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Non sarà subito la fine

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Non sarà subito la fine

Ormai l'anno liturgico volge al termine e la liturgia ci propone gli ultimi tempi, con il ritorno del Signore Gesù.

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».

Gesù parte subito col botto. Per fare capire ai suoi discepoli che niente in questo mondo rimarrà in piedi e tutto crollerà, prende in considerazione il tempio, simbolo della sicurezza di Israele. Non solo era infatti la costruzione più bella e possente del paese, ma soprattutto era il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, la garanzia della sua continua protezione anche per il futuro. Affermando che il tempio sarebbe stato raso al suolo, agli occhi degli Ebrei egli si rendeva reo di bestemmia, perché esso veniva identificato con Dio stesso. Sarà proprio infatti questa l'accusa che lo porterà alla condanna a morte.

Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?»

I discepoli cercano subito di esorcizzare il pericolo incombente e di controllarlo. La domanda da porsi non era però "quando succederà?", ma piuttosto: "cosa resterà allora? Come dobbiamo prepararci a tale avvenimento?"

E Gesù incalza:

«Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: "Sono io!", e: "Il tempo è vicino!". Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

Non solo sarà distrutto il tempio - continua Gesù ma ci saranno pure discordie e divisioni, disastri causati dalla mano dell'uomo e cataclismi naturali. Tutto andrà distrutto: persino realtà e strutture considerate talmente solide da sembrare connaturali all'uomo, come la famiglia, la parentela e la religione... Come non vedere nelle parole di Gesù quanto sta già avvenendo nel mondo, come le guerre, i disordini politici e gli sconvolgimenti climatici?

Ma allora, perché darsi ancora da fare? Perchè costruire un mondo destinato comunque a crollare? Perché cercare il progresso se non c'è futuro per le realizzazioni umane? Non è forse meglio fare come quei cristiani di Tessalonica di cui parla la seconda Lettura, che in vista della fine del mondo pensata ormai imminente, avevano smesso di lavorare?

Niente di tutto ciò! Per quanto questa profezia possa far paura, il futuro ci riserva ben altro. Infatti Gesù continua il suo discorso dicendo:

"Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome

In tutto questo discorso apocalittico di Gesù l'evangelista Luca vede un "già ma non ancora", un intreccio fra la fine del mondo con la venuta finale del Regno e il periodo intermedio di persecuzione in cui la Chiesa è chiamata a vivere nel mondo. Il Maestro vuole assicurare i suoi discepoli che gli avvenimenti da lui predetti, per quanto terrificanti, non significano affatto l'imminenza della fine del mondo, ma sono lo scenario storico abituale in cui la Chiesa è chiamata a vivere la sua missione: "Non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine".

I primi cristiani, ricordando questa profezia di Gesù, ebbero così il tempo di prepararsi ad avvenimenti terribili come la distruzione di Gerusalemme (70 d.C.) e soprattutto affrontare con coraggio le persecuzioni a cui andavano incontro, sopportando con pazienza le grandi prove che dovettero subire nei primi tre secoli della loro esistenza. Lo stesso libro dell' Apocalisse, nel narrare avvenimenti apocalittici sconvolgenti non intendeva affatto descrivere la fine del mondo - come Testimoni di Geova ed altre sette ancora credono - ma, al contrario, San Giovanni che lo ha scritto voleva con esso sostenere la resistenza dei cristiani nelle persecuzioni scatenate dalla "bestia" (l'impero romano) che finirà gettata "nello stagno di fuoco".

Per questo Gesù continua dicendo: "Avrete allora occasione di dare testimonianza". Al discepolo che vive il dramma del rifiuto del mondo e la persecuzione dei pagani, egli assicura che in tutte le prove che lo aspettano sperimenterà la presenza del Signore e l'assistenza dello Spirito Santo. Anzi, le persecuzioni subite dalla Chiesa renderanno ancor più valida la sua testimonianza, perché la verità del vangelo che annunceranno, più che dalle parole della loro bocca sarà proclamata dall'esempio della loro vita!

Per noi

Un brano evangelico di grande consolazione e speranza anche per noi, che in questi tempi di crisi religiosa e grandi sconvolgimenti climatici sperimentiamo il venir meno, con la civiltà cristiana, delle sicurezze tradizionali su cui era poggiata la nostra fede. Realtà come sacerdozio, sacramenti, vita consacrata e precetti della Chiesa appaiono in crisi, e i segni esterni della fede, come l'acqua benedetta, l'abito religioso, il crocefisso perdono si stanno nel mondo svuotando di significato. Gesù nella prospettiva profetica di questo vangelo tutto questo lo ha previsto e considerato. Aspettiamoci quindi (in parte questo sta già avvenendo) di vedere la nostra fede non superata o scomparsa, ma purificata, riformulata e adattata ai tempi in cui siamo chiamati a vivere. Fino alla venuta finale del Signore.

Purché nel frattempo "con l'acqua sporca non si butti via anche il bambino", cioè non venga meno la fede-fiducia nell'amore provvidente di Dio, fino alla venuta del Signore Gesù. Ce lo ha infatti promesso anche oggi: "Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto!". Le città saranno sconvolte, i cieli e la terra spariranno, ma i credenti rimarranno per sempre, perchè sono al centro dell'interesse e della cura di Dio!

