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Fiorire nel deserto: La lezione di Santa Chiara per il nostro tempo

fr. Maggiorino Stoppa

Il rumore del mondo e la nostalgia del silenzio

Viviamo in un'epoca immersa in un rumore che pare perpetuo. Non è soltanto un frastuono di suoni che assedia le nostre città e le nostre case, ma un rumore più sottile e pervasivo che abita la nostra interiorità. È il brusio incessante degli schermi che scorriamo compulsivamente, la cacofonia di opinioni che ci bombardano, la frenesia di un'agenda sempre troppo piena. È il rumore dell'accumulo, di oggetti che promettono una felicità che non mantengono, di impegni che ci fanno sentire importanti ma ci lasciano svuotati. In questo frastuono, il silenzio è diventato qualcosa da fuggire, uno spazio vuoto che ci spaventa. Sembra un lusso che non possiamo permetterci, un'inattività che ci fa sentire in colpa.

Unita a questo rumore, avvertiamo una spinta costante a celebrare la forza, l'efficienza, la perfezione. Ci sentiamo perennemente sotto esame, spinti a mostrare il nostro lato migliore, la nostra versione più performante. La nostra cultura, spesso, non accetta, non accoglie e non ama la debolezza. E così, impariamo presto a indossare delle maschere, a nascondere le nostre crepe, a vergognarci delle nostre fragilità. Temiamo che, se gli altri vedessero le nostre debolezze, il nostro valore diminuirebbe ai loro occhi e, forse, anche ai nostri. Questo sforzo costante di apparire invincibili ci logora, appesantisce il cuore e spegne l'entusiasmo.

In un contesto simile, anche la contemplazione è spesso considerata una stranezza, un'attività improduttiva per sognatori. Paradossalmente, mentre fuggiamo il silenzio della preghiera, cerchiamo rifugio in svariati percorsi di meditazione che promettono benessere e pace interiore. Ma cosa può dirci oggi, in questo nostro mondo così rumoroso e spaventato dalla fragilità, una donna come Chiara d'Assisi, che ha scelto il silenzio, la povertà e la clausura?

Dal frastuono degli idoli alla voce che parla al cuore

Di fronte al nostro smarrimento, al nostro inseguire idoli che ci lasciano più vuoti di prima, la Parola di Dio ci offre una prospettiva radicalmente diversa. Il profeta Osea ci consegna un'immagine di Dio di una tenerezza disarmante. Vedendo il suo popolo, Israele, correre dietro a falsi amanti che promettono fertilità e sicurezza, Dio non lo punisce con la violenza, non lo umilia con il rimprovero. Al contrario, gli rivolge un invito d'amore: «Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16).

Il verbo ebraico usato che traduciamo con "sedurre", non ha la connotazione negativa di un inganno manipolatorio. Indica piuttosto un'attrazione irresistibile, un corteggiamento così affascinante da "condurre a sé", come una calamita che attrae il ferro senza forzarlo. È un'iniziativa d'amore che sorprende, un "dirottamento" divino che sposta la nostra attenzione dagli idoli rumorosi alla sua voce silenziosa. Dio non si impone, ma ci corteggia. Non ci costringe, ma ci attrae.

Per noi, il deserto evoca immagini di aridità, solitudine e morte. Ma nella storia della salvezza, il deserto è il luogo privilegiato dell'incontro con Dio. È lo spazio del silenzio, dove le voci assordanti degli idoli finalmente tacciono. È il luogo della verità, dove, spogliati delle nostre false sicurezze, possiamo finalmente ascoltare la voce che conta, quella che non parla alle orecchie, ma "parla al cuore". È lì, nel deserto dell'essenziale, che Dio rinnova la sua alleanza, promettendo di non essere più un "padrone" (Baal), ma uno "sposo" (Marito mio), in una relazione basata non sul dominio, ma sull'amore, la giustizia e la fedeltà.

La scelta di Santa Chiara, più di ottocento anni fa, appare allora in tutta la sua attualità. Il suo entrare nel monastero di San Damiano non fu una fuga dal mondo, ma la risposta coraggiosa a questo invito divino. Scelse di entrare nel suo "deserto" per fare silenzio, per lasciare spazio all'Unico che poteva colmare la sua sete di infinito. La sua testimonianza oggi ci pone delle domande esigenti: qual è il "deserto" in cui il Signore mi sta chiamando? Dove posso trovare un angolo di silenzio per ascoltare la voce che parla al mio cuore?

