significa essere dichiarati innocenti, ma essere "resi giusti". Significa che Dio, con il suo amore gratuito, è intervenuto e ha ristabilito la giusta relazione tra Sé e quell'uomo. Il pubblicano non torna a casa perfetto, ma torna a casa trasformato dalla Grazia. Ha lasciato che Dio fosse Dio, cioè "Salvatore e Misericordioso". Il paradosso evangelico è questo: la condizione per essere "resi giusti" è smettere di presumere di esserlo. Il fariseo, pieno della sua giustizia, è un vaso sigillato; la grazia non sa dove entrare. Il pubblicano, riconoscendosi humus peccatore, è un vaso vuoto, spaccato, pronto per essere riempito dall'amore di Dio.
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