Skip to main content

Alzare lo sguardo per guarire

  • a calendario: OFF
  • In Bacheca: ON

Cosa significa, davvero, "esaltare" la Croce? La domanda sorge quasi inevitabile ogni volta che il calendario liturgico ci pone davanti a questa festa solenne. La parola stessa, "esaltazione", evoca immagini di trionfo, di gloria, di clamore. Eppure, l'oggetto della nostra venerazione è uno strumento di tortura, il simbolo di una sconfitta pubblica e di una morte infamante. Come conciliare questo paradosso? Forse, la chiave non sta nel cercare di coprire la crudezza del legno con ori e incensi, ma nell'accogliere il suo silenzio assordante. Spesso, un'esaltazione troppo rumorosa della Croce, quasi fosse un vessillo di guerra da sventolare con orgoglio, rischia di tradirne il mistero più profondo. La vera maestà della Croce è la grandezza silenziosa di un amore che si spoglia di tutto, che non trattiene nulla per sé, che si dona senza condizioni. È la maestà di un amore che, come ci racconta l'evangelista Giovanni, ama i suoi "sino alla fine" (Gv 13,1). Non è un amore che si disperde in mille parole, ma che si concentra in un unico gesto di totale offerta.

La mormorazione che morde l’anima

Il libro dei Numeri ci presenta una scena che è la fotografia di ogni nostro cammino spirituale, con le sue fatiche, le sue deviazioni e le sue crisi di fede (Nm 21,4-9). Il popolo d'Israele è in viaggio, un viaggio che sembra interminabile. La necessità di "aggirare il territorio di Edom" rappresenta una di quelle deviazioni impreviste della vita, uno di quei percorsi più lunghi che mettono a dura prova la nostra resistenza e la nostra fiducia. Il cuore del dramma è racchiuso in una frase tanto semplice quanto potente: "il popolo non sopportò il viaggio". Quante volte anche noi non sopportiamo il nostro viaggio? Quando la strada si allunga, la meta sembra svanire all'orizzonte e la fatica prosciuga ogni speranza. È in quel momento che, come Israele, iniziamo a mormorare. La loro lamentela è terribile, perché non è solo un'espressione di stanchezza, ma un'accusa diretta a Dio e alla sua guida: "Perché ci avete fatto salire dall'Egitto per farci morire in questo deserto?" (v. 5). È qui che si annida il veleno. La mormorazione, la sfiducia, il rimpianto per una schiavitù passata che appare preferibile a una libertà faticosa, sono un veleno che il popolo produce dentro di sé. E questo veleno interiore si materializza all'esterno. I "serpenti brucianti" che iniziano a mordere la gente non una punizione calata dall'alto, ma piuttosto la conseguenza concreta e mortale del veleno interiore (come la sfiducia e la lamentela) che il popolo stesso ha lasciato crescere nel proprio cuore.

Alzare lo sguardo per guarire

Di fronte al popolo che muore, morso dal suo stesso veleno, Mosè intercede. La sua preghiera è logica e umana: chiede a Dio di "allontanare i serpenti". Tuttavia Dio non elimina la prova. I serpenti restano nel deserto. Questa è una lezione fondamentale per una fede adulta: Dio non ci promette una vita senza difficoltà, senza prove, senza la presenza del male e della sofferenza. La sua salvezza non è una fuga dalla realtà, ma una via di guarigione all'interno della realtà. La soluzione divina è un comando paradossale: "Fatti un serpente e mettilo sopra un'asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita" (v. 8). Dio chiede a Mosè di forgiare l'immagine stessa di ciò che sta portando morte e di innalzarla, di trasformarla in un segno di salvezza. La guarigione non viene dal distogliere lo sguardo dal problema, ma dal guardare la fonte del dolore trasfigurata dalla potenza di Dio. È un invito a confrontarsi con la propria ferita, ma a farlo attraverso un nuovo punto di vista, quello offerto da Dio. Secoli dopo, in un dialogo notturno con Nicodemo, Gesù stesso svela il significato ultimo di questo strano evento. Le sue parole collegano indissolubilmente l'asta di Mosè al suo destino: "E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (Gv 3,14). La Croce è il nostro serpente di bronzo. Su quel legno è innalzato Colui che, pur senza conoscere peccato, si è "fatto peccato" per noi, ha preso su di sé tutto il veleno della nostra disobbedienza, della nostra violenza, della nostra morte, per trasformarlo in un farmaco di vita eterna. Alzare lo sguardo verso il Crocifisso, quindi, è molto più di un atto di pietà o un’abitudine religiosa. È l'atto di fede per eccellenza. Significa avere la fiducia totale che Dio ha capovolto la situazione, trasformando la morte in vita, la fragilità in forza e la condanna in salvezza per l'umanità. La salvezza, però, richiede la nostra partecipazione attiva. Gli israeliti non venivano guariti passivamente; dovevano compiere un'azione: guardare. Chi si rifiutava di alzare lo sguardo, moriva. Allo stesso modo, a noi è chiesto di non distogliere lo sguardo dalla Croce, di non fuggire di fronte alla realtà del dolore e del male, ma di avere il coraggio di guardarli attraverso Cristo. Guardare il Crocifisso significa confrontarsi con la nostra fragilità, con la nostra mortalità, con il nostro peccato, ma scoprendo che tutto questo è stato assunto, abbracciato e redento dall'amore infinito di Dio. La fede non ci insegna a ignorare il buio, ma ci dona una luce per guardarlo senza esserne divorati.

Abbracciare un legno che non vacilla

La Croce non è più solo un simbolo di sofferenza, ma la manifestazione di un Amore serio e affidabile. È un legno piantato solidamente a terra. Un legno che non flette e non vacilla. In un mondo dove tutto sembra liquido, precario, dove le certezze si incrinano e le promesse vengono infrante, la Croce si erge come l'unico punto di appoggio veramente sicuro. Non è un'idea astratta, ma una realtà concreta a cui ci si può appoggiare in totale sicurezza. Questo appoggio saldo è l'Amore di Dio, un Amore dimostrato, non solo dichiarato; un Amore che si è lasciato inchiodare per non abbandonarci mai.

Contemplare la Croce toglie ogni paura. Ci rivela l'intenzione ultima di Dio, il suo desiderio più profondo per ciascuno di noi. Come Gesù stesso assicura a Nicodemo, "Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (Gv 3,17). La Croce non è il tribunale di un Dio giudice, ma il trono di un Re che regna amando. Non è un dito puntato che condanna, ma due braccia spalancate che accolgono. È l'abbraccio di salvezza che Dio offre a un mondo che vacilla, un appoggio sicuro per il nostro cammino, una promessa silenziosa ma incrollabile di vita eterna.

Dov'è il tuo tesoro? E beato non chi possiede, ma chi sa attendere!

  • a calendario: OFF
  • In Bacheca: ON

Un brano evangelico ricco e vario. Due gli argomenti di fondo: fiducia nella provvidenza di Dio e vigilanza nell'attesa del ritorno del Signore Gesù. Questi due temi sembrano slegati fra loro, ma in realtà a ben guardare sono la conseguenza l’uno dell’altro.

“Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno!”

Questa del “piccolo gregge” è l’immagine-chiave di tutto il brano, il segreto della fiducia del credente e della sua vita spesa interamente nell’attesa vigilante del ritorno del Signore. Qui si sente tutta la tenerezza e l’affetto di un Padre che si china delicatamente a prendere in braccio la sua creaturina alla quale ha quasi paura di fare del male con la sua forza, e gli sussurra quelle parole che fanno il bambino sentirsi sicuro ed amato.

“Piccolo”. Dio ci ama nonostante la nostra debolezza e fragilità, anzi: proprio perché piccoli e deboli, bisognosi ed esposti al pericolo, come una mamma che ama il più piccolo dei suoi figli, quasi a compensare con il suo amore quello che ancora gli manca! Da qui l’importanza dell’umiltà di saper riconoscere le proprie debolezze e difetti, affidandoli alla potenza di Dio.

“Piccolo gregge” richiama l’immagine molto evocativa del “resto di Israele”, che calza così bene alla situazione della Chiesa nella società di oggi, dove il glorioso passato fa risaltare ancora più la sparuta insignificanza attuale di coloro che ancora credono ed attendono con serena fiducia l’arrivo del Regno. Piccolo perciò perché destinato a crescere: il futuro e la speranza è dei piccoli!

“È piaciuto dare il Regno”. Il Regno è un dono, non una conquista! Poggia sul Suo amore, non sulle nostre prestazioni! Nessuna ansia o affanno quindi: il suo dono è sicuro! L’incredibile scelta di Dio di donare gratuitamente quello che da soli, con le nostre deboli forze di piccoli manco ci sogniamo di poter ottenere, ci riempie di gioia e di riconoscenza, restituendoci fiducia e sicurezza: non più per in noi stessi, ma in Dio, che diventa così l’unico nostro vero tesoro, sicuro e fidato come l’amore dei genitori, di una mamma, di uno sposo/a che ti ama!

Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”.

Se il tuo tesoro è in Dio, o meglio, se è Dio… è fatta! Tutti i verbi all’imperativo presenti in questo vangelo non saranno più dei comandi, ma esigenze e conseguenze:

Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina”. Nessuna fatica ad essere generosi con quello che abbiamo ricevuto in dono: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date!”.

Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma”. Altro che la borsa di Milano o di New York! Quelle al confronto tengono come un colapasta! Trafficare i beni (talenti) ricevuti da Dio è molto più sicuro, perché è riporre nella banca di Dio, dove ladro non arriva e tarlo non consuma! Un proverbio in Burundi dice: “Dare a un povero è entrare in affari con Dio!!”.

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna…”.

Per essere sempre pronti, anche nel mezzo della notte o prima dell’alba, non bastano un buon proposito o un guizzo di buona volontà, perché a volte l’attesa dell’incontro dura tutta una vita. No, ci vuole soprattutto un cuore che ama! Solo quello sa attendere e tenersi sempre pronto all’incontro col Signore, come le cinque vergini prudenti che sanno attendere lo sposo che ritarda anche nel cuore della notte.

Per noi

A questo punto si comprende l’insistenza di Gesù sull’atteggiamento di attesa che deve caratterizzare coloro che, trovandosi piccoli e deboli, aspettano da Dio lo sviluppo ed il completamento del loro bene-essere e la realizzazione delle loro aspirazioni più profonde. Il loro tesoro sicuro, infatti, non è qui sulla terra, ma in cielo!

Il tema dell’attesa costituisce il filo logico che lega le tre parabole del vangelo di oggi: che si tratti del servo chiamato a servire fedelmente, del padrone di casa che deve vegliare per non farsi sorprendere dal ladro, o dell’amministratore chiamato ad amministrare con fedeltà i beni del suo padrone, tutti devono saper vivere in attesa per essere sempre pronti ad accoglierlo come colui che solo sa soddisfare il nostro cuore, e quindi costituisce il nostro vero tesoro.

“Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore!

Ma dov’è il nostro cuore? Ecco un test affidabile per sapere dove sia il tuo cuore, i tuoi interessi, quello che più ami nella vita. Da esso dipenderà il modo in cui spendi il tuo tempo, il tuo senso di responsabilità, la costanza e la tenacia nelle prove, le tue voglie e le tue preferenze. Proviamo:

Il tuo tesoro è il tuo lavoro, la campagna o il tuo negozio; è il tuo conto in banca, i tuoi hobby e il tuo sport preferito? Povero tuo cuore, perennemente impelagato in tante cose e mai soddisfatto appieno!

Il tuo tesoro dipende da quello che pensano gli altri? Povero tuo cuore, continuamente spiazzato da qualsiasi vento di opinione: le mode, i gusti, le novità! Finirai come quel contadino della favola di Esopo, che va al mercato col figlio e l’asino: senza la fede e una convinzione personale, il tuo atteggiamento cambierà a seconda della moda e dell’opinione di turno!

Il tuo tesoro non sta nei beni di questa terra, ma è altrove: in Dio, e da Lui aspetti ricompensa e completezza? Allora, pur usando dei beni di questo mondo, non accetterai nulla come assoluto, perché ti mancherà sempre qualcosa. Vivrai infatti tutto con un senso di distacco e cuore libero, come raccomanda S. Paolo in 1Cor,7, 29-31: “Quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente, perché passa la scena di questo mondo!”. In altre parole: sarai sempre pronto, vigile, distaccato, costantemente attento ai segni dei tempi e paziente nelle avversità, perché radicato nella speranza che un giorno, finalmente, verrai in possesso del tuo vero tesoro!

Non lasciare perciò queste riflessioni senza un serio esame di coscienza. Chiediti per chi/per che cosa batte il tuo cuore e quanto importante per te sia veramente l’amicizia di Dio. Rifletti su quanto tempo tu gli dia, e quanto invece tu dia alle preoccupazioni e alle gioie, anche oneste, di questo mondo.

Qual è il tuo “bene – rifugio” in tempi di crisi: Il tuo conto in banca? La tua famiglia? Gli amici? O non piuttosto Dio e le sue promesse di felicità piena? Dalla risposta a queste domande dipende la serenità del tuo vivere terreno, perché:

“dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore!”

Il Silenzio che Prepara l'Aurora: Abitare l'Attesa tra la Croce e la Vita Nuova

  • a calendario: OFF
  • In Bacheca: ON

“È compiuto!”. Con queste parole, riportate nel Vangelo di Giovanni, Gesù consegna lo spirito sulla croce, e cala un silenzio profondo. La terra sembra trattenere il respiro. La narrazione evangelica non riporta reazioni immediate dai discepoli, tutto appare sospeso. Questo silenzio non è solo assenza di suono, ma il peso della perdita e dello smarrimento. Gesù, la Parola fatta carne, ora giace muto nel sepolcro. La sua voce e i suoi gesti, che portavano consolazione, sono un ricordo lontano. Per i discepoli, il silenzio è assordante, riflette la loro confusione e paura. Pietro ha rinnegato il Maestro, gli altri si sono dispersi per timore. Il silenzio di Dio crea una tensione fortissima. La Parola per mezzo della quale tutto è stato fatto ora tace, sconfitta apparentemente dalla morte. È davvero solo la fine? O nasconde una promessa, un preludio a qualcosa di inaudito? Come risuona questo silenzio nelle nostre vite, nei momenti bui in cui la speranza vacilla?

