La gratitudine che salva
fr. Maggiorino Stoppa
Un itinerario inatteso che ci raggiunge
C’è un cammino che attraversa le pagine del Vangelo di Luca, un lungo e risoluto viaggio che occupa quasi un terzo della sua narrazione. È il cammino di Gesù verso Gerusalemme. Non si tratta di un semplice spostamento geografico, ma di una grande catechesi in movimento. Gesù non è un maestro statico che attende i discepoli in un luogo sacro; è un pellegrino che si fa strada nel mondo e ci invita a seguirlo, a imparare da Lui lungo la via. Il brano evangelico di Lc 17,11-19 ci pone proprio all'inizio di una tappa di questo viaggio, con un’annotazione che potrebbe sembrare un dettaglio trascurabile: «Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea». Eppure, in questa scelta geografica si nasconde una profonda dichiarazione teologica. Per un pio giudeo del primo secolo, attraversare la Samaria non era la via più diretta né la più sicura. Era un territorio abitato da un popolo considerato scismatico, impuro, con cui i rapporti erano tesi e spesso ostili. Scegliere quella strada significa dirigersi deliberatamente verso i margini, verso le periferie non solo geografiche, ma anche religiose ed esistenziali. È proprio in questa terra di confine, in questo luogo simbolico di separazione, che avviene un incontro. Dieci lebbrosi vengono incontro a Gesù, il quale non entra per caso in un territorio ostile per poi, separatamente, imbattersi in un gruppo di esclusi. Egli si immerge volontariamente nel cuore stesso dell'esclusione, là dove l'emarginazione geografica, sociale e religiosa convergono in un unico grido di dolore.
Un grido che rompe la distanza
Per comprendere la portata di questo incontro, dobbiamo fermarci a considerare cosa significasse essere un lebbroso al tempo di Gesù. La lebbra, termine con cui si indicava un'ampia gamma di malattie della pelle, non era solo una terribile condizione medica. Era una sentenza di morte civile e religiosa. Le rigide prescrizioni contenute nel libro del Levitico erano chiare: il lebbroso doveva vivere isolato, "fuori dell'accampamento", con le vesti strappate e il capo scoperto, gridando a chiunque si avvicinasse la propria condizione: «Impuro! Impuro!». Era un escluso dalla comunità, un reietto a cui era preclusa la partecipazione alla vita sociale e, cosa ancora più grave, alla comunione con Dio nel culto del Tempio. Un'esistenza segnata dalla vergogna e dalla solitudine. Eppure, il Vangelo ci presenta un'immagine sorprendente. Dieci uomini, accomunati dalla stessa sorte si fermano "a distanza", come impone la legge, ma osano rompere il silenzo. La loro non è la proclamazione rituale della propria impurità, ma un'invocazione carica di speranza: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Si rivolgono a Gesù chiamandolo "maestro". Questo appellativo non esprime ancora una fede matura in Gesù come Figlio di Dio, ma è il riconoscimento di una sua superiorità, di un'autorità umana e spirituale capace di intervenire nella loro vita. È la fede al suo stadio iniziale, un germoglio di fiducia, ma è sufficiente per lanciare un grido e aprire un canale di comunicazione con Dio. La risposta di Gesù, infatti, non è un esame sulla correttezza teologica della loro preghiera. Egli non chiede una professione di fede più precisa. La fede non si misura primariamente da una formula dottrinale, ma da un'azione di fiducia che mette in moto la vita. L'accento è spostato dalla correttezza intellettuale all'affidamento esistenziale.
La guarigione lungo la via
Di fronte a questo grido, la reazione di Gesù è spiazzante nella sua semplicità. Non compie gesti plateali, non pronuncia formule solenni. Dice semplicemente: «Andate a presentarvi ai sacerdoti» (v. 14). Quest'azione ci rimanda immediatamente a 2 Re 5,1-17 , dove Naaman il Siro, comandante dell'esercito arameo, si aspetta dal profeta Eliseo un rituale di guarigione spettacolare e rimane profondamente deluso e irritato dalla richiesta, apparentemente banale, di bagnarsi sette volte nel fiume Giordano. Sia Eliseo che Gesù demoliscono una fede magica, che cerca il prodigio e lo straordinario, per educare a una fede che si fonda sull'ascolto umile e sull'obbedienza a una parola che sembra paradossale.
La richiesta di Gesù esige dai dieci lebbrosi un atto di fiducia pura. Devono andare dai sacerdoti, coloro che secondo la legge del Levitico avevano il compito di constatare un'avvenuta guarigione e di presiedere ai complessi riti di purificazione per riammettere ufficialmente la persona nella comunità. Ma loro non sono ancora guariti. Devono mettersi in cammino con la lebbra ancora addosso, agendo come se la parola di quel maestro fosse già realtà.
