Amare senza ingombrare: ritrarsi per fare apparire l'Altro
fr. Maggiorino Stoppa
Essere presenti a qualcuno senza soffocarlo è un'arte difficile, eppure è l’unica via per un incontro autentico. Il brano di Gv 1,29-34 ci insegna, attraverso la figura di Giovanni Battista, che la vera testimonianza consiste nel saper fare un passo indietro per lasciare che l'altro risplenda. Ma questa capacità di "non essere ingombranti" non riguarda solo i nostri legami umani: è, prima di tutto, la soglia necessaria per incontrare Dio. Solo dove c'è uno spazio libero, infatti, Lui può finalmente farsi strada.
La libertà di non essere il centro
Il gesto di Giovanni che indica Gesù — «Ecco l'agnello di Dio» — esprime una maturità interiore profonda. In un mondo che ci spinge a occupare costantemente il centro della scena, il Battista sceglie di stare ai margini. Comprende che la sua identità non è minacciata dalla presenza di un altro, ma trova il suo senso proprio nel mettersi al suo servizio.
Indicare significa riconoscere che non siamo noi la fonte della luce. Nelle relazioni quotidiane, questo si traduce nel non trattenere le persone a noi, evitando di renderle dipendenti dalle nostre aspettative. Allo stesso modo, nel nostro rapporto con il divino, indicare significa smettere di guardare solo ai nostri bisogni per volgere lo sguardo verso ciò che Dio sta operando, spesso proprio lì dove non avevamo previsto spazio per Lui.
Amare è liberare spazi
L'amore autentico è un esercizio di sottrazione: per far sì che l'altro emerga nella sua libertà, dobbiamo imparare a "fare spazio". Se occupiamo tutto lo spazio con le nostre ansie, i nostri progetti e i nostri pregiudizi, il volto dell'altro scompare dietro l'ombra del nostro ego.
Questa dinamica è ancora più radicale nella vita spirituale. La possibilità stessa di fare esperienza di Dio dipende dal nostro "fare vuoto". Se la nostra vita è satura di risposte già pronte e di certezze su noi stessi, Dio non trova fessure in cui entrare. Fare spazio significa accettare che l'Invisibile abiti i nostri silenzi. È il coraggio di dire: "Io ci sono, ma lascio che sia Tu a manifestarti". In questo vuoto accogliente, l'amore si libera dal possesso e Dio può finalmente rivelarsi in pienezza come colui che, secondo la promessa di Isaia, è «luce delle nazioni» (Is 49,6).
Una fede che si tocca: riscoprire i sensi
La spiritualità non è un’astrazione, ma un’esperienza che tocca i sensi. La testimonianza del Battista è intrisa di questa fisicità: «Io ho visto». Ogni volta che durante la Messa il sacerdote alza l'ostia e ripete quelle stesse parole, «Ecco l'agnello di Dio», siamo invitati a fare ciò che Giovanni chiese ai suoi discepoli: alzare lo sguardo. Non per abitudine o con gli occhi velati dalla distrazione, ma con un desiderio reale. A volte chiniamo il capo in segno di rispetto, ed è un gesto nobile; ma forse il rispetto più grande è il coraggio di guardare Colui che amiamo con quella fame negli occhi che dice: "Ho bisogno di te".
San Francesco d'Assisi, come racconta un suo biografo, quando pronunciava il nome di Gesù arrivava a leccarsi le labbra per assaporarne la dolcezza. È un gesto che dice tutto su cosa significhi credere con tutto se stessi: non solo con la mente, ma con il corpo, con i sensi, con quel desiderio che abita la carne. Il cristianesimo non è una religione che fugge dalla materia; è la fede in un Dio che si è fatto carne, che si è lasciato toccare e che ancora oggi si offre ai nostri sensi nel pane e nel vino. In questo orizzonte, i nostri sensi smettono di essere ostacoli e diventano vere e proprie vie di preghiera.
Dall'incontro al racconto
«E io ho visto e ho testimoniato» (Gv 1,34). Non esiste testimonianza credibile che non passi attraverso il filtro del "visto con i propri occhi". Le parole pesano solo se sono nate da un incontro che ha toccato la pelle e il cuore, cambiando il nostro modo di guardare il mondo.
Oggi c'è un grande bisogno di testimoni che non occupino lo spazio con le proprie opinioni, ma che sappiano indicare una bellezza incontrata. La credibilità nasce dalla trasparenza di chi ha riconosciuto in un Altro la fonte della propria gioia e ha deciso di indicarla, scomparendo poi dolcemente nell'ombra di un servizio silenzioso e fecondo.
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