Quando Dio Sembra Tacere: Il Peso dell'Attesa

Quante volte nella vita ci troviamo a vivere un nostro "sabato santo"? Un tempo sospeso, un’attesa infinita: la risposta a una preghiera che non arriva, una guarigione che sembra impossibile, un cambiamento che non si concretizza. L'incertezza del futuro, il peso di un lutto, il dubbio che corrode la fede. Sono momenti in cui il silenzio di Dio può diventare assordante. Quando la sofferenza ci avvolge, ci chiediamo: "Dove sei, Signore?". Questo silenzio può generare angoscia e smarrimento, persino un senso di ribellione, facendoci sentire soli come i discepoli dopo la morte di Gesù: confusi, impauriti, senza una direzione chiara. È importante riconoscere che sentirsi così fa parte dell'esperienza umana e spirituale. Non siamo i primi né gli ultimi a percorrere questa valle oscura.

Il giorno liturgico che la Chiesa dedica al silenzio e all'attesa ci ricorda proprio questo: Cristo stesso ha condiviso la nostra condizione umana fino in fondo, fino all'esperienza della morte e del silenzio del sepolcro. La sua discesa "agli inferi", nel regno della morte (Sheol o Ade), non è un mito astratto, ma l'espressione della sua radicale solidarietà con noi. Egli ha raggiunto l'umanità nella sua condizione più estrema, là dove regna l'assenza apparente di Dio.

Ma questo silenzio divino, pur mettendoci alla prova, non è segno di abbandono. Può essere uno spazio misterioso e necessario dove la nostra libertà si esprime nella fede, basata sulla fiducia in Dio. Una fede che non si appoggia su segni evidenti o risposte immediate, ma sulla fiducia nuda in Colui che ha promesso. La discesa di Cristo nel silenzio della morte, inoltre, trasforma questo silenzio in una presenza attiva, proclamando la liberazione ai giusti e rendendo l'abisso della morte un luogo di solidarietà divina.

Semi di Coraggio nel Buio

Proprio nel momento più buio, quando il Maestro è morto, i discepoli più vicini sono paralizzati dalla paura e Dio sembra aver voltato le spalle, emergono due figure inaspettate: Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. Entrambi erano discepoli di Gesù, ma in segreto, "di nascosto per timore dei Giudei". Giuseppe era un membro autorevole del Sinedrio, Nicodemo un fariseo e un capo dei Giudei, venuto da Gesù di notte. Figure rispettate, ma timorose di compromettere la loro posizione.

Eppure, è proprio ora, nell'ora della sconfitta apparente, che trovano un coraggio sorprendente. Giuseppe si fa animo, chiede a Pilato il corpo di Gesù (Gv 19,38). Un atto non privo di rischi, dato che chiedere il corpo di un giustiziato per motivi politici poteva attirare sospetti. Nicodemo, l'uomo del dialogo notturno e delle domande caute, si unisce a lui, portando trenta chilogrammi, una quantità impressionante, di mirra e aloe, per preparare il corpo alla sepoltura. È come se, vedendo l'amore spinto fino all'estremo sulla croce, la loro paura si fosse dissolta.

Il Giardino del Nuovo Inizio

Il vangelo di Giovanni pone una particolare enfasi sul luogo della sepoltura: “Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo...” (Gv 19,41). Questa non è una semplice nota topografica, ma un dettaglio carico di significato simbolico. È facile vedere il richiamo diretto al giardino dell’Eden, luogo della creazione ma anche della caduta.

La collocazione del sepolcro all'interno del giardino, e il giardino stesso nel luogo della crocifissione, sottolinea potentemente l'intima connessione tra morte e risurrezione. La redenzione non avviene fuggendo dalla sofferenza e dalla morte, ma trasformandole dall'interno. La vita nuova non germoglia lontano dal luogo della caduta e del dolore, ma proprio lì, fecondando la terra stessa della nostra mortalità.

L'Attesa Feconda: Il Silenzio Non È Vuoto

Arriviamo così al cuore del messaggio: il tempo che intercorre tra l'evento della Croce e l'alba della Risurrezione, quel tempo simboleggiato dal grande silenzio del Sabato Santo, non è un vuoto sterile. Non è un'assenza priva di significato. È, piuttosto, uno spazio di transizione denso e carico di promessa. È un'oscurità fertile, come quella della terra che accoglie il seme, dove la vita nuova sta misteriosamente germogliando. È una pausa necessaria nel grande dramma della salvezza, la fase nascosta di una trasformazione radicale.

Dio è potentemente all'opera anche quando tutto sembra immobile, silenzioso, finito. Non esiste luogo, nemmeno l'abisso della morte o della nostra disperazione più profonda, che sia fuori dalla portata della sua azione salvifica. Cristo scende anche nei nostri "inferi" personali, nelle nostre oscurità, per portarvi la sua luce e la sua speranza.

Questa dinamica di trasformazione dal buio alla luce, dalla distruzione alla ricostruzione, è splendidamente catturata in un'antica e potente orazione della Veglia Pasquale:

«O Dio, potenza immutabile e luce che non tramonta, guarda con amore al mirabile sacramento di tutta la Chiesa e compi nella pace l’opera dell’umana salvezza secondo il tuo disegno eterno; tutto il mondo riconosca e veda che quanto è distrutto si ricostruisce, quanto è invecchiato si rinnova, e tutto ritorna alla sua integrità, per mezzo di Cristo, che è principio di ogni cosa».

Questa preghiera ci assicura che, anche nel cuore del silenzio e dell'apparente rovina, l'azione creatrice e ricreatrice di Dio è all'opera per riportare tutto alla sua pienezza originale, attraverso Cristo.

Vivere nel Silenzio con Fiducia

I tempi di silenzio, di attesa, di apparente assenza di Dio non sono incidenti di percorso nel cammino della fede, ma ne fanno parte integrante. Sono momenti che ci accomunano all'esperienza dei discepoli e a quella di innumerevoli uomini e donne lungo la storia. Non sono tempi da fuggire o da riempire frettolosamente di rumore, ma da "abitare".

Abitare il silenzio non significa subirlo passivamente. Significa scegliere di rimanere presenti: presenti a noi stessi, con le nostre paure e le nostre domande; presenti a Dio, anche quando la sua voce sembra lontana. Significa coltivare un ascolto interiore più profondo, un'attenzione vigile.