È qui che si svela un dettaglio teologicamente cruciale: «E mentre essi andavano, furono purificati». La guarigione non avviene nell'istante dell'incontro, né nel luogo dell'incontro. Avviene lungo la strada. Il cammino stesso, intrapreso per obbedienza e fiducia, diventa il luogo della grazia. Il vero "tempio" dove si manifesta la potenza di Dio non è più solo l'edificio di Gerusalemme, ma la strada percorsa in obbedienza alla parola di Cristo
Il gesto che distingue: dalla guarigione alla relazione
Il racconto potrebbe concludersi qui, con la gioia di dieci uomini restituiti alla vita. Invece, è proprio a questo punto che si svela il cuore del messaggio evangelico. Luca opera una distinzione sottile ma fondamentale, usando due verbi diversi. Tutti e dieci vengono "purificati" , ma solo uno, alla fine, viene "salvato". La guarigione fisica è un dono immenso, un segno potente della misericordia di Dio, ma non è il fine ultimo. È un segno che rimanda a una realtà più profonda, a una salvezza che coinvolge l'intera persona. «Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro» (v. 15). Il verbo greco usato per "tornare indietro" è carico di significato teologico. È il verbo della conversione, del ritorno a Dio. Mentre gli altri nove proseguono il loro cammino, un percorso forse legittimo e comprensibile verso i sacerdoti per ottenere la reintegrazione ufficiale, quest'uomo compie un movimento contrario. Ha un'intuizione folgorante. Il suo non è un interrompere il viaggio, ma un radicale cambio di destinazione: dalla legge alla persona, dal rito all'incontro.
Significativamente, l'evangelista sottolinea che quest'uomo è un samaritano. È l'outsider, lo straniero, l'eretico, colui dal quale un pio giudeo non si aspetterebbe nulla di buono. Eppure è l'unico che "vede" veramente. Non si limita a constatare la guarigione, ma ne comprende l'origine. Compie il nesso fondamentale tra il dono e il donatore. E la sua comprensione si traduce in azione: «Tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo» (vv. 15-16). In questo duplice gesto di lode a Dio e di ringraziamento a Gesù, egli compie un atto di fede straordinario: riconosce nell'umanità di Gesù la presenza operante e salvifica di Dio. La gratitudine, dunque, non è una semplice questione di buone maniere.È la capacità di "leggere" correttamente l'evento della propria vita: non come un colpo di fortuna, non come un merito acquisito, ma come un atto gratuito e sovrabbondante di Dio che si è manifestato in Gesù. Ringraziando Gesù, il samaritano sta "rendendo gloria a Dio", perché ha capito che in quell'uomo è all'opera la salvezza divina. L'ingratitudine dei nove non è solo maleducazione; è una forma di cecità teologica. Hanno ricevuto il miracolo, ma non hanno saputo "leggerlo" fino in fondo, non hanno visto il volto di Dio nell'umanità di Cristo. Ecco perché la domanda di Gesù è carica di una profonda amarezza: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?» (vv. 17-18). I nove hanno ottenuto il beneficio, ma hanno mancato l'incontro. Hanno ricevuto il dono, ma hanno perso la relazione con il benefattore.
Senza diritti, aperti al dono
Gesù stesso sottolinea la caratteristica decisiva dell'uomo che torna: è uno "straniero", uno di un'altra stirpe. La sua condizione di estraneità al popolo eletto, la sua esclusione non solo dalla malattia ma anche dalla stirpe, diventa paradossalmente il suo più grande vantaggio spirituale. Non avendo alcun diritto da rivendicare, alcuna appartenenza religiosa su cui fare affidamento, egli è completamente aperto a ricevere la grazia come un dono puro, gratuito, immeritato. La sua mente e il suo cuore non hanno le sovrastrutture, le aspettative e forse le pretese che hanno impedito agli altri nove, membri del popolo dell'alleanza, di tornare indietro. Loro, forse, hanno considerato la guarigione come un diritto ripristinato, un ritorno alla normalità che spettava loro, e sono corsi a reclamare la loro reintegrazione ufficiale.
Alzati e va'
L'episodio si conclude con le parole potenti che Gesù rivolge unicamente al samaritano: «Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!» (v. 19). La fede che salva, ci insegna questo Vangelo, non è solo quella che chiede con insistenza, né solo quella che obbedisce con coraggio. La fede che salva è quella che, dopo aver ricevuto, sa "tornare indietro" per riconoscere, ringraziare e instaurare una relazione personale e trasformatrice con il Salvatore. È una fede che si completa nella gratitudine, una fede che diventa eucaristia, rendimento di grazie.
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