Quando la debolezza diventa trasparenza di Dio

E se la nostra fragilità, quella che cerchiamo disperatamente di nascondere, non fosse un errore di fabbricazione, ma una benedizione? Se le nostre crepe non fossero un difetto, ma il luogo stesso della grazia? L'apostolo Paolo, nella sua Seconda Lettera ai Corinzi, ci offre una delle immagini più potenti e contro-intuitive di tutta la Scrittura: «Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2Cor 4,7). Un vaso di creta, nell'antichità, era un oggetto comune, economico, fragile e facilmente sostituibile. Paolo ci dice che noi siamo così: fragili, limitati, mortali. Il "tesoro" che portiamo dentro, invece, è di un valore inestimabile: è la conoscenza della gloria di Dio, è la vita stessa di Cristo risorto che abita in noi.

Santa Chiara d'Assisi ha vissuto questo mistero sulla sua pelle in modo radicale. È l'icona vivente del tesoro in un vaso di creta. Le fonti storiche, in particolare gli atti del suo processo di canonizzazione, ci dicono che dei quarantadue anni trascorsi nella clausura di San Damiano, ben ventotto li passò a letto, immobilizzata da una grave e continua malattia. Il suo corpo era un "vaso di creta" visibilmente segnato, spezzato. Secondo la logica del mondo, questi sarebbero stati anni di inutilità, una vita sprecata. Ma per Chiara, l'infermità divenne il suo altare, e la sua immobilità il campo del suo più fecondo apostolato. La sua malattia non fu un ostacolo alla carità, ma il suo strumento. Costretta a letto, la sua carità si trasformò: non potendo più "fare", si concentrò sull'"essere", e la sua stessa esistenza sofferente divenne una preghiera e una testimonianza luminosa.

Le testimonianze sono commoventi. In ventotto anni di sofferenza, nessuno la sentì mai lamentarsi. Dalla sua bocca non uscivano mormorazioni, ma solo parole di ringraziamento e di lode. La sua gioia era così evidente che consolava chiunque andasse a visitarla. La sua fragilità fisica rendeva ancora più abbagliante la luce del tesoro che portava dentro. Era chiaro a tutti che quella pace e quella carità non potevano venire dalla sua forza umana, ma solo da Dio. Le sue ultime parole, sussurrate poco prima di morire, sono la sintesi di tutta la sua vita: «Tu, Signore, sii benedetto, Tu che mi hai creata». Non vedeva la sua vita, inclusa la lunga e dolorosa malattia, come una sventura, ma come un atto creativo e amorevole di Dio, degno di benedizione.

La povertà: Spazio vuoto per l'incontro con Dio

Come è stata possibile una tale santità? Qual è il segreto della luce di Chiara? La risposta sta nella sua scelta radicale, ostinata e gioiosa: la "altissima povertà". Chiara ha lottato per tutta la vita per ottenere dalla Chiesa il "Privilegio della povertà", il diritto di non possedere nulla, di vivere "senza nulla di proprio". Nella sua Regola, esorta le sue sorelle a non volere «mai avere altro in perpetuo sotto il cielo, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre».

Questa non era una semplice scelta ascetica o un'opzione sociologica. Era un atto profondamente teologico. Scegliendo di non possedere nulla, Chiara stava svuotando il suo "vaso di creta" da ogni sicurezza umana, da ogni idolo, da ogni appiglio che potesse occupare il posto di Dio. La sua povertà era la traduzione esistenziale del primo comandamento: "Non avrai altro Dio all'infuori di me". Rifiutando di possedere, Chiara rifiutava di porre la sua fiducia e il suo cuore in qualsiasi cosa che non fosse Dio stesso. In questo modo, creava dentro di sé lo spazio vuoto, il "deserto" necessario perché il Tutto, che è Dio, potesse abitarla completamente.