Siamo invitati ad abitare questi tempi con la stessa "quieta fiducia". La fiducia di Maria, ma anche quella, nata nel crogiolo della crisi, di Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. La fiducia che il seme gettato nel solco oscuro della sofferenza, della morte e del silenzio non marcisce inutilmente, ma sta preparando un frutto inaspettato.

Possiamo allora accogliere i nostri "sabati santi", personali e collettivi, non come tempi di vuoto e disperazione, ma come spazi potenzialmente fecondi. Spazi per approfondire la nostra fiducia in Dio al di là delle evidenze sensibili, per coltivare la virtù tenace della speranza, e per aprirci all'azione nascosta ma potente di Colui che, dal silenzio più profondo, sa sempre far scaturire una nuova aurora di vita.

L'Assunzione di Maria: specchio del nostro destino

  • a calendario: OFF
  • In Bacheca: ON

Il desiderio e la promessa

La solennità dell'Assunzione di Maria cade in un momento simbolico: il cuore dell'estate, Ferragosto. È il culmine della natura, la sua massima esplosione di vita, ma è anche il punto in cui, paradossalmente, si inizia a percepire la discesa verso l'autunno. Proprio in questa pienezza che già contiene un limite, sorge la domanda: è tutto qui? È questo il massimo che si possa raggiungere? Osservando il cielo stellato in una notte d'agosto, quell'interrogativo sul nostro posto nell'immensità del creato diventa ancora più forte. A questo nostro desiderio incolmato, la festa dell'Assunzione offre una risposta luminosa: siamo chiamati a partecipare pienamente alla vita divina, corpo e anima, in una comunione che abbraccia tutto il nostro essere.

L'immagine apocalittica della donna vestita di sole (Ap 12,1) non è il ritratto di una figura lontana, ma lo specchio del destino che attende ciascuno di noi. La salvezza, infatti, non è un evento di massa anonimo, ma una chiamata che raggiunge ogni singola persona nella sua unicità. Maria è "primizia e modello" proprio perché in lei, una persona concreta, vediamo realizzato ciò a cui, personalmente, siamo chiamati a diventare.

Questa non è una sorte automatica, ma una vocazione universale, un invito esteso a tutta l'umanità e persino all'intero creato. Come scrive San Paolo, «la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio» e «geme e soffre le doglie del parto» (Rom 8), in attesa di essere liberata. Il destino finale, infatti, non è una fuga dal mondo materiale, ma la sua trasfigurazione. L'Assunzione di Maria in corpo e anima è la garanzia che siamo destinati a quella realtà di "un cielo nuovo e una terra nuova" (Ap 21,1), una realtà trasfigurata dalla grazia, vittoriosa sul male e sulla morte.

La grammatica rivoluzionaria di Dio

Ma come si realizza un destino così grande, promesso a tutta la creazione? La risposta si trova nella grammatica dell'amore divino, che segue una logica sorprendente, capovolta rispetto a quella del mondo. Dio non opera attraverso la potenza, ma si volge verso chi riconosce la propria piccolezza. Questa grammatica rivoluzionaria trova la sua melodia nel canto di Maria, il Magnificat, dove si proclama che Dio scrive la storia partendo dagli ultimi, ricolma di beni gli affamati e innalza gli umili.

Non è retorica religiosa, ma la descrizione esatta di come opera la grazia. La vera grandezza di Maria, quella che la rende primizia di questo destino trasfigurato, non risiede in privilegi che la separano da noi, ma nella sua totale disponibilità ad accogliere questa logica divina. La sua vita intera incarna questa creatività che sovverte le regole del mondo. È un modello accessibile proprio perché la sua fede non è stata un'esenzione dalla fatica umana, ma un percorso vissuto camminando nel chiaroscuro, serbando e meditando nel cuore eventi che spesso superavano la sua comprensione immediata.

Per questo, oggi riconosciamo che l'Assunzione non è il premio per una vita perfetta secondo parametri umani, ma il compimento naturale di un'esistenza vissuta in questo totale ascolto. La dignità che la rende degna del Cielo nasce da questa profonda apertura alla Parola, che ha permesso a Dio di manifestare in lei il suo progetto per l'intera umanità.

La promessa è affidabile

Che cosa significa tutto questo per noi, pellegrini ancora in cammino? Significa che quando riconosciamo onestamente le nostre povertà e fragilità, quando accettiamo la nostra "terrestrità" senza maschere o pretese, creiamo lo spazio perché Dio possa operare anche in noi quelle meraviglie che ha compiuto in Maria. L'Assunzione ci ricorda che il nostro destino non è dissolverci nel nulla, ma essere trasfigurati dall'amore. Come dice san Paolo, Cristo è la primizia, poi saremo noi, ciascuno nel proprio ordine (cfr. 1Cor 15, 20-27). Maria, assunta in cielo, brilla come stella che orienta il nostro cammino, testimoniando che la promessa è affidabile: siamo destinati alla pienezza della vita, non alla dispersione nel vuoto.

Non un mito, ma una promessa concreta

Contemplare Maria assunta in cielo non significa evadere dalle responsabilità terrene, ma riconoscere la direzione del nostro pellegrinaggio. Ogni volta che scegliamo l'amore invece dell'odio, la condivisione invece dell'accumulo, il servizio invece del dominio, stiamo già partecipando a quella dinamica di risurrezione che in Maria ha trovato il suo compimento.

La sua figura, gloriosa eppure vicina, ci invita a una domanda: sappiamo riconoscere nella nostra quotidiana "piccolezza" lo spazio dove Dio vuole compiere grandi cose? Riusciamo a credere che le nostre fragilità, quando sono offerte con fiducia, possono diventare il luogo della manifestazione della grazia?

L'Assunzione di Maria non è un mito consolatorio per anime pie, ma l'anticipazione concreta del futuro che Dio prepara per tutti i suoi figli. In lei, la Chiesa e l'umanità intera contemplano non un privilegio irraggiungibile, ma una promessa che ci riguarda personalmente: siamo amati fino al punto che Dio vuole la nostra piena realizzazione, corpo e spirito, nella comunione eterna con Lui.

Come Maria, anche noi siamo invitati a camminare nell'ascolto, a custodire nel cuore le parole e gli eventi della vita, a lasciarci guidare anche quando il sentiero attraversa zone d'ombra. La meta è luminosa: quel cielo che oggi contempliamo aperto per accogliere Maria è lo stesso che attende anche noi, quando avremo completato il nostro pellegrinaggio terreno nell'amore.

