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Il Dio che abita i nostri giorni: la bellezza della vicinanza

fr. Maggiorino Stoppa

Il meraviglioso prologo del vangelo di Giovanni (Gv 1,1-28) ci consegna una frase che, a forza di essere ripetuta, rischia di scivolare via come l’acqua sulla pietra, senza bagnarla davvero: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Ma cosa significa, nel concreto della nostra vita fatta di scadenze, stanchezze e speranze, che l’Infinito ha deciso di farsi "carne"?

Una tenda piantata nella nostra storia

Nella lingua originale del Vangelo, l'espressione che descrive la venuta di Dio tra noi nasconde un’immagine bellissima. Letteralmente significa che Dio ha "piantato la sua tenda". La tenda non è un palazzo di marmo, freddo e inaccessibile; è l'abitazione di chi è in viaggio, di chi condivide la polvere del cammino e l’incertezza del tempo. Dio non ha preso la nostra umanità "in prestito", come si indossa un abito per un’occasione speciale per poi riporlo nell'armadio. Egli si è "fatto" carne. È diventato uno di noi, assumendo non solo la nostra biologia, ma la nostra intera grammatica emotiva. Ha sentito il battito accelerato della gioia e il nodo in gola della tristezza. Ha conosciuto la fatica di chi lavora con le mani e la pace di un abbraccio tra amici.

La santità della nostra fragilità

Spesso pensiamo che per incontrare il sacro si debba fuggire dall'umano. Crediamo che Dio si trovi solo dove tutto è perfetto, puro, etereo. L’Incarnazione, invece, ci dice esattamente il contrario: Dio ha scelto di abitare proprio lì dove siamo più fragili.

Il termine biblico "carne" non indica solo il corpo, ma l'uomo intero nella sua finitezza. Dire che il Verbo si è fatto carne significa che Dio è presente nelle nostre debolezze, nei nostri limiti, persino nelle nostre lacrime. Lui non ha solo "osservato" il nostro dolore dall'alto; lo ha provato nel suo sistema nervoso, lo ha sentito vibrare nel cuore.

Proviamo a chiederci onestamente: questo Dio che ha scelto di vivere accanto a noi, lo sentiamo come un amico che incrociamo ogni giorno nei volti di chi amiamo, o è rimasto soltanto un’idea teorica, qualcosa che appartiene ai libri o ai pochi minuti che dedichiamo ai riti religiosi?

Uno sguardo nuovo sul mondo

Se il Figlio di Dio ha amato con cuore d'uomo e lavorato con mani d'uomo, allora non esiste più nulla di "profano" nella nostra esistenza. Ogni gesto di cura, ogni parola di ascolto, ogni impegno per la giustizia diventa un luogo dove l'Incarnazione continua a operare.

Accogliere questo mistero significa imparare a camminare con fiducia. Non siamo soli nella nostra stanchezza. C’è una Presenza che cammina con noi, che respira con noi. È un Dio che non ci guarda da lontano, ma che ha scelto di fare della nostra umanità la sua dimora permanente.

Lasciamoci allora interrogare da questo realismo dell'Amore. Dio non ci salva "dall'alto", ma "dall'interno". E in questa comunione profonda, ogni nostra piccola storia viene sollevata, guarita e illuminata da una grazia che non smette mai di sussurrarci: "Io sono qui, con te, per sempre".