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Catechesi Quaresima 2026

1. L’uomo diventato preghiera

Francesco e la fame di Dio

C’è un malinteso radicato nell’immaginario popolare: Francesco come l’uomo d’azione, il predicatore itinerante, l’attivista della carità, il pacifista ante litteram che va dal sultano. Tutto vero, ma tutto incompleto. Le fonti più antiche ci restituiscono un ritratto diverso, più profondo, più segreto: Francesco era, prima di tutto e sopra tutto, un contemplativo. Un uomo divorato dalla fame di Dio.

Tommaso da Celano, il suo primo biografo, ci offre nella Vita seconda una descrizione che ha la forza di un ritratto dipinto dal vivo: «Francesco, uomo di Dio, sentendosi pellegrino nel corpo lontano dal Signore, cercava di raggiungere con lo spirito il cielo e, fatto ormai concittadino degli Angeli, ne era separato unicamente dalla parete della carne. L’anima era tutta assetata del suo Cristo e a Lui si offriva interamente nel corpo e nello spirito» (2Cel 94; FF 681). Leggiamo bene: separato unicamente dalla parete della carne. Francesco viveva come chi abita già altrove. Come chi ha già visto la luce della Trasfigurazione e non riesce più a dimenticarla.

Lo stesso Celano aggiunge che Francesco «trascorreva tutto il suo tempo in santo raccoglimento, per imprimere nel cuore la sapienza» e che «temeva di tornare indietro se non progrediva sempre» (2Cel 94; FF 681). Non un contemplativo occasionale, che ogni tanto si ritira per «ricaricare le batterie». Un contemplativo permanente, per il quale tutto il resto — la predicazione, i viaggi, gli incontri — era un’interruzione della contemplazione, non il contrario. Per Francesco il centro era il silenzio con Dio. Tutto ciò che ne usciva — parole, gesti, miracoli — era irradiazione di quel centro.

Lo spirito di orazione e devozione

Se vogliamo capire quanto la contemplazione fosse centrale per Francesco, basta leggere la Regola bollata, il testo legislativo definitivo dell’Ordine, approvato da Onorio III nel 1223. Al capitolo V, tra le norme sulla vita dei frati, Francesco inserisce una frase che è una vera e propria dichiarazione di priorità: i frati che lavorano devono farlo in modo tale «che non si spenga lo spirito della santa orazione e devozione, al quale tutte le altre cose temporali devono servire» (Rb V,2; FF 90). Rileggiamola: tutte le altre cose temporali devono servire allo spirito di preghiera. Non il contrario. La preghiera non è al servizio dell’azione: è l’azione che è al servizio della preghiera.

In un’epoca in cui gli ordini religiosi si dividevano rigidamente tra contemplativi (monaci chiusi nei monasteri) e attivi (canonici e predicatori impegnati nel mondo), Francesco inventò una terza via: la contemplazione nel cuore dell’azione. Non un monastero, ma nemmeno un’agenzia di servizi. Una fraternità di uomini che pregano camminando, che contemplano servendo, che portano il silenzio degli eremi nelle strade delle città. Il frate minore non è un monaco che ogni tanto esce, né un attivista che ogni tanto si ferma: è un contemplativo in cammino.

La Regola di vita negli eremi (FF 136) acquista qui un significato ulteriore. Francesco non istituisce eremi come luoghi di fuga permanente. Istituisce ritmi: i frati alternano la vita attiva e la vita contemplativa, scambiandosi i ruoli di «madri» e «figli».

2. I luoghi della contemplazione francescana

Gli eremi come altari a cielo aperto

Per comprendere la contemplazione di Francesco non bastano i testi. Bisogna vedere i luoghi. Bisogna salire, fisicamente o con l’immaginazione, verso quegli eremi che Francesco cercò per tutta la vita con la stessa urgenza con cui Gesù cercò il monte della Trasfigurazione.