La notte abitata dalla promessa

  • a calendario: OFF
  • In Bacheca: ON

C’è un’inquietudine sacra che abita il cuore dell’uomo, una nostalgia per un “altrove” che non sempre sappiamo definire. È un sentimento universale, descritto con parole di una bellezza struggente nella Lettera agli Ebrei: siamo “stranieri e pellegrini sulla terra” (Eb 11,13). Questa aspirazione profonda, che ci fa sentire a volte fuori posto in mezzo alle logiche del mondo, è in realtà un segno di salute spirituale. È la bussola interiore che ci orienta verso la nostra vera destinazione. Spesso, però, immaginiamo questa patria come un luogo lontano ma la Scrittura ci invita a fare un passo in più, a comprendere che questa patria non è primariamente un qualcosa, ma un Qualcuno. La “città dalle salde fondamenta” che i patriarchi attendevano ha un “architetto e costruttore” che è Dio stesso (cfr. Eb 11,10). La meta del nostro pellegrinaggio non è un luogo, ma una relazione: l'incontro pieno, definitivo e gioioso con il Signore che attendiamo. L'attesa del pellegrino per la sua patria e l'attesa del servo per il suo Signore, narrate rispettivamente nella Lettera agli Ebrei e in Lc 12,32-48, sono la stessa, identica attesa: quella dell'Amato.

La fede che si ostina a camminare

Per comprendere la natura di questa attesa, la figura di Abramo, nostro “padre nella fede”, ci è di guida. La sua non è stata un’avventura eroica, ma un cammino segnato da una fiducia radicale. La fede, ci dice la Scrittura, è “fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede” (Eb 11,1). Non è una vaga speranza, ma una base solida che rende già presente e reale, nel cuore del credente, la promessa di Dio. A volte, di fronte alle difficoltà del cammino, siamo tentati di pensare alla fede come a una sorta di ostinazione. Ma quella di Abramo non è la testardaggine cieca di chi si intestardisce su un’idea, bensì una fedeltà perseverante. È la costanza di chi accetta di partire “senza sapere dove andava”, fidandosi non di una mappa dettagliata, ma unicamente della Voce che lo ha chiamato. C’è una dolcezza in questo affidamento. Non si lascia la propria terra per disperazione, ma perché si è stati sedotti da una promessa più grande, da un amore che chiama a sé, come lo sposo con la sposa.

Questa fede raggiunge il suo apice, la sua prova più drammatica, sul monte Moria. Quando Dio chiede ad Abramo di sacrificare Isacco, il figlio della promessa, la logica umana si spezza. Dio sembra contraddire se stesso. Eppure, Abramo non si arrende alla disperazione. Il suo cuore credeva che Dio fosse così potente e fedele da poter adempiere la sua promessa persino attraverso l'impensabile: egli “pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti” (v. 19). Questa non è rassegnazione, ma una fiducia attiva e sconfinata nella potenza di Dio, che va oltre la morte. In questo sta il paradosso della fede pellegrina. Abramo e i patriarchi, ci viene detto, “morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano” (v. 13). Potrebbe sembrare un fallimento, una fede incompiuta. Al contrario, la grandezza della loro fede risiede proprio qui: nel perseverare all'interno di questa condizione di "non ancora", nell'abitare con speranza la tensione tra la promessa ricevuta e la sua piena realizzazione. La vera fede non è arrivare alla meta, ma camminare fedelmente verso di essa, tenendo lo sguardo fisso su quella luce che si intravede in lontananza. Questo è un messaggio di profondo conforto per ciascuno di noi, che vive la propria fede tra slanci e momenti di aridità, sentendo la promessa ma non vedendone ancora il compimento.

Vegliare nella notte: il compito ordinario della speranza

Dal pellegrinaggio di Abramo, il Vangelo di Luca ci porta dentro una casa, di notte, dove dei servi attendono il loro signore (Lc 12,32-48). L'esortazione di Gesù è chiara e concreta: “Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese” (v. 35). Queste non sono immagini di un'attesa passiva e sognante. “Cingersi i fianchi” era il gesto di chi si preparava a un lavoro o a un viaggio, un segno di prontezza operativa. Le “lampade accese” indicano una fede viva, una consapevolezza interiore che non si lascia spegnere dalle tenebre, una mente capace di discernere e di scegliere. È consolante notare che Gesù non chiede ai suoi servi chissà quale lavoro eccezionale. La beatitudine è promessa a coloro che il padrone, al suo ritorno, troverà semplicemente a compiere il loro dovere quotidiano, come l'amministratore che distribuisce “la razione di cibo a tempo debito” (v. 42). La vigilanza si esprime nella fedeltà delle piccole cose, nell'amministrazione responsabile dei doni che ci sono stati affidati, nel prenderci cura della casa e di chi la abita con noi.

Il vero campo di battaglia di questa vigilanza è la “notte”. La notte, nella nostra esperienza e nella Bibbia, è una potente metafora esistenziale. Rappresenta le nostre prove personali e comunitarie: il tempo del dubbio, della stanchezza che sembra prendere il sopravvento, della solitudine, dello scoraggiamento. È il tempo dell'accidia, quella tristezza spirituale che ci fa pensare che attendere non abbia più senso. È nel buio che la speranza rischia di affievolirsi e la nostra lampada di spegnersi. Tuttavia, la notte biblica non è solo questo. Possiede un duplice volto. Se da un lato è il luogo della prova, dall'altro è il tempo privilegiato della grazia. È nella notte che Dio stringe la sua alleanza con Abramo; è nel cuore della notte che libera il suo popolo dalla schiavitù d'Egitto; è nella notte che nasce il Salvatore e che, spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore. Le nostre notti, quindi, per quanto oscure possano sembrare, sono sempre abitate da una promessa di aurora.

Riconoscere il volto dello Sposo nell'oscurità

Per sostenere questa vigilanza, Gesù ci offre un'immagine potentissima. Il signore che i servi attendono “torna dalle nozze” (v. 36). Questo dettaglio non è casuale. Colloca immediatamente la nostra attesa in una dinamica di amore, di desiderio, di intimità. Non si attende un semplice datore di lavoro o un controllore, ma lo Sposo. C'è poi un altro particolare di una delicatezza infinita: il Signore “arriva e bussa”. Non forza la porta, non irrompe con prepotenza. Il suo è un arrivo che rispetta la nostra libertà, che attende una nostra risposta. L'attesa, allora, non è solo un vegliare passivo, ma un preparare il cuore, un tenerlo desto e pronto ad aprire a Colui che si propone con amore e rispetto. L'esito di questa attesa vigile è la beatitudine, una felicità piena e traboccante (“beati quei servi...”) che nasce dal riconoscere finalmente il volto dell'Amato e dall'essere accolti nel suo abbraccio.

Lo scandalo del Dio che si cinge per servire

È a questo punto che il Vangelo svela il suo cuore con una scena sconvolgente: il padrone che, tornato a casa, trova i servi svegli e si mette a servirli. Gesù dice: “si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (v. 37). È un rovesciamento radicale: il Padrone si fa servo. Questa immagine è la sintesi del ministero di Gesù, che dirà di sé: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27). La sua Signoria non si manifesta nel dominio, ma nell'abbassamento e nel servizio fino al dono di sé sulla croce.
Qui si svela la vera natura della beatitudine promessa: non è una semplice ricompensa per un lavoro svolto, ma l'esperienza sconvolgente di essere amati e serviti da Dio stesso. È la felicità di chi si lascia raggiungere e accudire da un amore così umile e concreto da superare ogni logica umana. Se il nostro Signore è Colui che serve, allora la nostra vita di fede diventa una risposta a questo amore, un tentativo di imitare il suo gesto servendo a nostra volta i fratelli.

