Dalla pietra alla carne
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A volte la liturgia ci sorprende. Per celebrare la Dedicazione della Basilica Lateranense, la "Madre di tutte le Chiese", la prima grande casa costruita per la preghiera pubblica dei cristiani dopo il buio delle persecuzioni, la Parola che ci viene offerta non è un inno alla maestà dell'edificio. Al contrario, ci viene incontro un Gesù severo, con una frusta in mano (Gv 2, 13-22).
Non è una contraddizione, ma un invito a guardare più a fondo. È un'occasione preziosa per chiederci: che cos'è, davvero, un "tempio"? E dove abita Dio?
Quando il tempio diventa mercato
L'immagine di Gesù che rovescia i banchi dei cambiamonete e scaccia i venditori ci scuote. Spesso la interpretiamo come un semplice gesto contro la disonestà. I Vangeli sinottici, infatti, riportano la citazione di Geremia: "Voi ne avete fatto un covo di ladri" (Lc 19,46) 4, una denuncia della corruzione morale. Ma l'evangelista Giovanni va oltre. Riporta una frase diversa, più radicale: "Non fate della casa del Padre mio una casa di commercio" (Gv 2,16). Gesù non sta denunciando (solo) il commercio disonesto; sta denunciando il commercio in sé, nel momento in cui invade lo spazio della relazione gratuita con Dio.
Lo zelo che divora Gesù non è un impeto di distruzione. È un fuoco creativo, una passione ardente per la purezza della relazione. Il tempio, il cuore pulsante della fede di Israele, era diventato un sistema che metteva un prezzo sulla grazia. Per pregare, dovevi cambiare la tua moneta, pagando una commissione. Per espiare, dovevi comprare l'animale per il sacrificio. La salvezza, di fatto, aveva un costo.
Questa logica del mercato è l'esatto opposto della logica della casa del Padre, che è il luogo della gratuità e dell'accoglienza. Un sistema basato sul prezzo finisce sempre per escludere qualcuno: i poveri, coloro che non possono "pagare" per il loro posto davanti a Dio. Gesù scaccia questa logica perché profana l'immagine stessa di Dio-Padre.
Il sacro si fa carne
Di fronte a un tempio diventato "mercato" Gesù compie il gesto che ridefinisce la storia della fede. Alla richiesta di un segno, risponde con parole misteriose: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere" (Gv 2,19). Chi lo ascolta è scandalizzato. Pensa all'enorme edificio di pietra, la cui costruzione era durata quasi mezzo secolo. È un equivoco profondo. L'evangelista, che scrive dopo la Pasqua, ci svela il vero significato: "Egli parlava del tempio del suo corpo" (Gv 2,21).
Questa è la rivoluzione. La presenza di Dio, il "Santo dei Santi", migra definitivamente. Abbandona la pietra, lo spazio recintato e controllato, e sceglie una nuova dimora: la carne, la persona di Gesù Cristo. Il sacro non è più legato a un luogo fisico, ma diventa personale. Il vero punto di contatto tra il Cielo e la Terra, il "centro" che dà senso al nostro mondo, non è più un edificio, ma il Figlio fatto uomo.
Pietre vive
Il cammino, però, non si ferma a Cristo. San Paolo, nella seconda lettera ai Corinzi (1Cor 3, 9-17), compie il passo successivo e lo porta fino a noi. Scrivendo alla comunità di Corinto, divisa e litigiosa, ricorda loro una verità sconvolgente: "Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?" (1Cor 3,16). Se siamo il Corpo di Cristo, allora la dimora di Dio, oggi, siamo noi.
E qual è, allora, la profanazione di questo nuovo tempio? Paolo è severissimo: "Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui" (1Cor 3,17). La comunità di Corinto si "guastava" con le divisioni, i pettegolezzi, l'invidia. Si profana il tempio di Dio ogni volta che lasciamo rientrare la logica del "mercato": quando giudichiamo le persone dal loro "valore", quando creiamo gerarchie, quando riduciamo le relazioni a uno scambio di interessi, quando dividiamo il corpo di Cristo.
Il santuario profanato oggi
Se la presenza di Dio abita nelle persone, la riflessione di oggi ci pone una domanda finale e ineludibile: dove troviamo, oggi, questi templi "distrutti" che attendono di "risorgere"? Dove dimora la Presenza che il mondo ha trasformato in "mercato"? La risposta ce la dà Cristo stesso, nel Vangelo di Matteo: "Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25, 40).
Il tempio più sacro e, al contempo, più profanato oggi, è il corpo del povero. L'affamato, l'assetato, il carcerato, il forestiero, l'emarginato: loro sono il "luogo teologico", il "Santo dei Santi" dove Cristo attende di essere incontrato.
La vera, definitiva profanazione, oggi, non è più vendere colombe nel cortile di un tempio. È trattare un essere umano come merce. È ridurre una persona a un costo, a un numero, a un problema da gestire, a uno "scarto".
Celebrare la festa di una basilica di pietra, allora, ci richiama con urgenza a prenderci cura di queste pietre vive e ferite. È un invito a compiere, con la stessa passione di Gesù, un gesto di "riparazione": scacciare dal nostro cuore e dalle nostre comunità la logica del prezzo, per fare spazio alla logica della Casa, e diventare anche noi, come il tempio di Ezechiele, una sorgente d'acqua viva che scorre per portare guarigione e vita a chi è ai margini.