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Il fuoco che inquieta

fr. Maggiorino Stoppa

Un fuoco sulla Terra

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Con queste parole potenti e quasi spiazzanti, Gesù svela il desiderio più profondo del suo cuore. Ma che cos'è questo fuoco che Egli desidera così ardentemente? La Bibbia ci insegna che il fuoco è un simbolo dai molti volti: è il fuoco della Parola di Dio che brucia sulle labbra del profeta, ma è anche il fuoco del giudizio divino che purifica e rinnova. Nel Vangelo di Luca, però, questo simbolo acquista una luce particolare. È il fuoco dello Spirito Santo, quella fiamma di amore trasformatore che Gesù, una volta risorto, donerà ai suoi discepoli. Non è una forza che annienta, ma una passione divina che cerca di illuminare, riscaldare e trasformare il cuore dell'umanità. Eppure, questo desiderio ardente è legato a un'angoscia profonda: «Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!» (v. 50). Questo "battesimo" non è altro che una metafora per la sua immersione totale nella sofferenza e nella morte di croce. I vangeli pongono un legame inscindibile tra questi due momenti: la passione di Cristo è la condizione necessaria perché il fuoco dello Spirito possa essere acceso nel mondo. Il fuoco di Pentecoste non è un dono a basso costo; è una fiamma che nasce direttamente dal sacrificio del Calvario. La passione che dovrebbe ardere nel cuore di un cristiano è indissolubilmente legata alla disponibilità ad abbracciare la croce, quella di Cristo e la nostra.

L'alternativa: conformismo o profezia?

Se il fuoco di Cristo è amore, come può Egli pronunciare parole tanto dure? «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione» (v. 51). Come può il "Principe della Pace" affermare di essere venuto a dividere? Per comprendere questo paradosso, ci viene in aiuto il profeta Geremia, che secoli prima aveva smascherato una pace ingannevole: «Ognuno parla di pace con il prossimo mentre nell’intimo gli ordisce un tranello» (Ger 9,7).

Esiste una pace del mondo che Gesù non è venuto a portare. È la pace del "quieto vivere", una fragile tregua costruita su compromessi silenziosi, interessi nascosti e, soprattutto, sulla soppressione della verità. È la pace dei salotti buoni dove si evitano le conversazioni difficili per non turbare l'equilibrio. È una pace che assomiglia più a un'immobilità senza passione che a una vera armonia. Il fuoco che Gesù porta è, invece, il fuoco della Verità. E quando la Verità, incandescente e pura, entra in una relazione, in una famiglia o in una società costruita su fragili menzogne, inevitabilmente provoca una crisi, una divisione. Agisce come una "spada a doppio taglio" che penetra nel profondo del cuore e costringe a una scelta, a uno schieramento.

Questa divisione non è lo scopo di Gesù, ma la conseguenza inevitabile della sua presenza in un mondo che spesso preferisce le comode falsità. La divisione arriva a toccare persino i legami più sacri, quelli familiari, non perché il Vangelo disprezzi la famiglia, ma perché l'adesione alla Verità richiede una lealtà più profonda di quella del sangue. Qui emerge la grande alternativa: da un lato, la tentazione del conformismo, di chi ripete l'opinione dominante per paura del conflitto o dell'esclusione; dall'altro, la vocazione del profeta e del cristiano autentico, che non può tacere il fuoco che porta dentro.

Il prezzo della verità

Nel testo di Geremia (Ger 38) ci viene offerta, nello stesso profeta, un icona vivente di quest’ultima scelta. Egli è l'uomo che porta nel cuore il fuoco di Dio, un fuoco che, come confesserà altrove, non riesce a contenere. Il suo "crimine" è aver pronunciato una verità scomoda. In un momento di crisi nazionale, si rifiuta di unirsi al coro rassicurante di chi diceva "tutto va bene", venendo per questo accusato di disfattismo e di agire contro il bene del popolo. Le sue parole erano una minaccia per il potere costituito.

La punizione è terribile e simbolica: Geremia viene calato in una cisterna perché "affondasse nel fango" (cfr. v. 6). Questo gesto è più di una semplice condanna a morte; è l'immagine di una strategia senza tempo per mettere a tacere le voci profetiche: la "macchina del fango". L'atto di "infangare" una persona significa macchiarne la reputazione, disonorarla, seppellirla sotto una coltre di calunnie e discredito affinché il suo messaggio perda ogni valore. Anche oggi, chi osa mettere in luce le incongruenze del potere, sia esso politico o di altra natura, viene spesso gettato in una cisterna mediatica, dove si tenta di seppellirlo sotto il fango della calunnia e del ridicolo.

