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La libertà di non dover essere primi

fr. Maggiorino Stoppa

“Un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti” (Lc 14,1.7). La scena che il Vangelo di Luca ci presenta è ambientata di sabato, un giorno di riposo e di convivialità. Gesù è a pranzo nella casa di uno dei capi dei farisei, un ambiente formale, dove ogni parola e ogni gesto vengono soppesati. L'evangelista annota un dettaglio cruciale, che definisce l'atmosfera: "essi stavano a osservarlo". Non è lo sguardo curioso di un discepolo, ma quello critico di chi attende un passo falso. Gesù è sotto esame, al centro di un palcoscenico. In questo contesto di tensione, il suo sguardo acuto non si sofferma su di sé, ma sugli altri invitati. Egli nota "come sceglievano i primi posti". Non è un semplice dettaglio di galateo. Quella che Gesù osserva è una corsa affannosa, un "buttarsi sui primi posti", che svela una dinamica profondamente umana e universale. È l'immagine della nostra perenne competizione per la visibilità, per il riconoscimento. È la corsa per affermare il nostro valore, per sentirci importanti.

La fragilità nascosta dietro la maschera dell'orgoglio

La ricerca spasmodica dei primi posti, a ben guardare, è sintomo di una profonda insicurezza. È il timore che ci venga tolto qualcosa, la paura di non avere accesso a un'opportunità, a un riconoscimento, a un valore che crediamo essenziale per la nostra identità. Questa ansia nasce dalla convinzione, spesso inconscia, che il nostro valore dipenda dal giudizio degli altri, dalla buona reputazione e dal bisogno di essere ammirati. Una gloria che, però, si rivela essere "vanagloria, peso vuoto", fragile e passeggera. La domanda che Gesù, osservando quella scena, rivolge silenziosamente a ciascuno di noi è proprio questa: a chi o a cosa affidi il potere di definire chi sei? In questo contesto, anche le disposizioni spirituali più nobili, come la mitezza e l'umiltà, rischiano di essere fraintese. Il libro del Siracide ci esorta: "Figlio, compi le tue opere con mitezza... Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore" (Sir 3,17-18). Tuttavia, troppo spesso confondiamo queste preziose disposizioni dell'animo con una passiva rassegnazione, con un ripiegamento su di sé dettato dal timore del confronto. A volte, quella che chiamiamo umiltà è solo una maschera che nasconde le nostre insicurezze, o una strategia calcolata, una forma più sottile e perversa di orgoglio.

Una sicurezza che viene da altrove

Alla fragilità mascherata dall'orgoglio, la Parola di Dio contrappone una forza di natura completamente diversa. La vera mitezza e l'autentica umiltà non sono segno di debolezza, ma di una profonda sicurezza di sé. Questa sicurezza, però, non nasce dalle nostre capacità o dai nostri successi, ma dalla nostra relazione con Dio. La prova definitiva di questa sicurezza interiore si trova nell'invito che Gesù rivolge a chi lo ospita: "Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici... perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio" (Lc 14,12). La libertà dal "contraccambio" è il sigillo dell'anima pacificata. Significa non aver più bisogno di ricompense o favori da parte di alcuno, perché la nostra vera "ricompensa" l'abbiamo già ricevuta da Dio.

La Lettera agli Ebrei ci offre una visione potente. Mette a confronto due esperienze di Dio. Da un lato, quella dell'antica alleanza sul Sinai, segnata da "fuoco ardente, oscurità, tenebra e tempesta", un'esperienza di distanza e timore. Dall'altro, la nostra realtà di credenti: "Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste" (cfr. Eb 12,18-24). Non è più un'atmosfera di terrore, ma di festa, di comunione. Il culmine di questa certezza è la consapevolezza di appartenere a questa "adunanza festosa", di essere parte dell'"assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli". Avere il proprio nome scritto nei cieli significa possedere un'identità, un posto, un destino che nessuna circostanza terrena può più mettere in discussione.

Non siamo chiamati a essere umili per poter un giorno meritare il Paradiso. Al contrario, è perché, per pura grazia, i nostri nomi sono già scritti nei cieli, perché siamo già cittadini della Gerusalemme celeste, che veniamo resi liberi e capaci di scegliere l'ultimo posto e di vivere la gratuità qui e ora. La nostra sicurezza futura non è la ricompensa per il nostro comportamento, ma la sorgente che lo ispira e lo rende possibile. Questa è la vera liberazione dal bisogno di riconoscimento umano.

L'economia del dono gratuito

Proprio da questa libertà interiore scaturisce il comando positivo di Gesù: "quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi". Queste categorie non identificavano soltanto i bisognosi materialmente, ma anche e soprattutto coloro che erano esclusi dalla vita sociale e religiosa, persino dall'accesso al Tempio. Invitare loro significava sovvertire le logiche del prestigio e del profitto su cui si fondava la società del tempo. La motivazione di questo gesto rivoluzionario è esplicita: "sarai beato perché non hanno da ricambiarti". La beatitudine, la felicità piena, non risiede nel ricevere, ma nel dare senza calcolo, senza aspettarsi nulla in cambio. Questo agire gratuito diventa un'anticipazione sulla terra del banchetto del Regno, dove Dio stesso invita ai primi posti proprio gli emarginati e gli esclusi. Un simile gesto, però, è molto più di un'opera di carità. È un vero e proprio processo di trasformazione interiore, un cammino di divinizzazione. Donando a chi non può ricambiare, "diventiamo come Gesù, che dà gratuitamente". Amando senza condizioni, riflettiamo il modo di agire di Dio e diventiamo realmente "figli di Dio".

Riconoscere i nuovi poveri e fare spazio

L'invito di Gesù a preparare un banchetto per gli esclusi non è un racconto del passato, ma una chiamata che risuona con forza nel nostro presente. Chi sono oggi i "poveri, storpi, zoppi, ciechi" che siamo chiamati a invitare alla nostra tavola? Oltre alla povertà materiale, che rimane una ferita aperta nelle nostre società, esistono "nuove povertà" che richiedono il nostro sguardo e la nostra attenzione. Sono coloro che portano il peso di una fragilità qualsiasi in un mondo che esalta solo la performance. Sono tutti coloro che la cultura dello scarto mette ai margini, considerandoli non più utili. L'insegnamento di Gesù, allora, non è solo una lezione sull'umiltà personale, ma un progetto per le nostre comunità. Siamo chiamati a diventare persone e luoghi che sanno "fare spazio": spazi fisici di accoglienza, ma anche e soprattutto spazi del cuore, capaci di ascolto, di compassione, di gratuità.

Allora, la prossima volta che ci troveremo a un “banchetto” – anche l'Eucaristia domenicale – proviamo a fermarci. A guardare. A chiederci: chi manca? Chi sta sulla soglia? Chi attende ancora un invito? Forse scopriremo che l'ultimo posto, quello che tutti evitano, è in realtà il più vicino al cuore di Colui che si è fatto ultimo per amore nostro. E che la vera gioia non sta nel sedere ai primi posti, ma nel vedere la sala riempirsi, nell'udire il brusio gioioso di un banchetto dove nessuno è escluso, dove ogni sedia vuota viene finalmente occupata.

Perché il Regno dei Cieli somiglia proprio a questo: non a una gara per i posti migliori, ma a una festa dove c'è posto per tutti. E dove l'unico che resta in piedi, fino all'ultimo, è Colui che serve.