Dall'attesa di Abramo all'ascolto di Maria
fr. Maggiorino Stoppa
Dall'attesa di Abramo all'ascolto di Maria
L'episodio biblico di Abramo alle Querce di Mamre, narrato nel libro della Genesi (Gen 18,1-10), si apre con una scena carica di significato. Il testo ci presenta Abramo seduto all'ingresso della sua tenda "nell'ora più calda del giorno". Questo dettaglio temporale e ambientale non è casuale: il caldo torrido, il silenzio e il paesaggio desertico circostante creano un'atmosfera di sospensione e attesa.
Questo paesaggio esteriore è lo specchio fedele del deserto che Abramo abita nel suo cuore. È un uomo anziano, la cui vita è stata spesa nell'attesa di una promessa che tarda a compiersi, quella di una discendenza, che ora sembra umanamente impossibile. Il silenzio del deserto potrebbe essere il silenzio di Dio nella sua vita; l'aridità della terra, l'aridità di un futuro che appare sterile.
Quante volte anche la nostra vita assomiglia a questo paesaggio? Ci sono stagioni che sono vere e proprie "ore più calde", momenti in cui il cammino si fa faticoso e il cuore arido. Sono i deserti delle nostre delusioni: sogni infranti, progetti falliti, relazioni inaridite. Sono i deserti della speranza che vacilla, delle certezze che crollano di fronte alla durezza della realtà, del silenzio che sembra inghiottire ogni preghiera. In questi luoghi dell'anima, la tentazione è quella di chiudersi nella propria tenda, di abbassare lo sguardo, di rassegnarsi a un orizzonte senza vita.
Eppure, Abramo non è rassegnato. È seduto, sì, ma "all'ingresso della tenda", come una sentinella che scruta l'orizzonte. La sua non è l'immobilità della sconfitta, ma la quiete vigile di chi, nonostante tutto, continua ad attendere.
Il deserto che rende vigili
Nella spiritualità biblica, il deserto è un luogo profondamente ambivalente. Da un lato, è simbolo del caos, della solitudine, della "non vita". È un luogo spaventoso, abitato da pericoli, dove si patiscono la fame e la sete e si è messi a dura prova. È l'immagine di un cuore lontano da Dio, ridotto a una terra arida e desolata.
Dall'altro lato, però, è proprio in questo vuoto, in questo silenzio, che Dio sceglie di parlare. Non è un caso che in ebraico la parola "deserto" (midbar) condivida la stessa radice del verbo "parlare" (dabar). Il deserto diventa così il luogo per eccellenza dell'ascolto, della rivelazione, dell'incontro intimo con Dio, lontano dalle distrazioni e dalle false sicurezze del mondo. È uno spazio che spoglia dell'inessenziale per condurre al cuore della fede. I nostri deserti personali, dunque, non sono necessariamente luoghi di abbandono, ma possono diventare spazi sacri di trasformazione, dove la nostra fede viene purificata e il nostro orecchio si fa più attento alla voce di Dio.
Scrutare l’orizzonte della possibilità
La grandezza di Abramo risiede proprio in questa capacità di abitare il suo deserto senza lasciarsene divorare. La sua postura, seduto all'ingresso della tenda, non è di chiusura ma di apertura. È la posizione di chi veglia, di chi è di sentinella non tanto per difendersi, quanto per accogliere. Il testo biblico sottolinea la dinamica del suo sguardo: "Egli alzò gli occhi e vide". Questo alzare gli occhi è un atto di fede, è la decisione di non rimanere ripiegato sulla propria frustrazione e sulla propria sterilità, ma di continuare a guardare fuori, a scrutare l'orizzonte della possibilità.
La sua reazione all'arrivo dei tre viandanti è la prova di questo cuore vigilante. Non esita, non valuta, non misura. "Appena li vide, corse loro incontro". È lo slancio di un uomo la cui capacità di accogliere non è stata inaridita dalla lunga attesa. Ha mantenuto una disponibilità radicale all'inedito, alla visita inaspettata che può cambiare ogni cosa.
L'affanno che dimentica l'ospite
Il Vangelo di Luca ci presenta un'altra scena di ospitalità, nella casa di Betania (Lc 10,38-42). Anche qui, come per Abramo, è una visita che porta la presenza del Signore. Ma l'atmosfera è diversa. Se l'attesa di Abramo sfocia in una comunione feconda, l'accoglienza di Marta rischia di perdersi in un affanno che isola.
È importante sottolineare, prima di ogni altra cosa, la grandezza del gesto di Marta. È lei che prende l'iniziativa: "una donna, di nome Marta, lo ospitò". Marta ama il Signore e desidera onorarlo nel migliore dei modi. Il suo darsi da fare non nasce dalla vanità, ma da un cuore che vuole servire.
