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Alzare lo sguardo per guarire

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Cosa significa, davvero, "esaltare" la Croce? La domanda sorge quasi inevitabile ogni volta che il calendario liturgico ci pone davanti a questa festa solenne. La parola stessa, "esaltazione", evoca immagini di trionfo, di gloria, di clamore. Eppure, l'oggetto della nostra venerazione è uno strumento di tortura, il simbolo di una sconfitta pubblica e di una morte infamante. Come conciliare questo paradosso? Forse, la chiave non sta nel cercare di coprire la crudezza del legno con ori e incensi, ma nell'accogliere il suo silenzio assordante. Spesso, un'esaltazione troppo rumorosa della Croce, quasi fosse un vessillo di guerra da sventolare con orgoglio, rischia di tradirne il mistero più profondo. La vera maestà della Croce è la grandezza silenziosa di un amore che si spoglia di tutto, che non trattiene nulla per sé, che si dona senza condizioni. È la maestà di un amore che, come ci racconta l'evangelista Giovanni, ama i suoi "sino alla fine" (Gv 13,1). Non è un amore che si disperde in mille parole, ma che si concentra in un unico gesto di totale offerta.

La mormorazione che morde l’anima

Il libro dei Numeri ci presenta una scena che è la fotografia di ogni nostro cammino spirituale, con le sue fatiche, le sue deviazioni e le sue crisi di fede (Nm 21,4-9). Il popolo d'Israele è in viaggio, un viaggio che sembra interminabile. La necessità di "aggirare il territorio di Edom" rappresenta una di quelle deviazioni impreviste della vita, uno di quei percorsi più lunghi che mettono a dura prova la nostra resistenza e la nostra fiducia. Il cuore del dramma è racchiuso in una frase tanto semplice quanto potente: "il popolo non sopportò il viaggio". Quante volte anche noi non sopportiamo il nostro viaggio? Quando la strada si allunga, la meta sembra svanire all'orizzonte e la fatica prosciuga ogni speranza. È in quel momento che, come Israele, iniziamo a mormorare. La loro lamentela è terribile, perché non è solo un'espressione di stanchezza, ma un'accusa diretta a Dio e alla sua guida: "Perché ci avete fatto salire dall'Egitto per farci morire in questo deserto?" (v. 5). È qui che si annida il veleno. La mormorazione, la sfiducia, il rimpianto per una schiavitù passata che appare preferibile a una libertà faticosa, sono un veleno che il popolo produce dentro di sé. E questo veleno interiore si materializza all'esterno. I "serpenti brucianti" che iniziano a mordere la gente non una punizione calata dall'alto, ma piuttosto la conseguenza concreta e mortale del veleno interiore (come la sfiducia e la lamentela) che il popolo stesso ha lasciato crescere nel proprio cuore.

Alzare lo sguardo per guarire

Di fronte al popolo che muore, morso dal suo stesso veleno, Mosè intercede. La sua preghiera è logica e umana: chiede a Dio di "allontanare i serpenti". Tuttavia Dio non elimina la prova. I serpenti restano nel deserto. Questa è una lezione fondamentale per una fede adulta: Dio non ci promette una vita senza difficoltà, senza prove, senza la presenza del male e della sofferenza. La sua salvezza non è una fuga dalla realtà, ma una via di guarigione all'interno della realtà. La soluzione divina è un comando paradossale: "Fatti un serpente e mettilo sopra un'asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita" (v. 8). Dio chiede a Mosè di forgiare l'immagine stessa di ciò che sta portando morte e di innalzarla, di trasformarla in un segno di salvezza. La guarigione non viene dal distogliere lo sguardo dal problema, ma dal guardare la fonte del dolore trasfigurata dalla potenza di Dio. È un invito a confrontarsi con la propria ferita, ma a farlo attraverso un nuovo punto di vista, quello offerto da Dio. Secoli dopo, in un dialogo notturno con Nicodemo, Gesù stesso svela il significato ultimo di questo strano evento. Le sue parole collegano indissolubilmente l'asta di Mosè al suo destino: "E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (Gv 3,14). La Croce è il nostro serpente di bronzo. Su quel legno è innalzato Colui che, pur senza conoscere peccato, si è "fatto peccato" per noi, ha preso su di sé tutto il veleno della nostra disobbedienza, della nostra violenza, della nostra morte, per trasformarlo in un farmaco di vita eterna. Alzare lo sguardo verso il Crocifisso, quindi, è molto più di un atto di pietà o un’abitudine religiosa. È l'atto di fede per eccellenza. Significa avere la fiducia totale che Dio ha capovolto la situazione, trasformando la morte in vita, la fragilità in forza e la condanna in salvezza per l'umanità. La salvezza, però, richiede la nostra partecipazione attiva. Gli israeliti non venivano guariti passivamente; dovevano compiere un'azione: guardare. Chi si rifiutava di alzare lo sguardo, moriva. Allo stesso modo, a noi è chiesto di non distogliere lo sguardo dalla Croce, di non fuggire di fronte alla realtà del dolore e del male, ma di avere il coraggio di guardarli attraverso Cristo. Guardare il Crocifisso significa confrontarsi con la nostra fragilità, con la nostra mortalità, con il nostro peccato, ma scoprendo che tutto questo è stato assunto, abbracciato e redento dall'amore infinito di Dio. La fede non ci insegna a ignorare il buio, ma ci dona una luce per guardarlo senza esserne divorati.