Le Carceri, sopra Assisi: grotte scavate nella roccia del monte Subasio, tra lecci secolari, dove il silenzio è così denso che sembra materia. Celano ci racconta che Francesco tornava continuamente all’Eremo delle Carceri per vivere nella «beata solitudine della contemplazione» (cfr. 1Cel 71; FF 479). Il nome stesso è eloquente: carceri, dal latino carcer, luogo chiuso, appartato. Ma per Francesco la clausura del silenzio non era una prigione: era una liberazione. Ci si chiudeva al rumore per aprirsi a Dio.

La Verna, in Toscana: un massiccio roccioso sospeso tra cielo e terra, avvolto di nebbie e di foreste. Fu lì che, nel settembre del 1224, Francesco visse l’esperienza contemplativa più alta e più terribile della sua vita. Ritiratosi per un lungo digiuno quaresimale in onore di san Michele Arcangelo, «nel ritiro della devota contemplazione, ormai volgeva tutto se stesso verso la gloria celeste» (cfr. Trattato dei miracoli; FF 1919). E lì apparve il Serafino crocifisso, e lì il suo corpo fu segnato dalle stimmate. La contemplazione aveva raggiunto un punto di intensità tale che il corpo stesso ne fu trasfigurato — non di luce, come Cristo sul Tabor, ma di ferite. La contemplazione francescana non è illuminazione: è conformazione. Non si contempla una bellezza lontana: ci si lascia penetrare da essa, fino a portarne i segni nella carne.

Greccio, nella valle reatina: il luogo del Natale del 1223, dove Francesco inventò il presepe. Un eremo «ricco di povertà», come scrive Celano, dal quale Francesco poteva «dedicarsi più liberamente alla contemplazione delle cose celesti» (2Cel 35; FF 621). Greccio ci ricorda che la contemplazione francescana non è astratta: è incarnata. A Greccio Francesco non contempla un’idea teologica: contempla un bambino nella paglia. La contemplazione francescana parte sempre dal concreto — un volto, un pezzo di pane, un fiore, un corpo piagato — per risalire al mistero.

Fonte Colombo, dove fu scritta la Regola. Poggio Bustone, dove Francesco ricevette la certezza del perdono. Sant’Urbano, dove pregava di notte tra le rocce. Ogni eremo era un Tabor. Ogni salita era una trasfigurazione. Francesco non aveva un solo monte: ne aveva decine. E ogni volta saliva per vedere, e ogni volta scendeva trasformato.

La contemplazione delle creature

Ma la contemplazione di Francesco non si limitava agli eremi e alla preghiera solitaria. Qui sta la sua originalità più dirompente: Francesco contemplava anche nel mondo, anche in mezzo alle creature, anche camminando per strada. Non perché il mondo fosse il suo tempio in senso vago e panteistico, ma perché in ogni creatura vedeva l’impronta del Creatore. Ogni cosa era un’icona. Ogni essere vivente era una parola pronunciata da Dio.

Bonaventura, nella Leggenda Maggiore, scrive che Francesco «considerando che tutte le cose hanno un’origine comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello o sorella» (LM VIII,6; FF 1145). Questa non è poesia romantica: è teologia mistica in atto. Francesco vedeva la parentela ontologica tra tutte le creature perché le guardava con gli occhi della contemplazione. Chi guarda superficialmente vede un lupo, un verme, una pietra. Chi contempla vede in ciascuno di essi un’opera di Dio, un riflesso del suo amore, una lettera dell’alfabeto divino.

Il Cantico delle creature non è un inno alla natura. È il frutto maturo di una vita intera di contemplazione. Quando Francesco lo compose, era cieco, malato, stigmatizzato, sofferente. Non vedeva più il sole con gli occhi del corpo. Ma lo vedeva — più che mai — con gli occhi dello spirito. «Laudato si’, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature, spetialmente messor lo frate Sole» (FF 263). Il Cantico è la prova che la contemplazione non dipende dagli occhi fisici. Chi ha imparato a contemplare vede anche quando è cieco. Perché ha sviluppato un altro organo di percezione: quello che Francesco e le fonti chiamano gli «occhi dello spirito».

3. Gli occhi dello spirito

L’Ammonizione I e il segreto della contemplazione francescana

C’è un’espressione che attraversa gli scritti di Francesco come un filo d’oro: gli occhi dello spirito. Compare nell’Ammonizione I, il testo sulla presenza di Cristo nell’Eucaristia, e rappresenta forse la chiave più profonda per comprendere la contemplazione francescana.