Il problema di Marta non è cosa fa, ma come lo fa. L'evangelista Luca scrive che Marta “era distolta per i molti servizi” (Lc 10,40) usa un verbo che viene tradotto con "era distolta", "era distratta", ma il suo significato letterale è ancora più forte: essere tirato da tutte le parti, essere assorbito e trascinato via. Marta è interiormente frammentata. Il suo cuore è tirato in mille direzioni dalle "molte cose" che sente di dover fare. Questa agitazione interiore le fa perdere il centro. Marta è così assorbita dai mezzi dell'ospitalità (il cibo, il servizio) da perdere di vista il fine: la comunione con l'ospite. La sua generosità si trasforma in ansia, il suo servizio in affanno. È la fotografia spirituale di tante nostre giornate, dominate dalla tirannia dell'urgente sull'essenziale, da un fare frenetico che ci svuota invece di riempirci. Il frutto è un profondo senso di solitudine e di risentimento. La sua lamentela a Gesù è rivelatrice: "Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti". In questa frase c'è tutto il suo dramma: si sente non vista da Gesù, abbandonata dalla sorella e carica di un peso ingiusto. Il suo servizio, nato dal desiderio di unire, finisce per dividerla da tutti: da Maria, che ora vede come un'avversaria pigra, e da Gesù, a cui si rivolge non più con la fiducia della discepola, ma con la pretesa di chi si sente in credito. Il suo affanno ha eretto un muro invisibile tra lei e l'Ospite che voleva onorare.
La scelta della parte migliore
Di fronte all'agitazione di Marta, risalta la calma assorta di sua sorella Maria. La sua non è pigrizia o disinteresse, ma una scelta radicale e consapevole. Maria è "seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola". Questa non è una posizione di riposo, ma la postura ufficiale del discepolo di fronte al suo rabbì, al suo maestro. Maria ha capito che la presenza di Gesù nella sua casa è un kairós, un momento di grazia unico e irripetibile, e che l'azione più importante, in quel momento, è mettersi in ascolto. Ha intuito una verità fondamentale della vita spirituale: per poter ben fare, bisogna prima di tutto ascoltare. Sta scegliendo di nutrire l'anima prima di preoccuparsi di nutrire il corpo.
Il primato della relazione
La risposta di Gesù a Marta illumina il cuore del Vangelo: "Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta". Gesù non condanna il servizio di Marta, ma la sua ansia. L'opposizione non è tra azione e contemplazione, ma tra un fare agitato e un ascolto che mette al centro la relazione.
L'"unica cosa di cui c'è bisogno" non è un'altra attività da aggiungere alla lista, ma è il centro unificante di tutto: la comunione con Lui. È la scelta di lasciarsi amare senza dover prima dimostrare qualcosa. Maria ha scelto la "parte migliore" perché ha scelto la sorgente, non solo le azioni che da essa scaturiscono. Ha scelto di essere con Gesù, prima di fare per Gesù.
Questa scelta non è una fuga dal mondo o dalle responsabilità. Al contrario, è ciò che rende possibile un servizio autentico e non ansioso. L'ascolto di Maria è il fondamento che avrebbe potuto dare pace e senso anche al servizio di Marta. Senza questa "unica cosa", le "molte cose" diventano una forza caotica che ci disperde e ci svuota. La scelta di Maria non è l'alternativa al servizio, ma la sua condizione indispensabile, la sorgente segreta che lo rende fecondo e gioioso.
La nostra solitudine, luogo dell'unica cosa necessaria
La lamentela di Marta, "mi ha lasciata sola", ci riporta al punto di partenza: il deserto, la solitudine. Ma la risposta di Gesù capovolge la prospettiva. Proprio nel momento in cui Marta si sente più sola, Gesù la invita a riconoscere "l'unica cosa di cui c'è bisogno".
Forse, allora, le nostre solitudini, i nostri deserti, non sono solo luoghi di prova, ma anche preziose opportunità. Quando le "molte cose" vengono a mancare, quando i nostri affanni si rivelano vani e ci ritroviamo soli, forse è proprio allora che siamo più disposti a sederci ai piedi del Signore. È in quel vuoto che può risuonare con più chiarezza la sua Parola. È in quella povertà che possiamo riscoprire che la sua Presenza è l'unica vera ricchezza.
Come Abramo nell'ora più calda, siamo invitati a rimanere sulla soglia della nostra tenda, con gli occhi alzati, pronti ad accogliere la visita che può cambiare tutto. E come Maria, siamo chiamati a scegliere ogni giorno la "parte migliore": quella relazione con Lui che dà pace al cuore, unifica la vita e trasforma ogni nostro servizio in un atto d'amore fecondo e gioioso. Perché è solo rimanendo in Lui che anche i nostri deserti possono fiorire.
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