Abbracciare un legno che non vacilla

La Croce non è più solo un simbolo di sofferenza, ma la manifestazione di un Amore serio e affidabile. È un legno piantato solidamente a terra. Un legno che non flette e non vacilla. In un mondo dove tutto sembra liquido, precario, dove le certezze si incrinano e le promesse vengono infrante, la Croce si erge come l'unico punto di appoggio veramente sicuro. Non è un'idea astratta, ma una realtà concreta a cui ci si può appoggiare in totale sicurezza. Questo appoggio saldo è l'Amore di Dio, un Amore dimostrato, non solo dichiarato; un Amore che si è lasciato inchiodare per non abbandonarci mai.

Contemplare la Croce toglie ogni paura. Ci rivela l'intenzione ultima di Dio, il suo desiderio più profondo per ciascuno di noi. Come Gesù stesso assicura a Nicodemo, "Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (Gv 3,17). La Croce non è il tribunale di un Dio giudice, ma il trono di un Re che regna amando. Non è un dito puntato che condanna, ma due braccia spalancate che accolgono. È l'abbraccio di salvezza che Dio offre a un mondo che vacilla, un appoggio sicuro per il nostro cammino, una promessa silenziosa ma incrollabile di vita eterna.

Il Paradiso all’improvviso

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C'è una frase nel Vangelo di questa domenica che, se ci fermiamo un attimo, risuona con una forza particolare: "Il popolo stava a vedere" (Lc 23,35).

Immaginiamo la scena sul Golgota: il frastuono delle grida, gli insulti dei capi, le risate sguaiate dei soldati e il lamento dei condannati. Eppure, in mezzo a questo caos, la folla si ferma. Non deride, non inveisce. Semplicemente sta lì e guarda.

Che qualità ha lo sguardo di quel popolo? E, soprattutto, come guardiamo noi quando ci troviamo di fronte alle croci della vita?

Imparare a guardare

Nella nostra quotidianità siamo spesso ridotti a spettatori passivi. Scorriamo notizie sul telefono, osserviamo immagini di guerre e tragedie in televisione, rischiando di assuefarci al dolore altrui come se fosse uno show che non ci tocca nel vivo. Anche quel giorno sul Calvario, probabilmente, qualcuno era mosso dalla sola curiosità di vedere come sarebbe finito quel triste spettacolo.

Tuttavia, quel "stare a vedere" evangelico suggerisce una possibilità diversa. È simile a quando cerchiamo di fissare il sole: non possiamo farlo a occhi spalancati senza esserne feriti; dobbiamo socchiuderli, filtrare la luce eccessiva per coglierne la forma. Davanti a Gesù in croce accade la stessa cosa. Per comprendere chi sia veramente quel Re appeso a un legno, non basta lo sguardo superficiale di chi cerca il miracolo sensazionale. Serve uno sguardo più profondo, capace di andare oltre il legno insanguinato del patibolo, della sconfitta per intuire, nel silenzio di quell'uomo sofferente, una dignità che non appartiene a questo mondo.

Quel popolo silenzioso rappresenta forse la parte del nostro cuore che smette di giudicare e inizia a percepire la presenza di Dio. Non un Dio che scende dalla croce per dimostrare la sua potenza, ma un Dio che vi resta. Ed è qui il cuore del mistero: non è la sofferenza in sé che salva, e non è il dolore a rendere Re. Ciò che salva è l'amore. La croce non è l'esaltazione del patire, ma la rivelazione di un Amore che non si tira indietro, che non fugge davanti al male ma lo attraversa restando fedele fino alla fine.