Geremia viene tirato fuori dal fango, perché c’è qualcuno che si accorge dell’ingiustizia e interviene. Ma non sempre la storia finisce così. Ancora oggi sono tanti quelli che muoiono nel fango della cisterna dell’odio semplicemente perché hanno avuto il coraggio di dire come stanno le cose. È significativo che a salvare Geremia sia Ebed-Mèlec, uno straniero, un "esterno" al sistema. Un dettaglio che ci ricorda come la giustizia di Dio possa farsi strada attraverso canali inaspettati, spesso al di fuori dei nostri recinti sicuri.

Il coraggio di ardere: la vocazione alla testimonianza

La chiamata a portare il fuoco di Dio non è solo per i grandi profeti: attraverso il Battesimo, riguarda ogni cristiano. Santa Caterina da Siena lo riassume: «Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo». Vivere la propria identità in Cristo è propagare la fiamma divina, come fece Caterina, con coraggio e amore ardente per Dio e la Chiesa.

Questa attitudine ha un nome preciso nella tradizione spirituale: parresia. È un termine greco che indica la "libertà di dire tutto", il coraggio e la sincerità della testimonianza. Non si tratta di semplice schiettezza o maleducazione, ma di una qualità del discorso che sgorga da una relazione personale e profonda con la verità. Nel Nuovo Testamento, la parresia è la franchezza con cui Gesù predica e, dopo la Pentecoste, diventa il tratto distintivo degli Apostoli. Non è un coraggio che l'uomo produce da sé, ma un dono dello Spirito Santo. È questa la virtù che permette al cristiano di "mettere fuoco al mondo", accettando il rischio di finire, come Geremia, in una cisterna.

Discernimento e conflitto

Tuttavia, la parresia non è mai impulsività. È il frutto maturo di una vita spirituale profonda, che richiede almeno due condizioni fondamentali.

La prima è la capacità di discernere i segni dei tempi. Il Concilio Vaticano II ci ricorda che è un "dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo" (Gaudium et Spes, 4). Questo discernimento, però, si muove su due livelli. Esiste un primo livello, sociologico, che osserva i grandi fenomeni del nostro tempo, le tendenze visibili, spesso problematiche. Ma esiste un secondo livello, più profondo e teologico, che cerca di riconoscere dove lo Spirito di Dio è già segretamente all'opera, spesso in luoghi marginali, nascosti e contro-culturali. Un discernimento autentico non si limita a denunciare i mali evidenti del mondo, ma sa anche indicare i germogli fragili del Regno che stanno spuntando in luoghi inattesi. Questo permette di offrire una parola che non è solo di condanna, ma anche di speranza.

La seconda condizione è la disponibilità ad accettare il conflitto per un bene superiore. Papa Francesco, nella sua esortazione Evangelii Gaudium, ci offre un principio guida prezioso: «Il tutto è superiore alla parte». La "parte" può essere la nostra piccola pace personale, il nostro gruppo, la nostra famiglia, una tranquillità locale mantenuta ignorando una verità più grande o un'ingiustizia più vasta. Il "tutto" è il bene universale, l'integrità del Vangelo, la giustizia per l'intera famiglia umana. Il cristiano che vive di parresia è disposto a introdurre "divisione" e conflitto nella propria "parte" se questo è necessario per rimanere fedele al "tutto". È il coraggio di rischiare l'armonia locale per amore della verità universale e della solidarietà globale.

Correre con lo sguardo fisso su Gesù

La vita cristiana, con il suo fuoco e le sue divisioni, potrebbe sembrare una lotta estenuante. La Lettera agli Ebrei, però, la descrive con un'altra immagine: è una "corsa" che richiede disciplina e, soprattutto, perseveranza (Eb 12,1-4).

In questa corsa non siamo soli. Siamo "circondati da una così grande moltitudine di testimoni": Geremia, Santa Caterina e tutti i santi che prima di noi hanno corso, lottato e amato. Il loro esempio ci sostiene e ci incoraggia. Ma la chiave per non perdersi d'animo, per attraversare il fuoco, la divisione e il fango della cisterna, è una sola: "tenere fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento" (Eb 12,2). È Lui il modello supremo. Egli ha sopportato l'ostilità più grande e ha affrontato la croce "di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi".

Il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra è, in definitiva, il fuoco di un Amore che ha attraversato la morte e l'ha vinta. Accogliere questo fuoco significa incamminarsi su un sentiero esigente, a tratti scomodo, ma profondamente gioioso e fecondo.

Quale fiammella di verità Dio ci chiama ad alimentare oggi, nel nostro piccolo mondo, anche a costo di turbare la nostra quiete?