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Il potere nascosto in una “piccola porzione”

fr. Maggiorino Stoppa

Immaginiamo una “piccola porzione” di terra, così umile da poter essere quasi trascurata tra le colline dell'Umbria. Un frammento di mondo, una chiesetta di pietra che san Francesco amava sopra ogni altro luogo. Eppure, in questo spazio minuscolo è custodito da secoli un segreto di grandezza infinita: la Porziuncola, la porta sempre aperta sul Paradiso. In questo luogo, il Poverello di Assisi ottenne per tutti, senza distinzione, la grazia del Perdono che sgorga come una sorgente inesauribile.

Questa apparente contraddizione — una grazia smisurata contenuta in un luogo così piccolo — parla con una forza sorprendente al nostro tempo, un'epoca ossessionata dalla grandezza, dalla visibilità, dai numeri che devono sempre crescere. Ci sentiamo spesso piccoli e impotenti di fronte a problemi globali che sembrano schiaccianti. In un mondo che ci spinge a pensare in grande, a misurare tutto in termini di impatto e di risultati, quale segreto custodisce per noi, oggi, questa “piccola porzione” di mondo? Può un luogo così piccolo contenere una risposta alle nostre grandi inquietudini?

Le catene invisibili della nostra epoca

Innanzi tutto cerchiamo di definire le principali inquietudini, quegli “elementi” ai quali si riferiva San Paolo scrivendo ai suoi fratelli in Galazia: "Quando eravamo fanciulli, eravamo schiavi degli elementi del mondo" (Gal 4,3). Possiamo riconoscere almeno tre tipi di catene invisibili che legano il cuore.

La prima è la prigione della paura. Non si tratta solo della paura di un pericolo specifico, ma di un'ansia di fondo che è diventata la colonna sonora delle nostre giornate. È come un ronzio costante, una sensazione di camminare su un ghiaccio sottile, sempre in attesa della prossima crepa, della prossima crisi: sanitaria, climatica, economica o personale. Questa incertezza cronica ci prosciuga le energie e ci fa guardare al domani non come a una promessa, ma come a un orizzonte carico di minacce da cui difendersi.

La seconda catena è il veleno del risentimento. Quando la società si frattura e le disuguaglianze crescono, si diffonde un sapore amaro nelle relazioni. È il sentimento di chi si sente escluso, non riconosciuto, lasciato indietro. Questo rancore diventa uno specchio deformante attraverso cui guardiamo gli altri, alimentando sospetto e divisione. Le comunità si sfaldano, il dialogo si spegne e ogni confronto diventa uno scontro. Il risentimento avvelena l'anima, impedendole di gioire per il bene altrui e chiudendola in una sterile lamentela.

Infine, c'è la palude dell'apatia. Il sociologo Zygmunt Bauman ha descritto la nostra epoca come una “modernità liquida”, dove tutto sembra dissolversi prima di potersi solidificare. Questa fluidità costante genera un'immensa stanchezza spirituale. Non è che non ci importi più nulla; è che siamo troppo sfiniti per continuare a sperare, a credere, a impegnarci in progetti a lungo termine. Questa apatia ci isola in bolle di solitudine, anche quando siamo iper-connessi, e ci rende incapaci di immaginare un futuro diverso.

Paura, risentimento e apatia non sono problemi separati; si alimentano a vicenda in un circolo vizioso che spegne la speranza.

Gli antidoti spirituali del Perdono

A queste catene che ci imprigionano, la fede risponde con una proposta di liberazione che viene dall'alto: il Perdono di Assisi. Non si tratta di una formula magica, ma di un vero e proprio allenamento spirituale che offre antidoti concreti per spezzare le nostre schiavitù interiori. I gesti richiesti per accogliere questo dono sono le chiavi per la nostra libertà.