Francesco scrive: «Come ai santi apostoli si mostrò nella vera carne, così anche ora si mostra a noi nel pane consacrato. E come essi con gli occhi del loro corpo vedevano soltanto la carne di lui, ma, contemplandolo con gli occhi dello spirito, credevano che egli era lo stesso Dio, così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, dobbiamo vedere e credere fermamente che questo è il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero» (Am I; FF 144).

Due livelli di visione, dunque. Gli occhi del corpo, che vedono la superficie: carne, pane, vino, un uomo, una creatura. E gli occhi dello spirito, che vedono la profondità: la divinità nel corpo di Cristo, la presenza reale nel pane, l’impronta del Creatore nella creatura. La contemplazione, per Francesco, è esattamente questo: il passaggio dagli occhi del corpo agli occhi dello spirito. Non un’aggiunta di informazione, ma una trasformazione dello sguardo. Non vedere di più, ma vedere diversamente. Non guardare un’altra cosa, ma guardare la stessa cosa con altri occhi.

La contemplazione come discesa nell’umiltà di Dio

Ma l’Ammonizione I contiene un’altra intuizione decisiva, che collega la contemplazione alla kénosi. Francesco contempla un Dio che «ogni giorno si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote» (Am I; FF 144). La contemplazione francescana non è ascesa verso un Dio lontano e splendente: è discesa verso un Dio vicino e nascosto. Non si contempla guardando in alto: si contempla guardando in basso, lì dove Dio si è messo.

Ecco perché Francesco non aveva bisogno di cattedrali per contemplare. Aveva bisogno di un pezzo di pane. Aveva bisogno del volto di un lebbroso. Aveva bisogno di un verme sulla strada. Perché il Dio che contemplava non era il Dio dei filosofi, impassibile e lontano: era il Dio che scende, che si nasconde, che si fa piccolo fino a diventare invisibile. E per trovare un Dio così piccolo serve un’attenzione enorme. Serve lo sguardo affilato di chi sa che la perla più preziosa è nascosta nella conchiglia più umile.

4. La Verna: dove la contemplazione diventa fuoco

La Lode di Dio Altissimo e il vertice della preghiera francescana

Per comprendere dove possa arrivare la contemplazione francescana, bisogna salire alla Verna e ascoltare ciò che Francesco scrisse di suo pugno dopo l’esperienza delle stimmate. La Lode di Dio Altissimo (FF 261) è un testo che Francesco vergò sulla chartula, lo stesso foglietto che porta sul resto la benedizione a frate Leone. È il documento più intimo che possediamo: la calligrafia di Francesco, la pergamena che portò con sé fino alla morte, il grido di un uomo che ha visto qualcosa di così grande da non poterlo contenere in nessuna parola.

«Tu sei santo, Signore, Dio unico, che fai cose meravigliose. Tu sei forte. Tu sei grande. Tu sei altissimo. Tu sei re onnipotente, tu Padre santo, re del cielo e della terra». Il testo prosegue con una cascata di attributi divini — tu sei trino e uno, tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene, tu sei amore e carità, tu sei sapienza, tu sei umiltà, tu sei pazienza, tu sei bellezza, tu sei sicurezza, tu sei quiete — fino alla ripetizione vertiginosa: «Tu sei il nostro custode e difensore. Tu sei fortezza. Tu sei refrigerio. Tu sei la nostra speranza. Tu sei la nostra fede. Tu sei la nostra carità. Tu sei tutta la nostra dolcezza. Tu sei la nostra vita eterna».

Questo testo non è una teologia. Non è nemmeno una preghiera nel senso abituale del termine. È un’eruzione. È il magma incandescente di un’anima che ha guardato troppo a lungo dentro il mistero di Dio e non può più trattenersi. Non c’è richiesta, non c’è domanda, non c’è confessione: c’è solo il «Tu», ripetuto all’infinito, come chi non sa fare altro che indicare ciò che vede, stupefatto.