Lo terrò presente quando al mattino pulisco il lavandino dai capelli caduti dal mio pettine... Ogni singolo capello, come ognuna dei miliardi di foglie che stanno cadendo in questo autunno che avanza a grandi passi verso l'inverno, tutti e ciascuno sono contati e tenuti da conto da Colui che mi ama!

"Non cade foglia che Dio non voglia!"

Pronti ad attraversare il limite

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Custodire il fuoco, non le ceneri

Il vangelo proposto nella XXXII Domenica del tempo ordinario, anno C, (Lc 21,5-19) inizia con uno sguardo di ammirazione, forse di orgoglio di quelli che osservavano il tempio di Gerusalemme "ornato di belle pietre e di doni votivi" (v. 5). Assomiglia allo sguardo che riserviamo alle cose che durano, alle nostre istituzioni, alle nostre cattedrali, alla nostra storia. In quelle pietre solide vediamo la nostra identità, la garanzia di una fede visibile e potente. Questo sguardo, in sé legittimo, porta con sé un rischio sottile: l'attaccamento. Diventano un limite rassicurante, una soglia che abbiamo paura di attraversare. Il rischio di confondere la solidità delle pietre con la vitalità della fede. Si può passare la vita ad ammirare le strutture, le abitudini, le forme esteriori, al punto da non accorgersi più dei "segni dei tempi" che Dio dissemina nel presente. È la differenza cruciale tra le "tradizioni" (con la t minuscola) e la "Tradizione" (con la T maiuscola). Le tradizioni sono come le "belle pietre": sono la forma, la struttura, l'abitudine. Possono essere preziose, ma se perdono il loro spirito, diventano "ceneri". La Tradizione, invece, è il "fuoco". È la presenza viva dello Spirito, la relazione continua e dinamica con il Dio vivente, che non può essere imprigionato in nessuna struttura, per quanto magnifica. Quando Gesù interviene in quella scena, la sua parola è tagliente: "Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra" (v. 6). Non è un annuncio disfattista. È la voce di chi custodisce il fuoco. Gesù ci ricorda che il sistema religioso che si ammira da solo, invece di essere un luogo di incontro, è destinato a finire. La fede non si appoggia sulle pietre, ma sulla Parola vivente.

La fine non è il Fine

La reazione di chi ascolta Gesù è la nostra reazione di sempre di fronte all'ignoto: l'ansia. "Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno...?" (v. 7). È la pretesa di avere una mappa del futuro, di controllare ciò che ci spaventa. Gesù risponde descrivendo il caos. Parla di "guerre e di rivoluzioni", di nazioni contro nazioni, di "terremoti, carestie e pestilenze" in vari luoghi (vv. 9-11). Sembra la cronaca dei nostri telegiornali. Eppure, nel mezzo di questo quadro terrificante, Gesù pronuncia la parola più sorprendente: "non vi terrorizzate" (v. 9). Non date spazio alla paura. E poi aggiunge la frase chiave: "prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine". In questa frase c'è un insegnamento fondamentale. Gesù sta distinguendo tra le catastrofi della storia e la Fine, cioè il compimento del disegno di Dio. Le guerre, le pandemie, i conflitti... non sono la fine. Appartengono a quello che possiamo chiamare il "faticoso cammino della storia", un cammino segnato dal limite umano e dalle sue conseguenze. L'intenzione di Gesù non è quella di incutere timore. Dio non ha nel cuore "progetti di sventura", ma un disegno d'amore e di pace. Lo scopo di queste parole non è fissarci sulla paura delle catastrofi, ma aiutarci a sollevare lo sguardo oltre il caos, verso il vero fine (il telos , il compimento) a cui la nostra esistenza è realmente destinata.

Le due fughe dal presente: Fanatismo e Ozio

Come vivere, dunque, questo "tempo di mezzo"? Come abitare la storia quando le "belle pietre" tremano e la fine promessa non è immediata? La parola di Dio ci mostra due tentazioni opposte, che sono in realtà due facce della stessa medaglia: la fuga dal presente.

La prima fuga è quella nel fanatismo. Gesù ci mette in guardia: "Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno... dicendo: 'Sono io', e: 'Il tempo è vicino'. Non andate dietro a loro!" (v. 8). È la tentazione di chi non sopporta il "faticoso cammino" e cerca una scorciatoia. Cerca il "guru", la soluzione magica, il profeta apocalittico che dia una risposta immediata all'ansia.

La seconda fuga è quella nel disimpegno. San Paolo ce la descrive perfettamente. Nella comunità di Tessalonica, la stessa ansia escatologica ("la fine è imminente") aveva prodotto l'effetto perverso dell'ozio. Alcuni, sentiamo, vivevano "una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione" (2Ts 3,11). Avevano smesso di lavorare, di assumersi le proprie responsabilità, vivendo a spese della comunità. La parola di San Paolo è dura, ma è un richiamo teologico fondamentale: "Chi non vuole lavorare, neppure mangi" (2Ts 3,10). Questo non è un principio di economia, ma di spiritualità. Paolo sta dicendo che la speranza cristiana non ci aliena dal mondo. Non ci stacca dalle nostre responsabilità. Al contrario, il lavoro, l'impegno quotidiano per la propria dignità e per una società più giusta, è proprio il modo concreto di "attendere" il Signore.