L'amore chiede responsabilità

Proprio quando il nostro cuore è colmo di stupore per questo Dio-servo, il Vangelo sembra cambiare tono. Nella seconda parte della parabola, introdotta da una domanda di Pietro, il padrone punisce severamente il servo trovato infedele (Lc 12,41-48). Come si concilia la figura di questo padrone severo con quella dello Sposo amorevole che serve a tavola? La risposta non sta nel vedere due volti contraddittori di Dio. La chiave è comprendere che l'amore di Dio è gratuito e incondizionato, ma non ci esime dalle conseguenze delle nostre scelte. La nostra infedeltà non è un affronto che esige una vendetta, ma una scelta che ci allontana dalla fonte della vita e della gioia.

La "punizione" descritta nel Vangelo non è una condanna inflitta da un Dio offeso, ma la tragica e inevitabile conseguenza della nostra libertà usata male: è l'auto-esclusione dagli effetti benefici del suo amore. La frase “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto” (v. 48) illumina questo punto. Il "molto" che ci è stato dato è la grazia, l'amore smisurato di un Dio che si fa nostro servo. Il giudizio, allora, non è un processo contabile, ma un momento di verità in cui si manifesta come abbiamo risposto a questo dono. Non è una misura del nostro valore, ma della nostra accoglienza. Aver sprecato o calpestato la grazia significa aver vissuto al di sotto delle nostre immense possibilità di amare e di essere felici. Il giudizio è la presa di coscienza di questo divario. L'attesa cristiana, quindi, non è vissuta con la paura di un castigo, ma con la consapevolezza della grande responsabilità che abbiamo e il timore di sprecare un amore così grande.

Il nostro cammino di fede è un viaggio da pellegrini assetati di una patria. Questa patria è il volto di una Persona, lo Sposo che attendiamo.

La questione di un dio che pare assente

  • a calendario: OFF
  • In Bacheca: ON

Il racconto della Passione di Gesù, che la liturgia ci ripropone con forza nella Settimana Santa, non è semplicemente la cronaca di eventi accaduti duemila anni fa in una lontana provincia dell'Impero Romano. È una storia viva, pulsante, che continua a ripetersi e a interpellarci profondamente nel nostro presente.

L'Oscurità sulla Terra e nel Cuore

Gli evangelisti descrivono le ore culminanti della vita terrena di Gesù avvolte da un'oscurità innaturale: "Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio" (Lc 23,44). Quel buio che copre il Golgota non è solo un fenomeno cosmico, ma il simbolo potente delle tenebre che avvolgono il cuore umano di fronte al male, all'ingiustizia, alla sofferenza innocente.

Non dobbiamo guardare lontano per ritrovare quella stessa oscurità. Basta aprire un giornale, ascoltare un notiziario: guerre che dilaniano popoli, violenze che calpestano la dignità umana, catastrofi naturali e crisi sociali che gettano nello sconforto intere comunità. Il grido di dolore che sale dalla terra oggi riecheggia potentemente il travaglio vissuto da Gesù sulla croce. La sua Passione non è solo una vicenda antica, ma lo specchio fedele del dramma dell'umanità di ogni tempo.

Il Grido dello Scandalo: "Dio mio, perché mi hai abbandonato?"

Al centro della Passione risuona un grido che lacera il silenzio e sfida ogni nostra certezza: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mt 27,45; Mc 15,34). È il grido di Gesù sulla croce, riportato da Matteo e da Marco. Anche se l'evangelista Luca attenua questo scandalo riportando le parole di affidamento "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,6), il grido di abbandono rimane, sconvolgente.

Quante volte, nel cuore della prova, nella malattia, nel lutto, nell'ingiustizia subita, questo stesso grido sale anche dalle nostre labbra? Quanti uomini e donne, oggi, si sentono persi, dimenticati, abbandonati da un dio che sembra sordo e lontano? La Passione ci costringe a confrontarci con questo scandalo: lo scandalo di un Messia sofferente e di un mondo che, a tratti, sembra privo della presenza divina.

Fughe e Tentativi di Spiegazione

Di fronte a questo mistero l'umanità ha spesso cercato scorciatoie, tentativi di "addomesticare" lo scandalo della Croce.

Una prima via è stata quella di pensare a un Dio che ha bisogno della sofferenza, quasi che il dolore fosse un prezzo necessario da pagare per la salvezza, un tributo richiesto persino al Figlio innocente. Ma può un Dio d'Amore nutrirsi di sofferenza? Può un Padre desiderare la morte atroce del Figlio? Questa immagine deforma il volto di Dio rivelato da Gesù stesso. Come afferma l'apostolo Giovanni: "Dio è amore" (1 Gv 4,8).

Un'altra strategia, forse più diffusa, è quella di saltare rapidamente dalla Croce alla Risurrezione. Si vede la Passione come un semplice incidente di percorso, un momento oscuro ma temporaneo, da superare velocemente per giungere al lieto fine. Tuttavia, in questo modo si priva la Croce del suo significato profondo, banalizzando il dramma del male e della sofferenza che continuano a influenzare la nostra storia. Si dimentica che la Risurrezione non elimina la Croce, ma la trasfigura, conferendole un nuovo significato.

La Risposta di Dio sulla Croce: "Io Ti Amo Sempre"

La vera comprensione, quella a cui sono giunti gli Apostoli dopo la Pentecoste, illuminati dallo Spirito Santo, è radicalmente diversa. Dio non ha voluto la sofferenza, ma l'ha assunta su di sé. Dio non era assente sul Golgota, ma era presente in quel Figlio che agonizzava sulla croce.

La Croce non è il segno dell'abbandono di Dio, ma il luogo supremo della sua rivelazione. Lì, nel silenzio apparente, nel dolore estremo, Dio manifesta la misura sconfinata del suo amore per l'umanità. Come scrive San Paolo: "Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,8).

Sulla croce, Dio non risponde al male con altro male, non risponde all'odio con la vendetta, ma con un amore che perdona, che si dona senza riserve, che vince la morte stessa. Sulla croce, Dio continua a sussurrare a ogni uomo e donna di ogni tempo: "Io ti amo sempre, comunque. Io sono con te, anche nelle tue tenebre più fitte. Il mio amore è più forte del peccato e della morte".

Accogliere l'Amore per Diventare Testimoni di Speranza

Meditare la Passione significa lasciarsi raggiungere da questo amore crocifisso. Significa riconoscere che anche nelle nostre oscurità, nelle nostre fatiche, nei nostri "perché" senza risposta immediata, Dio è presente, soffre con noi e ci sostiene.