Contro il veleno del risentimento, l'antidoto è la Confessione. Il risentimento si nutre della convinzione di essere nel giusto e che la colpa sia sempre degli altri. La Confessione capovolge questa dinamica. È un atto di umiltà liberatorio in cui smettiamo di giudicare il mondo per guardare onestamente a noi stessi. Riconoscendo per primi la nostra fragilità e il nostro bisogno di misericordia, disinneschiamo la spirale del rancore e apriamo lo spazio per perdonare gli altri, perché anche noi siamo stati perdonati.

Contro la palude dell'apatia, l'antidoto è la Comunione. L'apatia è una forma di esaurimento spirituale, la sensazione di non avere più energie per sperare o per amare. La Comunione è il gesto di chi accetta di essere nutrito, di ricevere una forza che non viene da sé. È l'antidoto alla stanchezza esistenziale, perché ci ricorda che non siamo soli e non dobbiamo fare tutto con le nostre sole forze. È un Amore che ci riempie e ci rialza, riaccendendo il desiderio di donarci.

Contro la prigione della paura, l'antidoto è la preghiera e la professione di fede (Credo). La paura ci isola e restringe il nostro orizzonte al qui e ora, facendoci sentire in balia degli eventi. Pregare e recitare il Credo significa ancorare la nostra piccola e fragile storia a una Storia più grande e sicura, quella di un Dio che ha già vinto il mondo. È un atto di fiducia che allarga il respiro, ci inserisce in una comunione di santi che ci sostiene e ci ricorda che il nostro destino finale non è il caos, ma la casa del Padre.

Vivere il Perdono, quindi, è imparare a usare questi strumenti per vivere secondo la logica del Cielo, non più secondo le logiche schiavizzanti del mondo.

Dal perdono ricevuto al perdono donato

Questa liberazione interiore, però, non è il punto di arrivo. Una grazia ricevuta non è mai un tesoro da custodire gelosamente per sé, ma l'inizio di una generazione. Come l'angelo disse a Maria, "Concepirai un figlio, lo darai alla luce": la grazia è fatta per diventare feconda, per dare vita. Accogliere il perdono di Dio ci rende a nostra volta "fecondi" di riconciliazione.

Una volta che gli antidoti spirituali hanno spezzato le nostre catene, siamo chiamati a diventare noi stessi portatori di liberazione per gli altri. Il grido di Francesco, "Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!", non era la promessa di una fuga dal mondo, ma l'invito appassionato a costruire relazioni nuove, trasfigurate, già qui e ora. Diventare luoghi di perdono significa aprire gli occhi e riconoscere le stesse catene che ci legavano addosso alle persone che incontriamo: l'ansia del vicino, la rabbia del collega, l'apatia di un giovane. Questa potenza generativa non ha bisogno di palcoscenici mondiali, ma trova il suo terreno più fertile proprio in quella “piccola porzione” di mondo che è la nostra vita quotidiana.

Diventare una “piccola porzione” di mondo riconciliato

La Porziuncola rimane "piccola" per ricordarci una verità che la nostra epoca ha dimenticato: non servono piattaforme globali o progetti colossali per iniziare a cambiare il mondo. Basta un cuore disponibile, mani aperte, una parola vera.

Ogni persona che accoglie questo dono diventa a sua volta una "piccola porzione" di mondo dove la logica del perdono può attecchire e fiorire. Non dobbiamo aspettare che cambino le grandi strutture sociali o che si risolvano i conflitti internazionali. La trasformazione inizia adesso, qui, nella porzione di mondo che possiamo effettivamente toccare: la nostra famiglia, il nostro ufficio, il nostro vicinato. Inizia con la decisione di non lasciare che paura, risentimento e apatia abbiano l'ultima parola sulla nostra esistenza.

Questa è la profezia del Perdono di Assisi per noi. In una società che mercifica tutto, ci ricorda che esiste qualcosa di assolutamente gratuito. In un mondo che alza muri, ci mostra una forza che unisce. In un'epoca che cede alla disperazione, ci offre una speranza più forte della morte. Questa forza si chiama perdono. E attende solo il nostro "sì" per trasformare la nostra piccola porzione di mondo in un anticipo di Paradiso.