Il giorno della Speranza
fr. Valerio Berloffa
Il giorno dei Morti di domenica! Una volta tanto il calendario liturgico ci costringe a pensare più ai morti che ai vivi, perché pensando alla morte la nostra vita guadagni in responsabilità ed in qualità.
La festa dei defunti diventa quindi un’ottima occasione per pensare alla nostra morte. Non sappiamo infatti quando, ma è certo che verrà; anzi, è l’unica cosa certa nella vita degli umani, come bene afferma sant’Agostino: "Quando un uomo nasce si possono fare ipotesi diverse: forse sarà bello, forse sarà brutto; forse sarà ricco, forse sarà povero; forse vivrà a lungo, forse non vivrà a lungo. Ma non si dice mai per nessuno: forse morirà, forse non morirà. Questa è l'unica cosa assolutamente certa".
Situazione reale
Ricordando i propri cari defunti si è portati a riflettere sulla propria morte, perché di quella degli altri ne parliamo fin troppo! E’ davanti agli occhi di tutti infatti la banalizzazione con cui ci si interessa con curiosità morbosa della morte degli altri. Certi funerali oceanici e certi primi piani di parenti in lacrime su cui insistono le telecamere sanno più di spettacolo che di sincera solidarietà.
Della propria morte e di quella dei propri cari, al contrario, non se ne parla, anzi, è diventato un vero e proprio tabù! Così, si tengono lontani i bambini dai cimiteri e dal capezzale di nonni e zii morenti; i malati gravi se li circonda di silenzio e di bugie sul loro reale stato di salute. Si muore spesso in solitudine, privi dell’affetto e delle preghiere dei familiari. Le cerimonie funebri vengono ridotte al minimo, sempre che la Messa non sia subito seguita dalla cremazione del defunto. La bara nella fossa non è ancora coperta di terra, che tutti si affrettano a lasciare il cimitero. Questo mi fa pensare ai funerali in Africa, dove i vicini del defunto armati di pale e badili si avvicendano nel coprire di terra la fossa, mentre tutta l’assemblea recita il rosario. Il sacerdote poi mostra una croce di legno e la conficca alla testa del tumulo, mentre si fanno avanti i bambini e le donne del morto e depongono sul mucchio di terra fresca fiori e lumini…
Certo, da noi ci si preoccupa di più di alleviare le sofferenze del morente, ma poi siamo meno sensibili alle condizione interiore con cui egli va incontro alla morte.
Delle tre Messe che oggi ai sacerdoti è permesso di celebrare, ho scelto di commentare la prima, per il messaggio di speranza che trasmette. Mi fermo solo sulla prima lettura e sul vangelo.
“Rispondendo Giobbe disse: “… io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro». (1°lettura)
Quella di Giobbe non è certo la fede di chi, comodamente seduto sul divano, segue in pantofole un dotto dibattito alla TV sulla realtà della risurrezione dai morti. Giobbe è credibile quando dichiara, quasi gridando, la sua incrollabile fede nella giustizia di Dio, e quindi nella risurrezione. La sua vita infatti è costellata di un’incredibile serie di disgrazie che lo hanno ridotto, da ricco e stimato che era, ad un povero uomo malato terminale, abbandonato persino dalla moglie e dai suoi più intimi amici e con la prospettiva di una morte imminente. C’è di che riflettere sulla nostra scarsa fede nell’aldilà e sul nostro modo di sentire e di affrontare il problema della nostra finitezza.
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».(vangelo)
Il fondamento della speranza cristiana di fronte alla morte sta nella ferma volontà di Dio Padre (ripetuto due volte!), che vuole che “chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna, e nell’ultimo giorno venga risuscitato”. Gesù fa questa affermazione all’indomani della moltiplicazione dei pani, gesto ben concreto di solidarietà e di potenza divina, che però era solo un segno dell’eucarestia, “pane di vita eterna perché chiunque mangia di questo pane non muoia, ma abbia la vita eterna”.
Sviluppi
Pensare alla propria morte e a quella dei propri cari per l’uomo di fede diventa quindi naturale.
Certo, se si continua a rivolgere l’attenzione solo alla vita presente, ignorando la fede dei nostri padri nella vita che conta e i continui richiami delle Scritture all’aldilà, non ci si può aspettare di avere la fede di Giobbe! Diciamoci la verità: il nostro interesse per la Chiesa, per i sacramenti e persino per le Parole del vangelo è spesso solo in funzione del vivere bene su questa terra, evitando malattie e sofferenze. Di questi tempi infatti il pensiero della morte e dell’aldilà non è un tabù solo per i materialisti e i non credenti, ma ha cessato di risuonare anche nelle nostre Chiese!!
E’ come se i mass-media, che ormai invadono capillarmente gli ambiti più intimi e sacri della vita, ci abbiano tutti stregati, impedendoci di pensare ad altro che non sia il mondo materiale, i problemi economici e lo star bene quaggiù, senza più alzare lo sguardo ai valori eterni e alla vita che continua nell’aldilà.
Eppure riflettere sulla morte, e ricordare propri defunti non è solo esercizio indispensabile per prepararsi alla morte, ma è soprattutto un deterrente per vivere bene e usare con responsabilità il tempo presente, senza “tirare a campare”, vivendo di espedienti e di piccole gioie giornaliere, che come una droga ci impediscono di prendere seriamente in mano la nostra vita e affrontare con decisione la propria conversione, perché “Il tempo si è fatto breve, e passa la scena di questo mondo!” (1Cor 29;31)
Termino con un’esperienza avuta qualche anno fa durante una “fraternità fra la gente” fatta assieme ad altri due frati in un paesino di montagna, non molto distante da Trento. Stavo facendo visita ad Adriano, un ragazzo di 31 anni che dall’età di 4 soffriva di atrofia muscolare progressiva che lo portava un po’ alla volta alla morte. Ebbene, continuamente intubato in casa e curato amorevolmente giorno e notte dai suoi genitori, mi ha commosso per la sua profonda fede in Gesù. Lo trovai colpito per giunta da bronco-polmonite, e invocava spesso Gesù perché lo venisse a prendere. Tempo fa – mi ha raccontato sua madre - per una flebo un’infermiera gli aveva bucato parecchie volte il braccio in cerca della vena, ma non un gemito gli era sfuggito di bocca. Interrogato se gli facesse male, aveva risposto di sì, ma lui pensava a Gesù, che aveva sopportato in silenzio dileggi e trafitture di spine…
Adriano, Giobbe moderno, ci mostra che anche al giorno d’oggi c’è sempre speranza per chi si fida di Gesù e si affida al suo amore!
“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Né angeli né demoni, né vita né morte, nulla ci potrà mai separare dall’amore… In tutte queste cose noi siamo più che vincitori, grazie a colui che ci ha amati!” ( Rm 8,35-37).
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