Accogliere questo amore ci trasforma. Ci rende capaci, a nostra volta, di amare come Lui ci ha amato (cfr. Gv 13,34). Ci spinge a non rassegnarci di fronte al male del mondo, ma a diventare, con la forza che viene da Lui, costruttori di ponti, seminatori di pace, testimoni di una speranza che non delude, perché fondata sulla vittoria di Cristo sulla morte.

La Passione non è solo memoria, ma evento che ci interpella oggi. Ci invita a scendere dai nostri piedistalli, a riconoscere la nostra fragilità e il nostro bisogno di salvezza, e ad aprirci all'amore sconfinato di Dio che, dalla Croce, continua a rinnovare il mondo e a offrirci un futuro di vita e di speranza.

Maria e il coraggio di camminare: dalla paura alla fede

  • a calendario: OFF
  • In Bacheca: ON

Un mese mariano nel cuore della pasqua

Maggio è arrivato, portando con sé la bellezza della primavera e la devozione speciale che la tradizione dedica a Maria. Ma questo mese non è un'isola nel calendario liturgico. Si inserisce pienamente nel Tempo Pasquale, un periodo luminoso segnato dall'Alleluia, dalla scoperta progressiva del Cristo Risorto e dall'attesa dello Spirito Santo promesso a Pentecoste.

Contemplare Maria a Maggio significa, quindi, guardare a lei all'interno di questo mistero centrale della nostra fede. La preghiera del Regina Caeli, tipica di questo tempo, ci invita a gioire con lei per la Risurrezione del Figlio. Maria diventa così la guida perfetta per imparare a vivere la fede pasquale, specialmente nell'attesa fiduciosa dello Spirito.

Ma come i primi discepoli, anche noi possiamo sentirci smarriti, timorosi. Ed è qui che la presenza silenziosa e forte di Maria ci viene in aiuto, invitandoci a guardare oltre le nostre paure.

Chiusi nel Cenacolo: la paura ieri e oggi

I giorni che trascorsero tra la Risurrezione e la Pentecoste videro i discepoli riuniti nel Cenacolo, timorosi e incerti sul futuro. Nonostante il Risorto fosse apparso loro più volte, rimanevano paralizzati dalla paura. Questa condizione non riflette forse la nostra situazione attuale?

Anche noi, pur professando la fede nel Risorto e avendone forse fatto esperienza nei momenti di rinascita personale, nelle riconciliazioni inaspettate, nella scoperta di un senso più profondo nelle difficoltà, continuiamo a vivere nel timore. Le guerre che devastano diverse parti del mondo, la violenza che sembra permeare ogni aspetto della società e le divisioni che lacerano persino la comunità ecclesiale contribuiscono certamente a questo clima di apprensione. Sono paure reali.

Ma c'è una paura più sottile, forse la più insidiosa: la paura del cambiamento. Viviamo in un'epoca di trasformazioni veloci che ci destabilizzano, ci fanno sentire come se perdessimo l'equilibrio. Ci aggrappiamo al conosciuto, resistiamo al nuovo, temendo di perdere la nostra identità o la nostra fede. Ma siamo sicuri che questa resistenza sia vera fedeltà e non, piuttosto, paura di lasciar andare il controllo e, per questo, poca fede?

Camminare è perdere l'equilibrio: la fede come fiducia nel movimento

Pensiamo a come camminiamo: ogni passo è un piccolo rischio, una perdita momentanea di equilibrio per poter avanzare. È un continuo sbilanciarsi e ritrovarsi. L'immobilità è segno di morte; il movimento, anche incerto, è vita. Applicando questo alla vita spirituale, capiamo che crescere nella fede, essere fedeli al Vangelo in un mondo che cambia, richiede la capacità di accettare l'instabilità, di "perdere l'equilibrio" per poter andare avanti. La paura del cambiamento assomiglia alla paura di fare il primo passo.

Per camminare serve fiducia: nel nostro corpo, nel terreno, nella meta. Allo stesso modo, per affrontare i cambiamenti della vita e della Chiesa serve una profonda fiducia spirituale: fiducia che Dio è presente anche nel caos, che lo Spirito guida la storia, che Cristo è il nostro appoggio sicuro anche quando le certezze umane vacillano. Questa fiducia dinamica è la fede. La fede non elimina l'instabilità, ma la trasforma in progresso.

Se la fede è questa fiducia che permette di camminare nell'incertezza, allora la paura paralizzante del cambiamento potrebbe essere un sintomo di una fede debole. Una resistenza ostinata al nuovo può nascondere la difficoltà a credere davvero che Dio è il Signore della storia e agisce anche oggi, in modi che non sempre capiamo. Risuona la domanda di Gesù: "Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?" (Lc 18,8). È legittimo interrogarsi se la nostra angoscia di fronte al cambiamento non sia, in fondo, espressione di una fede vacillante.

Colei che rimase fedele e ci sprona all'audacia

Torniamo al Cenacolo. Mentre molti erano paralizzati dalla paura, gli Atti degli Apostoli ci dicono che Maria, "la madre di Gesù", era lì, perseverante nella preghiera insieme agli altri (Atti 1,14). Lei, che aveva già accolto lo Spirito e custodito tutto nel suo cuore (Lc 2,19), diventa il punto fermo, la custode della fede per la comunità nascente. La sua presenza orante non è solo conforto, ma un vero sostegno spirituale che prepara la Chiesa a ricevere il dono della Pentecoste.

Maria compie questa missione al modo di una madre. Come madre, si preoccupa che i suoi figli siano pronti per l'incontro più importante della loro vita: quello con lo Spirito Santo. E come ogni madre, desidera che siano preparati, "in ordine". L'amore di Maria per noi, suoi figli è tenero ma anche esigente. Come una buona madre desidera la crescita e la piena realizzazione dei figli, così Maria ci sprona alla santità, a dare il meglio di noi stessi, ad avere il coraggio della fede. Questo suo desiderio non è in contrasto con la misericordia di Dio, ma ne è un riflesso. Maria ci vuole santi perché Dio ci vuole santi (Ef 1,4).

La “santa esigenza” di Maria

Contrariamente a una visione riduttiva che talvolta ci viene proposta, Maria non è "più buona e misericordiosa" di Dio. Piuttosto, la sua bontà si manifesta proprio nella sua santa esigenza, tipica dell'amore materno autentico. Ci ama troppo per lasciarci nella mediocrità spirituale; desidera per noi il meglio.

Il comportamento di Maria nei nostri confronti è caratterizzato da un incoraggiamento a osare, anche quando ciò sembra andare contro la prudenza umana. La sua stessa vita è un esempio di questa fede audace, pensiamo all'episodio delle nozze di Cana, dove sollecita Gesù a compiere il suo primo segno nonostante l'apparente riluttanza iniziale del Figlio. Ma ancora più emblematico è il momento dell'Annunciazione, quando Maria, con audacia spirituale, pronuncia il suo "sì" a qualcosa di umanamente incomprensibile, affrontando lo scandalo e l'incomprensione sociale.