Qui emerge una differenza fondamentale tra la contemplazione cristiana vissuta da Chiara e molte pratiche meditative moderne. La contemplazione di Chiara non è una tecnica per raggiungere uno stato di calma interiore o per svuotare la mente come fine a se stesso. È un incontro d'amore. È la relazione tra un "io" e un "Tu" personale, vivo e amante. Non è il risultato di uno sforzo umano, ma un dono gratuito, una grazia infusa che Dio concede a chi si dispone ad accoglierla. Il vuoto della povertà clariana non è la meta, ma la condizione per l'incontro; non è un vuoto sterile, ma lo spazio dell'attesa dello Sposo. Scegliendo di non avere nulla, Chiara si è resa totalmente disponibile ad accogliere Tutto.

La vera regalità è servire

Nello stesso periodo in cui componeva il Cantico, Francesco dettò un altro testo, un canto di esortazione e consolazione appositamente per Chiara e le Povere Dame di San Damiano, noto come Audite Poverelle. Anche questo testo, di cui celebriamo gli ottocento anni, si conclude con una promessa luminosa che svela il destino ultimo di una vita vissuta nella povertà e nel servizio.

Francesco, rivolgendosi alle sorelle malate e a quelle che le assistono con fatica, dice:

«Quelle ke sunt adgravate de infirmitate
et l'altre ke per loro suò adfatigate,
tutte quante lo sostengate en pace.
Ka multo venderi(te) cara questa fatiga,
ka cascuna serà regina
en celo coronata cum la Vergene Maria.»

La "fatiga", la sofferenza della malattia e la stanchezza del servizio, non è una maledizione, non è una sofferenza vana. È, al contrario, un prezzo prezioso ("multo venderite cara", la pagherete a caro prezzo) che acquista un tesoro inestimabile: la regalità. La vita nascosta, umile, povera e servizievole non conduce all'annientamento o alla diminuzione, ma alla massima esaltazione. È il paradosso del Vangelo che si compie: chi si fa piccolo sarà reso grande, chi serve diventerà signore, chi si umilia sarà esaltato.

Questa promessa capovolge la nostra idea di nobiltà e di potere. La vera regalità, secondo il Vangelo, non consiste nel dominare, ma nel servire; non nell'accumulare, ma nel donarsi. Svuotandosi di sé, Chiara è stata riempita di Dio. Scegliendo di non possedere nulla, ha ereditato tutto. Facendosi piccola e serva di tutte, è stata incoronata regina, associata in questo destino alla Vergine Maria, Regina del cielo perché prima di tutto è stata l'umile "serva del Signore". La corona celeste non è una ricompensa che sarà ricevuta poi, come alla fine di una gara, ma è la piena realizzazione della persona che Chiara e le sue sorelle sono diventate sulla terra, grazie a una vita di amore e servizio.

Un sentiero di pace per i nostri cuori inquieti

La testimonianza di Chiara d'Assisi, così lontana nel tempo, si rivela un sentiero di pace sorprendentemente attuale per i nostri cuori inquieti. Ci invita a non avere paura dei nostri deserti, interiori ed esteriori, ma a cercarli come luoghi di grazia, spazi benedetti dove finalmente Dio può parlare al nostro cuore.

Ci incoraggia ad amare i nostri "vasi di creta". Ci esorta a smettere di vergognarci delle nostre crepe e a riconoscerle, con gratitudine, come le fessure necessarie attraverso cui la luce di Dio può illuminare noi e il mondo. Ci insegna che la nostra debolezza, se accolta e offerta, non è il nostro più grande problema, ma la nostra più grande opportunità.

Ci esorta, infine, a rimanere uniti a Cristo, come il tralcio alla vite (cfr. Gv 15,4-10). Il tralcio, da solo, è fragile e non può produrre nulla. Tutta la sua vita, tutta la sua forza, tutta la sua capacità di portare frutto dipendono unicamente dalla sua unione con la vite. Così è per noi. La nostra fecondità non dipende dalla nostra forza o dalla nostra perfezione, ma dalla nostra capacità di "rimanere" in Lui, di lasciare che la sua linfa, la sua vita, scorra attraverso la nostra povertà.

Il percorso di Chiara – dal rumore del mondo al silenzio del deserto, dall'accoglienza della propria fragilità alla scelta della povertà, fino alla promessa della regalità – non è un modello irraggiungibile. È la mappa del cammino cristiano, offerta a ciascuno di noi. La sua vita è una promessa luminosa: anche la nostra esistenza, con tutte le sue fatiche e le sue fragilità, se vissuta nell'amore e ancorata in Dio, può diventare un capolavoro di luce e un canto di lode al Creatore, Padre di tutti.