Il Paradiso all’improvviso
fr. Maggiorino Stoppa
C'è una frase nel Vangelo di questa domenica che, se ci fermiamo un attimo, risuona con una forza particolare: "Il popolo stava a vedere" (Lc 23,35).
Immaginiamo la scena sul Golgota: il frastuono delle grida, gli insulti dei capi, le risate sguaiate dei soldati e il lamento dei condannati. Eppure, in mezzo a questo caos, la folla si ferma. Non deride, non inveisce. Semplicemente sta lì e guarda.
Che qualità ha lo sguardo di quel popolo? E, soprattutto, come guardiamo noi quando ci troviamo di fronte alle croci della vita?
Imparare a guardare
Nella nostra quotidianità siamo spesso ridotti a spettatori passivi. Scorriamo notizie sul telefono, osserviamo immagini di guerre e tragedie in televisione, rischiando di assuefarci al dolore altrui come se fosse uno show che non ci tocca nel vivo. Anche quel giorno sul Calvario, probabilmente, qualcuno era mosso dalla sola curiosità di vedere come sarebbe finito quel triste spettacolo.
Tuttavia, quel "stare a vedere" evangelico suggerisce una possibilità diversa. È simile a quando cerchiamo di fissare il sole: non possiamo farlo a occhi spalancati senza esserne feriti; dobbiamo socchiuderli, filtrare la luce eccessiva per coglierne la forma. Davanti a Gesù in croce accade la stessa cosa. Per comprendere chi sia veramente quel Re appeso a un legno, non basta lo sguardo superficiale di chi cerca il miracolo sensazionale. Serve uno sguardo più profondo, capace di andare oltre il legno insanguinato del patibolo, della sconfitta per intuire, nel silenzio di quell'uomo sofferente, una dignità che non appartiene a questo mondo.
Quel popolo silenzioso rappresenta forse la parte del nostro cuore che smette di giudicare e inizia a percepire la presenza di Dio. Non un Dio che scende dalla croce per dimostrare la sua potenza, ma un Dio che vi resta. Ed è qui il cuore del mistero: non è la sofferenza in sé che salva, e non è il dolore a rendere Re. Ciò che salva è l'amore. La croce non è l'esaltazione del patire, ma la rivelazione di un Amore che non si tira indietro, che non fugge davanti al male ma lo attraversa restando fedele fino alla fine.
Un re fatto di "ossa e carne"
Perché questo Re sceglie di restare? Perché non "salva sé stesso", come gli urlano contro?
Per capirlo, dobbiamo guardare all'antica promessa della prima lettura. Quando le tribù d'Israele riconobbero Davide come re, gli dissero: "Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne" (2 Sam 5,1). Non lo scelsero perché era il più forte o un padrone temibile, ma perché riconobbero in lui un familiare, uno della loro stessa pasta.
Gesù è Re dell'Universo esattamente in questo modo. Sulla croce, spogliato di ogni gloria terrena, ci mostra di essere diventato realmente "ossa e carne" con noi. Non scende dalla croce proprio per non spezzare questo legame. Non è un sovrano distante, assiso su un trono dorato e lontano dalle nostre miserie, ma un Re che ha scelto di abitare la nostra fragilità.
Quando ci sentiamo nudi e indifesi, non siamo soli: il nostro Re è lì. Le sue mani sono ferite come le nostre, il suo cuore conosce la nostra angoscia. Possiamo guardarlo non con il timore dei sudditi, ma con la confidenza dei fratelli, dicendo: "Signore, tu sai cosa sto passando, perché lo stai vivendo con me".
Due voci nel cuore dell’uomo
Sotto la croce e accanto a Lui, i due ladroni incarnano due modi opposti di reagire alla sofferenza, rappresentando le voci contrastanti che spesso abitano il nostro cuore.
Il primo grida: "Salva te stesso e noi!". È la voce della disperazione che vuole solo fuggire. Il suo "e noi" è la richiesta di un Dio "risolutore", utile solo se elimina il problema magicamente. È una fede che cerca il miracolo esteriore e, quando non arriva, finisce per insultare. Quante volte anche la nostra preghiera assomiglia a questa pretesa?
Poi c'è l'altro, il "Buon Ladrone". Egli guarda Gesù e vede ciò che agli altri sfugge: non vede un fallito, vede un Re. La sua preghiera è umile e immensa: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno".
Non chiede di scendere, non chiede di non morire. Chiede di non essere lasciato solo, cerca una relazione. "Ricordati di me" significa "portami nel tuo cuore". Quest'uomo, che aveva sbagliato tutto nella vita, compie alla fine l'atto più giusto: capisce che la salvezza non è la fuga dalla realtà, ma l'incontro con l'Amore che ti abbraccia proprio lì, nel momento più buio.
L’eternità in un istante
La risposta di Gesù è il dono più grande: "Oggi sarai con me nel paradiso".
Quel "con me" è la chiave. Il Paradiso non è solo un luogo da raggiungere dopo la morte, è la comunione con Gesù. E questo miracolo può accadere "oggi". La parola di Dio ci ricorda che non serve essere perfetti per avvicinarsi al Re. I capi religiosi, convinti della loro giustizia, non lo hanno riconosciuto; un malfattore, consapevole della sua colpa ma capace di affidarsi, è stato il primo santo canonizzato direttamente da Cristo.
Il Signore ci chiede solo di non distogliere lo sguardo, di provare a socchiudere gli occhi del cuore per non essere accecati dalle nostre paure. Se avremo il coraggio di dirgli con semplicità: "Signore, sono tue ossa e tua carne, ricordati di me", scopriremo che Lui non aspettava altro per sussurrarci: "Non ti ho mai dimenticato. Oggi, proprio oggi, io sono con te".
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