Non spezzare la canna incrinata: la giustizia dell'amore
- a calendario: OFF
- In Bacheca: ON
Quante volte capita di provare una sensazione di smarrimento quando la vita ci “cambia il copione” sotto gli occhi? Quante volte ci siamo fatti un’idea precisa di come dovessero andare le cose, avevamo preparato la scena, e improvvisamente tutto si capovolge. È proprio quello che accade sulle rive del Giordano, a Giovanni Battista quando incontra Gesù; un incontro che ha il sapore di un cortocircuito tra le nostre attese umane e la sconvolgente novità di Dio.
Lo shock di Giovanni
Immaginiamo la scena. C'è Giovanni Battista, un uomo tutto d'un pezzo, che ha speso la voce e la vita per preparare la strada. Lui ha un’idea chiara: sta arrivando il Giudice, colui che ha «il ventilabro in mano» per fare pulizia, colui che userà la scure per tagliare il male alla radice. Giovanni aspetta un Messia energico, un giustiziere divino di fronte al quale l'uomo non può far altro che tremare e pentirsi.
E invece, chi si trova davanti? Gesù. Ma non un Gesù che tuona dall'alto di un podio. Un Gesù che si mette in fila.
Possiamo quasi toccare con mano lo sconcerto del Battista: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» (Mt 3,14). È la perplessità di chi vede crollare le proprie certezze religiose. Quell'immagine di Dio potente e severo che Giovanni custodiva nel cuore si sgretola di fronte alla fisionomia mite tratteggiata dal profeta Isaia: un Servo che «non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta» (Is 42,2-3).
È lo shock salutare che ci sveglia: Dio non segue i nostri schemi, nemmeno quelli religiosi più devoti.
Una giustizia che ha il sapore della vita
Qui entriamo nel cuore del problema, una questione che tocca le corde più profonde del nostro vivere civile e spirituale. In fondo, chi di noi non pensa che "chi rompe paga"? È la logica ferrea della giustizia umana: chi ha sbagliato deve espiare, chi ha rubato deve restituire, chi ha danneggiato deve riparare. Sembra tutto così ragionevole, così geometrico.
Ma c'è un "ma". Esiste una giustizia più grande di tutte queste nostre ragionevoli misure, una logica che fa saltare il banco. Il cuore del Signore conosce e persegue fino in fondo questa forma superiore di giustizia. Per Dio, infatti, è "giusto" in modo supremo che chi ha perduto la vita possa ritrovarla; è giusto che chi è sprofondato nell'amarezza del peccato possa ricevere un abbraccio di perdono. Per il Padre, la vera giustizia non è togliere la vita al colpevole, ma restituirgliela come una pagina bianca, come una nuova opportunità.
Per questo motivo può essere persino «più» giusto – di una giustizia che supera ogni calcolo umano – che le antiche profezie di salvezza si compiano al di là dei nostri meriti e delle nostre colpe. È la giustizia dell'amore che guarisce, come Isaia annunciava a un popolo ferito e stanco: «… perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,7).
Il coraggio di sporcarsi le mani
Il Battesimo di Gesù non è solo un rito di passaggio: è il sigillo che conclude il tempo di Natale perché dona pienezza all'Incarnazione. È il mistero che ci rivela fino a che punto Dio ha scelto di essere solidale con l'uomo. Non gli è bastato farsi carne nella grotta di Betlemme; ora vuole farsi "compagno di banco" nella scuola della vita, anche nei suoi momenti più bui.
Gesù ci mostra un Dio che non rimane distante, arroccato nella sua perfezione celeste, ma che sceglie di scendere nelle nostre miserie. Gesù si immerge fisicamente in quelle stesse acque torbide dove la gente aveva appena depositato i propri peccati. Non ha paura del contatto. Anzi, Gesù si lascia volontariamente "sporcare", perché sa che condividere la nostra condizione, toccare il fondo con noi, è l’unico modo per sanare quelle acque e trasformarle in sorgente di vita nuova.
Svegliarsi figli amati
Allora, qual è il messaggio per noi oggi? Che non dobbiamo temere le nostre fragilità, le nostre "canne incrinate". Dio non è venuto per spezzarci, ma per immergersi con noi nel fiume della nostra esistenza, per quanto fangoso possa sembrarci.
Quando Gesù esce dall'acqua, i cieli si aprono e la voce del Padre dice: «Questi è il Figlio mio, l'amato».
Oggi, quella voce è per noi. Lasciamoci raggiungere da questo amore che non chiede permessi, che non guarda ai meriti, ma che vuole solo ridarci la vita. Avere il coraggio di credere a questo, di lasciarsi amare così come siamo, è il primo passo per svegliarsi davvero e iniziare a vivere da figli, e non più da schiavi.