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Il coraggio di cambiare mentalità

fr. Maggiorino Stoppa

Il Vangelo della seconda domenica di Avvento (Mt 3,1-12) ci invita a lasciare le nostre certezze, le nostre case ben riscaldate e le nostre abitudini consolidate per portarci nel deserto della Giudea. Non è un luogo comodo, il deserto. Lì non ci sono pareti dietro cui nascondersi, non ci sono tetti che proteggono. C'è solo l'essenziale. E c'è una Voce.
È la voce di Giovanni il Battista, ruvida come il suo vestito di peli di cammello, che lancia una sfida che risuona forte: «Convertitevi!».

Oltre il "si è sempre fatto così"

Spesso, quando sentiamo la parola "conversione", il nostro pensiero corre subito all'elenco dei peccati commessi, a qualche sforzo morale da compiere per sentirci "a posto". Ma la parola che usa l'evangelista, metanoèō, ci chiede qualcosa di più vertiginoso. Non si tratta solo di correggere qualche comportamento esteriore. Metanoèō significa letteralmente "andare oltre la mente che abbiamo", cambiare mentalità, rovesciare il nostro modo usuale di pensare.
È un invito a uscire dai nostri "luoghi sicuri". Quante volte ci rifugiamo nelle nostre abitudini religiose, nelle nostre tradizioni, nel rassicurante "si è sempre fatto così"? La vera conversione è il coraggio di accogliere la novità di Dio che scombina i nostri piani. È passare dalla logica del calcolo e del merito — quella logica "di mercato" che spesso inquina la nostra fede e ci fa credere che la salvezza si compri con le nostre prestazioni — alla logica della gratuità e della Casa.

Dio è vicino: questione di relazione, non di chilometri

Giovanni ci dice che dobbiamo convertirci perché «il regno dei cieli è vicino». Attenzione a non fraintendere questa vicinanza. Non è una questione di tempo che manca alla fine del mondo, né di una minaccia che incombe. Quando la Bibbia dice che Dio è vicino, parla di una vicinanza relazionale. Dio si è fatto prossimo. Ha piantato la sua tenda in mezzo a noi.
Se è così, allora non dobbiamo stare col naso all'insù aspettando chissà quali apparizioni o fenomeni straordinari. La nostra fede non si nutre di effetti speciali, ma di manifestazioni. Dio si rivela (si toglie il velo) e si manifesta nella trama delle nostre relazioni, nel volto dell'altro, nella bellezza ferita del creato che siamo chiamati a custodire.
Spesso abbiamo dentro di noi grovigli di strade, pensieri contorti e preoccupazioni che ci impediscono di accorgerci che Lui è già qui, al nostro fianco. Ecco perché il Battista grida di «raddrizzare i sentieri»: è un lavoro di semplificazione interiore. Dobbiamo recuperare quella semplicità che libera il cuore e ci permette di vedere l'Essenziale.

La scure alla radice della superbia

Al Giordano arrivano anche i farisei e i sadducei. Anche loro vanno per ricevere il battesimo di Giovanni, eppure il Battista li tratta duramente: «Razza di vipere!». Perché? Perché il loro era un atteggiamento esteriore. Pensavano di essere al sicuro dicendo: «Abbiamo Abramo per padre!». Si sentivano garantiti dall'appartenenza, dal ruolo, dall'essere i "primi della classe".
Ma nel Regno di Dio non ci sono rendite di posizione. Non serve a nulla vantarci di conoscere le Scritture o di frequentare il tempio se il nostro cuore è lontano. Gesù ci libera dalla necessità di dover essere sempre i primi, di dover dimostrare il nostro valore attraverso i titoli o le discendenze.
Il Battista chiede «frutti degni della conversione». Quali sono questi frutti? Sono i gesti di una vita cambiata dall'incontro con l'Amore: la capacità di condividere, di perdonare, di non trattare mai l'altro come una merce o un numero. Se la radice è sana, l'albero porta frutto.
E qui arriviamo all'immagine forse più forte: «Già la scure è posta alla radice degli alberi».
Non dobbiamo avere paura di questa scure. Non è lo strumento di un Dio che vuole distruggerci, ma di un "Agricoltore" sapiente che vuole liberarci. Forse quella radice di cui si parla è il "fittone" (la radice principale che scende verticale e profonda nel terreno) del nostro egoismo, quella superbia radicale che ci ancora alla terra e ci impedisce di crescere verso il cielo.
Ci sono momenti nella vita — fallimenti, crisi, "piccole morti" quotidiane — in cui sentiamo il colpo di questa scure. Sembra la fine, ma in realtà è l'inizio di una vita nuova. È il taglio necessario perché possiamo smettere di vivere per noi stessi e iniziare a vivere da figli.

Il germoglio nelle crepe dell'umiltà

Quindi non si tratta di aggiungere "cose" alla nostra vita, ma provare a togliere ciò che ingombra. Proviamo a sciogliere qualche nodo, a semplificare i nostri percorsi interiori. Lasciamo che la Parola di Dio tagli le radici del nostro orgoglio e delle nostre false sicurezze. Solo così potremo scoprire che quel germoglio di cui parla il profeta Isaia (Is 11,1) sta spuntando proprio lì, nelle crepe della nostra umiltà.