5. Contemplare oggi: l’urgenza di fermarsi

Il mondo che non sa più guardare

E noi? In quale deserto viviamo? Non nel deserto del silenzio, ma nel deserto opposto: il deserto del rumore. Viviamo sommersi da stimoli, notifiche, immagini, informazioni, richieste. Il nostro tempo è frammentato in mille schegge di attenzione, ciascuna troppo breve per vedere qualcosa in profondità. Guardiamo tutto e non vediamo nulla. Scorriamo migliaia di immagini al giorno e non ne contempliamo nessuna.

La crisi del nostro tempo non è una crisi di contenuti. È una crisi di attenzione. Non ci mancano le cose da vedere: ci manca lo sguardo. Non ci mancano le informazioni su Dio: ci manca l’esperienza di Dio. Sappiamo tutto e non vediamo nulla. La società dell’informazione è diventata, paradossalmente, la società della cecità interiore. Siamo saturi di dati e affamati di senso. Come i discepoli prima della Trasfigurazione: camminiamo accanto a Gesù, lo ascoltiamo, lo seguiamo, ma non vediamo chi è davvero. Perché per vedere bisogna fermarsi. E noi non sappiamo più fermarci.

La contemplazione come resistenza

In questo contesto, la contemplazione francescana non è un lusso per anime pie. È un atto di resistenza. È la scelta consapevole di sottrarsi alla dittatura della velocità per ritrovare la capacità di guardare. Di dire al mondo: no, non scorrerò questa giornata come un feed infinito. Mi fermerò. Guarderò. Aspetterò che le cose mi parlino.

Francesco non aveva smartphone, ma aveva un mondo altrettanto rumoroso: le folle che lo cercavano, i frati che lo consultavano, i vescovi che lo convocavano, i problemi dell’Ordine che si moltiplicavano. E la sua risposta era sempre la stessa: tornare all’eremo. Salire sul monte. Chiudersi nella grotta. Non per fuggire il mondo, ma per ritrovare lo sguardo con cui guardarlo. Chi non si ferma mai finisce per non vedere più nulla. Chi si ferma, anche solo per pochi minuti al giorno, ritrova la capacità di stupirsi — e lo stupore è l’inizio della contemplazione.

La guarigione dello sguardo

La contemplazione guarisce lo sguardo. Non nel senso che fa vedere cose straordinarie, ma nel senso che fa vedere le cose ordinarie per quello che sono: doni. Chi contempla vede il pane e ci vede un miracolo di grano, di sole, di mani che hanno impastato. Chi contempla vede un volto e ci vede una storia, una ferita, una bellezza. Chi contempla vede un albero e ci vede un fratello che affonda le radici nella stessa terra.

La contemplazione è il contrario del consumo. Consumare significa usare e gettare. Contemplare significa guardare e ringraziare. Dove c’è contemplazione, diceva Francesco nell’Ammonizione XXVII, «non è affanno né dissipazione» (FF 177). Dove c’è lo sguardo contemplativo, c’è pace. Non la pace di chi non ha problemi, ma la pace di chi ha trovato il punto fermo da cui guardare anche il caos senza esserne travolto.

Contemplazione e relazioni

La contemplazione non guarisce solo il rapporto con le cose. Guarisce il rapporto con le persone. Chi impara a contemplare impara a guardare l’altro con lo stesso sguardo con cui guarda il tramonto o il pane eucaristico: con reverenza, con stupore, con gratitudine. Le relazioni si ammalano quando smettiamo di contemplare l’altro — quando lo riduciamo a funzione, a ruolo, a prestazione. Quando smettiamo di guardarlo e cominciamo a usarlo.

Francesco contemplava i suoi frati. Li guardava con gli occhi dello spirito. Per questo poteva amarli anche quando lo deludevano, anche quando tradivano il suo ideale, anche quando non lo capivano. Perché in ciascuno di loro vedeva non il carattere difficile o il difetto irritante, ma la fiamma dello Spirito, la chiamata di Dio, l’immagine del Figlio. La contemplazione è il segreto della fraternità francescana: si può essere fratelli solo se ci si guarda con gli occhi dello spirito.