Un re fatto di "ossa e carne"

Perché questo Re sceglie di restare? Perché non "salva sé stesso", come gli urlano contro?

Per capirlo, dobbiamo guardare all'antica promessa della prima lettura. Quando le tribù d'Israele riconobbero Davide come re, gli dissero: "Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne" (2 Sam 5,1). Non lo scelsero perché era il più forte o un padrone temibile, ma perché riconobbero in lui un familiare, uno della loro stessa pasta.

Gesù è Re dell'Universo esattamente in questo modo. Sulla croce, spogliato di ogni gloria terrena, ci mostra di essere diventato realmente "ossa e carne" con noi. Non scende dalla croce proprio per non spezzare questo legame. Non è un sovrano distante, assiso su un trono dorato e lontano dalle nostre miserie, ma un Re che ha scelto di abitare la nostra fragilità.

Quando ci sentiamo nudi e indifesi, non siamo soli: il nostro Re è lì. Le sue mani sono ferite come le nostre, il suo cuore conosce la nostra angoscia. Possiamo guardarlo non con il timore dei sudditi, ma con la confidenza dei fratelli, dicendo: "Signore, tu sai cosa sto passando, perché lo stai vivendo con me".

Due voci nel cuore dell’uomo

Sotto la croce e accanto a Lui, i due ladroni incarnano due modi opposti di reagire alla sofferenza, rappresentando le voci contrastanti che spesso abitano il nostro cuore.

Il primo grida: "Salva te stesso e noi!". È la voce della disperazione che vuole solo fuggire. Il suo "e noi" è la richiesta di un Dio "risolutore", utile solo se elimina il problema magicamente. È una fede che cerca il miracolo esteriore e, quando non arriva, finisce per insultare. Quante volte anche la nostra preghiera assomiglia a questa pretesa?

Poi c'è l'altro, il "Buon Ladrone". Egli guarda Gesù e vede ciò che agli altri sfugge: non vede un fallito, vede un Re. La sua preghiera è umile e immensa: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno".

Non chiede di scendere, non chiede di non morire. Chiede di non essere lasciato solo, cerca una relazione. "Ricordati di me" significa "portami nel tuo cuore". Quest'uomo, che aveva sbagliato tutto nella vita, compie alla fine l'atto più giusto: capisce che la salvezza non è la fuga dalla realtà, ma l'incontro con l'Amore che ti abbraccia proprio lì, nel momento più buio.

L’eternità in un istante

La risposta di Gesù è il dono più grande: "Oggi sarai con me nel paradiso".

Quel "con me" è la chiave. Il Paradiso non è solo un luogo da raggiungere dopo la morte, è la comunione con Gesù. E questo miracolo può accadere "oggi". La parola di Dio ci ricorda che non serve essere perfetti per avvicinarsi al Re. I capi religiosi, convinti della loro giustizia, non lo hanno riconosciuto; un malfattore, consapevole della sua colpa ma capace di affidarsi, è stato il primo santo canonizzato direttamente da Cristo.

Il Signore ci chiede solo di non distogliere lo sguardo, di provare a socchiudere gli occhi del cuore per non essere accecati dalle nostre paure. Se avremo il coraggio di dirgli con semplicità: "Signore, sono tue ossa e tua carne, ricordati di me", scopriremo che Lui non aspettava altro per sussurrarci: "Non ti ho mai dimenticato. Oggi, proprio oggi, io sono con te".

La questione di un dio che pare assente

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Il racconto della Passione di Gesù, che la liturgia ci ripropone con forza nella Settimana Santa, non è semplicemente la cronaca di eventi accaduti duemila anni fa in una lontana provincia dell'Impero Romano. È una storia viva, pulsante, che continua a ripetersi e a interpellarci profondamente nel nostro presente.

L'Oscurità sulla Terra e nel Cuore

Gli evangelisti descrivono le ore culminanti della vita terrena di Gesù avvolte da un'oscurità innaturale: "Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio" (Lc 23,44). Quel buio che copre il Golgota non è solo un fenomeno cosmico, ma il simbolo potente delle tenebre che avvolgono il cuore umano di fronte al male, all'ingiustizia, alla sofferenza innocente.

