Dalla Protesta alla proposta: il cammino della fede che serve
fr. Maggiorino Stoppa
Il coraggio di interrogare Dio: "fino a quando, Signore?"
A volte, la preghiera più sincera non è un canto di lode, ma un grido di protesta, come quello del profeta Abacuc: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti? Perché mi fai vedere l’iniquità?» (Ab 1,2-3). Le sue parole, nate in un’epoca di violenze e incertezze, risuonano ancora oggi, esprimendo lo smarrimento davanti al male. Abacuc vive alla fine del VII secolo a.C., in un periodo di grandi sconvolgimenti. Dopo il crollo dell’impero Assiro, una nuova minaccia incombe: i Babilonesi, ancora più spietati. Il grido del profeta, però, non è segno di resa, ma di fede audace. Non accusa l’assenza di Dio, ma chiede perché non agisca come il Dio giusto che conosce. Questo lamento è parte di un dialogo autentico con Dio, dove il dubbio e la protesta diventano preghiera, mantenendo viva la relazione anche nei momenti di silenzio.
La risposta che orienta il cuore: "il giusto vivrà per la sua fede"
Di fronte al lamento del profeta, Dio non offre soluzioni immediate né spiegazioni sul male. Risponde: «Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette [...] È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà» (2,2-3). Non promette di eliminare i Babilonesi subito, ma garantisce che la violenza non avrà l’ultima parola. C’è un tempo per la giustizia che non verrà mancato. Nel frattempo, come vivere? La risposta è: «Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» (2,4). La parola ebraica 'emûnāh', tradotta con "fede", indica "stabilità", "costanza", "fedeltà". Dio non chiede certezza né di reprimere dubbi, ma di restare fedeli a Lui, anche nel caos. La fede è resistere alla tempesta, rimanendo saldi e fiduciosi nella promessa di Dio.
Una fede da vivere, non da misurare: "accresci in noi la fede!"
Secoli dopo, gli apostoli si trovano di fronte a una richiesta che li fa sentire inadeguati. Gesù parla di evitare lo scandalo e di perdonare il fratello "sette volte al giorno" (Lc 17,5-10). Sentendo il peso di un amore così radicale, esclamano: «Accresci in noi la fede!» (v. 5). La loro richiesta, seppur sincera, riflette un fraintendimento: vedono la fede come un potere da accumulare per compiere grandi imprese. Gesù, invece, ribalta questa logica: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe» (v. 6). Non conta quanta fede si ha, ma in chi si ripone. Anche un briciolo di fede autentica, come relazione viva con Dio, ci connette alla Sua onnipotenza. Gesù suggerisce che non serve sentirsi "pieni di fede" per agire. È nell’umile servizio quotidiano, nel perdono e nell’amore concreto che la fede si rafforza e si incarna. L’azione non è il risultato della fede, ma il suo ambiente naturale.
La libertà dei "servi senza utile"
Per illustrare questa verità, Gesù racconta una breve parabola, spesso difficile da comprendere: quella del servo che torna stanco dal lavoro nei campi e, invece di riposare, deve ancora servire il padrone a tavola. La conclusione è spiazzante: «Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (v. 10). Questa frase ha generato molta angoscia, ma il suo significato è profondamente liberatorio se compreso correttamente. La parola greca tradotta con "inutili" non significa "senza valore" o "incapaci". Significa piuttosto "senza utile", nel senso di "senza diritto a un profitto", "senza pretese di ricompensa". Gesù non sta umiliando i suoi discepoli; li sta liberando da una spiritualità mercantile, basata sul merito e sulla prestazione. Sta smantellando l'idea che ogni nostra azione buona sia un credito che accumuliamo presso Dio, in attesa di un premio. La logica del Regno è diversa: è la logica del dono, della gratuità. Il vero credente non serve per ottenere una ricompensa, ma perché servire è la sua identità più profonda, l'espressione naturale del suo essere figlio amato dal Padre. La gioia non sta nel plauso finale del padrone, ma nel servizio stesso, nella comunione che si crea compiendo la volontà di Colui che amiamo. Essere "servi senza utile" ci libera dall'ansia spirituale di dover costantemente misurare la nostra performance, di chiederci se abbiamo fatto abbastanza per meritare l'amore di Dio. Ci permette di agire non per renderci amabili, ma perché siamo già amati in modo incondizionato. È il passaggio da una religione di schiavi ansiosi a una fede di figli liberi, che trovano la loro realizzazione nel donarsi senza calcolo.
Ravvivare la fiamma, custodire il tesoro
Come vivere questa fede stabile nel quotidiano? Paolo, scrivendo a Timoteo, esorta con due verbi: «Ravviva il dono di Dio [...] Custodisci il bene prezioso mediante lo Spirito Santo» (2Tm 1,6.14). Questo "bene prezioso", il Vangelo e la vita nuova in Cristo, non è una conquista, ma un dono da coltivare e proteggere. Ravvivare significa riaccendere il fuoco sotto la cenere della paura o della routine, mentre custodire implica difendere questo tesoro dallo "spirito di timidezza", vivendo con forza, carità e prudenza. La fede non è uno sforzo eroico verso un Dio lontano, ma un lavoro quotidiano di giardinaggio spirituale: coltivare il seme donato dallo Spirito Santo, affinché porti frutti di servizio, perseveranza e amore. È così che, anche quando il mondo intorno a noi sembra un deserto arido, il giusto può continuare a vivere, non per la sua forza, ma per la sua incrollabile e serena fiducia.
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