La sua fedeltà raggiunge il culmine sotto la croce, dove rimane ferma mentre il suo cuore viene trafitto da una spada di dolore. Lì dove qualsiasi madre sarebbe stata sopraffatta dalla disperazione, Maria resta eretta, sostenuta unicamente dalla fede. L'evangelista Giovanni la descrive mentre "stava" (histēmi) presso la croce. In piedi, non prostrata, testimone di una fede che resiste anche di fronte alla morte.

L'amore esigente di Maria ci chiama quindi a uscire dalla passività e dalla paura, a diventare protagonisti coraggiosi della nostra fede e della missione della Chiesa.

Affidarsi a Maria per camminare nella fede

Guardiamo a Maria come modello per superare la paura, specialmente quella del cambiamento che ci fa temere la perdita di equilibrio. Lei ci insegna che proprio accettando l'instabilità con fiducia – cioè con fede – possiamo camminare e crescere.

Il suo amore materno, forte e tenero, ci sprona a non accontentarci, a osare nella fede come ha fatto lei. La vera fede non consiste nel rimanere aggrappati alle certezze del passato, ma nell'affidarsi al Dio che fa nuove tutte le cose.

Affidiamoci dunque a questa Madre esigente e amorevole, chiedendole di aiutarci a riconoscere i segni della presenza di Dio nelle trasformazioni che talvolta ci spaventano. Con lei come guida, possiamo imparare a "stare" saldi nella prova e a "camminare" con speranza, anche quando l'equilibrio sembra precario, passando dal cenacolo chiuso delle nostre paure all'apertura gioiosa della Pentecoste.

Nati per non morire più

  • a calendario: OFF
  • In Bacheca: ON

C'è un velo di malinconia che spesso accompagna i giorni in cui il nostro cammino di fede ci porta a sostare sul mistero della morte. Commemorare i nostri cari defunti può facilmente trasformarsi in una celebrazione della nostalgia, un tempo cupo in cui il cuore si stringe nel ricordo di coloro che hanno vissuto un tratto di strada con noi e ora non sono più visibili ai nostri occhi. È un sentimento umano, giusto e necessario. Il Vangelo, però, non ci lascia soli in questa penombra. La Parola di Dio ci invita a un capovolgimento audace: ci incoraggia a trasformare questo giorno in una "festa luminosa". Non la festa superficiale di chi nega il dolore, ma la gioia profonda di chi possiede una "speranza certa", una speranza che, come ci ricorda l’Apostolo Paolo, "non delude" (cfr. Rm 5,5). Ma come è possibile? La morte, anche per chi crede, rimane un evento oscuro e tragico. Come possiamo affrontare questa paura?

L'allenamento quotidiano alla speranza

Forse, la risposta si trova guardando non solo alla morte che ci attende, ma alle tante "morti" che abbiamo già affrontato. Pensiamo a tutte le situazioni in cui, magari nostro malgrado, siamo dovuti morire a noi stessi. Quante volte abbiamo sperimentato la fine di qualcosa? Siamo morti un po' quando abbiamo dovuto rinunciare a un sogno, quando un nostro progetto è crollato, quando ciò per cui avevamo speso energie e risorse si è dissolto nel nulla. Non sono forse anche queste delle morti? Eppure, le abbiamo superate. Non sono state morti eterne. Anzi, in molti casi, proprio quel lutto, quella "tribolazione", ci ha aperto la strada a possibilità nuove, a una pazienza e a una virtù provata che non pensavamo di avere (cfr. Rm 5,3-4). Queste "piccole morti" sono state, forse, l'allenamento quotidiano a cui la grazia ci ha sottoposto per preparare il nostro cuore al grande passaggio.

La certezza che squarcia il buio

Quando però il buio sembra totale, a cosa si aggrappa la nostra fede? Nel profondo della sofferenza, emerge una certezza indomita. È la stessa fede che palpitava nel cuore di Giobbe, la convinzione granitica che il nostro "Redentore" (Go'el), il nostro "Parente Prossimo", è vivo. Che Egli non è indifferente alla nostra polvere, ma si ergerà per difendere la nostra causa. È la fede di chi osa credere che, anche quando questa nostra pelle sarà distrutta, i nostri occhi, e non quelli di un altro, vedranno Dio (cfr. Gb 19,25-27). Questa non è un'illusione. È la speranza che "non delude" perché, come spiega San Paolo, "l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" ( Rm 5,5). La nostra certezza non si fonda sulla nostra fragile capacità di sperare, ma sulla presenza indistruttibile di un Amore che ci è stato donato.

L'eternità è già iniziata

Gesù, nel Vangelo di Giovanni, ci offre la chiave definitiva di questa promessa. Egli dice: "Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno" ( Gv 6,40). Gesù non dice "avrà la vita eterna dopo la risurrezione". Dice che chi crede ha (adesso!) la vita eterna, e (in aggiunta) sarà risuscitato. Questa è la notizia sconvolgente della nostra fede: la vita eterna non è qualcosa che otteniamo dopo la morte; è una qualità di vita, una comunione con Dio, che inizia nel momento stesso in cui la nostra fede si affida a Lui. La vita eterna non è una conseguenza della risurrezione, ma il suo presupposto. Se crediamo, stiamo già vivendo in essa. La risurrezione futura sarà "solo" il compimento glorioso di una vita che già possediamo.

Prepararsi al vero parto

Come vivere, allora, questo nostro tempo sulla terra? Forse, l'immagine più vera ci viene da un'esperienza che tutti abbiamo vissuto ma che nessuno ricorda: la nostra nascita. Abbiamo trascorso mesi in un luogo che credevamo essere tutto il nostro mondo. Verso la fine, quello spazio è diventato stretto. Poi, siamo stati strappati fuori, attraverso un passaggio traumatico. Per un istante, dobbiamo aver pensato: "È finita!". E invece no. Ci siamo resi conto che non era finita, ma che quella era la vera vita. L'aria, la luce, la comunione. Possiamo pensare che la morte sia un'esperienza simile. Questo nostro "segmento" di vita non è la vita definitiva, ma è la gestazione. Siamo nel grembo del mondo, e questa esistenza è il tempo prezioso che ci è dato per formarci, per "costruirci" la nostra capacità di eternità. Dobbiamo prenderci cura di questa nostra "vita-gestazione". Ogni "piccola morte" accettata per amore, ogni atto di carità, ogni ascolto della Parola, è un passo nella nostra crescita spirituale, che ci prepara al giorno del nostro vero parto, sviluppando gli occhi per vedere la Luce.

Siamo nati e non moriremo mai più

Morire non è finire nel nulla; è venire alla luce. La serva di Dio Chiara Corbella Petrillo, una giovane madre che ha vissuto questo cammino nella fede, lo ha sintetizzato in una frase luminosa: "Siamo nati e non moriremo mai più". Una volta che la vita vera – la relazione con Dio – è iniziata, non può più morire. La morte è solo un diaframma che attraversiamo per entrare nella pienezza di quella vita che abbiamo già cominciato a gustare qui, nel cammino della fede, della speranza e dell'amore.