Non dobbiamo guardare lontano per ritrovare quella stessa oscurità. Basta aprire un giornale, ascoltare un notiziario: guerre che dilaniano popoli, violenze che calpestano la dignità umana, catastrofi naturali e crisi sociali che gettano nello sconforto intere comunità. Il grido di dolore che sale dalla terra oggi riecheggia potentemente il travaglio vissuto da Gesù sulla croce. La sua Passione non è solo una vicenda antica, ma lo specchio fedele del dramma dell'umanità di ogni tempo.

Il Grido dello Scandalo: "Dio mio, perché mi hai abbandonato?"

Al centro della Passione risuona un grido che lacera il silenzio e sfida ogni nostra certezza: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mt 27,45; Mc 15,34). È il grido di Gesù sulla croce, riportato da Matteo e da Marco. Anche se l'evangelista Luca attenua questo scandalo riportando le parole di affidamento "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,6), il grido di abbandono rimane, sconvolgente.

Quante volte, nel cuore della prova, nella malattia, nel lutto, nell'ingiustizia subita, questo stesso grido sale anche dalle nostre labbra? Quanti uomini e donne, oggi, si sentono persi, dimenticati, abbandonati da un dio che sembra sordo e lontano? La Passione ci costringe a confrontarci con questo scandalo: lo scandalo di un Messia sofferente e di un mondo che, a tratti, sembra privo della presenza divina.

Fughe e Tentativi di Spiegazione

Di fronte a questo mistero l'umanità ha spesso cercato scorciatoie, tentativi di "addomesticare" lo scandalo della Croce.

Una prima via è stata quella di pensare a un Dio che ha bisogno della sofferenza, quasi che il dolore fosse un prezzo necessario da pagare per la salvezza, un tributo richiesto persino al Figlio innocente. Ma può un Dio d'Amore nutrirsi di sofferenza? Può un Padre desiderare la morte atroce del Figlio? Questa immagine deforma il volto di Dio rivelato da Gesù stesso. Come afferma l'apostolo Giovanni: "Dio è amore" (1 Gv 4,8).

Un'altra strategia, forse più diffusa, è quella di saltare rapidamente dalla Croce alla Risurrezione. Si vede la Passione come un semplice incidente di percorso, un momento oscuro ma temporaneo, da superare velocemente per giungere al lieto fine. Tuttavia, in questo modo si priva la Croce del suo significato profondo, banalizzando il dramma del male e della sofferenza che continuano a influenzare la nostra storia. Si dimentica che la Risurrezione non elimina la Croce, ma la trasfigura, conferendole un nuovo significato.

La Risposta di Dio sulla Croce: "Io Ti Amo Sempre"

La vera comprensione, quella a cui sono giunti gli Apostoli dopo la Pentecoste, illuminati dallo Spirito Santo, è radicalmente diversa. Dio non ha voluto la sofferenza, ma l'ha assunta su di sé. Dio non era assente sul Golgota, ma era presente in quel Figlio che agonizzava sulla croce.

La Croce non è il segno dell'abbandono di Dio, ma il luogo supremo della sua rivelazione. Lì, nel silenzio apparente, nel dolore estremo, Dio manifesta la misura sconfinata del suo amore per l'umanità. Come scrive San Paolo: "Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,8).

Sulla croce, Dio non risponde al male con altro male, non risponde all'odio con la vendetta, ma con un amore che perdona, che si dona senza riserve, che vince la morte stessa. Sulla croce, Dio continua a sussurrare a ogni uomo e donna di ogni tempo: "Io ti amo sempre, comunque. Io sono con te, anche nelle tue tenebre più fitte. Il mio amore è più forte del peccato e della morte".

Accogliere l'Amore per Diventare Testimoni di Speranza

Meditare la Passione significa lasciarsi raggiungere da questo amore crocifisso. Significa riconoscere che anche nelle nostre oscurità, nelle nostre fatiche, nei nostri "perché" senza risposta immediata, Dio è presente, soffre con noi e ci sostiene.

Accogliere questo amore ci trasforma. Ci rende capaci, a nostra volta, di amare come Lui ci ha amato (cfr. Gv 13,34). Ci spinge a non rassegnarci di fronte al male del mondo, ma a diventare, con la forza che viene da Lui, costruttori di ponti, seminatori di pace, testimoni di una speranza che non delude, perché fondata sulla vittoria di Cristo sulla morte.

La Passione non è solo memoria, ma evento che ci interpella oggi. Ci invita a scendere dai nostri piedistalli, a riconoscere la nostra fragilità e il nostro bisogno di salvezza, e ad aprirci all'amore sconfinato di Dio che, dalla Croce, continua a rinnovare il mondo e a offrirci un futuro di vita e di speranza.