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Alzare lo sguardo per guarire

fr. Maggiorino Stoppa

Cosa significa, davvero, "esaltare" la Croce? La domanda sorge quasi inevitabile ogni volta che il calendario liturgico ci pone davanti a questa festa solenne. La parola stessa, "esaltazione", evoca immagini di trionfo, di gloria, di clamore. Eppure, l'oggetto della nostra venerazione è uno strumento di tortura, il simbolo di una sconfitta pubblica e di una morte infamante. Come conciliare questo paradosso? Forse, la chiave non sta nel cercare di coprire la crudezza del legno con ori e incensi, ma nell'accogliere il suo silenzio assordante. Spesso, un'esaltazione troppo rumorosa della Croce, quasi fosse un vessillo di guerra da sventolare con orgoglio, rischia di tradirne il mistero più profondo. La vera maestà della Croce è la grandezza silenziosa di un amore che si spoglia di tutto, che non trattiene nulla per sé, che si dona senza condizioni. È la maestà di un amore che, come ci racconta l'evangelista Giovanni, ama i suoi "sino alla fine" (Gv 13,1). Non è un amore che si disperde in mille parole, ma che si concentra in un unico gesto di totale offerta.

La mormorazione che morde l’anima

Il libro dei Numeri ci presenta una scena che è la fotografia di ogni nostro cammino spirituale, con le sue fatiche, le sue deviazioni e le sue crisi di fede (Nm 21,4-9). Il popolo d'Israele è in viaggio, un viaggio che sembra interminabile. La necessità di "aggirare il territorio di Edom" rappresenta una di quelle deviazioni impreviste della vita, uno di quei percorsi più lunghi che mettono a dura prova la nostra resistenza e la nostra fiducia. Il cuore del dramma è racchiuso in una frase tanto semplice quanto potente: "il popolo non sopportò il viaggio". Quante volte anche noi non sopportiamo il nostro viaggio? Quando la strada si allunga, la meta sembra svanire all'orizzonte e la fatica prosciuga ogni speranza. È in quel momento che, come Israele, iniziamo a mormorare. La loro lamentela è terribile, perché non è solo un'espressione di stanchezza, ma un'accusa diretta a Dio e alla sua guida: "Perché ci avete fatto salire dall'Egitto per farci morire in questo deserto?" (v. 5). È qui che si annida il veleno. La mormorazione, la sfiducia, il rimpianto per una schiavitù passata che appare preferibile a una libertà faticosa, sono un veleno che il popolo produce dentro di sé. E questo veleno interiore si materializza all'esterno. I "serpenti brucianti" che iniziano a mordere la gente non una punizione calata dall'alto, ma piuttosto la conseguenza concreta e mortale del veleno interiore (come la sfiducia e la lamentela) che il popolo stesso ha lasciato crescere nel proprio cuore.

Alzare lo sguardo per guarire

Di fronte al popolo che muore, morso dal suo stesso veleno, Mosè intercede. La sua preghiera è logica e umana: chiede a Dio di "allontanare i serpenti". Tuttavia Dio non elimina la prova. I serpenti restano nel deserto. Questa è una lezione fondamentale per una fede adulta: Dio non ci promette una vita senza difficoltà, senza prove, senza la presenza del male e della sofferenza. La sua salvezza non è una fuga dalla realtà, ma una via di guarigione all'interno della realtà. La soluzione divina è un comando paradossale: "Fatti un serpente e mettilo sopra un'asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita" (v. 8). Dio chiede a Mosè di forgiare l'immagine stessa di ciò che sta portando morte e di innalzarla, di trasformarla in un segno di salvezza. La guarigione non viene dal distogliere lo sguardo dal problema, ma dal guardare la fonte del dolore trasfigurata dalla potenza di Dio. È un invito a confrontarsi con la propria ferita, ma a farlo attraverso un nuovo punto di vista, quello offerto da Dio. Secoli dopo, in un dialogo notturno con Nicodemo, Gesù stesso svela il significato ultimo di questo strano evento. Le sue parole collegano indissolubilmente l'asta di Mosè al suo destino: "E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (Gv 3,14). La Croce è il nostro serpente di bronzo. Su quel legno è innalzato Colui che, pur senza conoscere peccato, si è "fatto peccato" per noi, ha preso su di sé tutto il veleno della nostra disobbedienza, della nostra violenza, della nostra morte, per trasformarlo in un farmaco di vita eterna. Alzare lo sguardo verso il Crocifisso, quindi, è molto più di un atto di pietà o un’abitudine religiosa. È l'atto di fede per eccellenza. Significa avere la fiducia totale che Dio ha capovolto la situazione, trasformando la morte in vita, la fragilità in forza e la condanna in salvezza per l'umanità. La salvezza, però, richiede la nostra partecipazione attiva. Gli israeliti non venivano guariti passivamente; dovevano compiere un'azione: guardare. Chi si rifiutava di alzare lo sguardo, moriva. Allo stesso modo, a noi è chiesto di non distogliere lo sguardo dalla Croce, di non fuggire di fronte alla realtà del dolore e del male, ma di avere il coraggio di guardarli attraverso Cristo. Guardare il Crocifisso significa confrontarsi con la nostra fragilità, con la nostra mortalità, con il nostro peccato, ma scoprendo che tutto questo è stato assunto, abbracciato e redento dall'amore infinito di Dio. La fede non ci insegna a ignorare il buio, ma ci dona una luce per guardarlo senza esserne divorati.

Abbracciare un legno che non vacilla

La Croce non è più solo un simbolo di sofferenza, ma la manifestazione di un Amore serio e affidabile. È un legno piantato solidamente a terra. Un legno che non flette e non vacilla. In un mondo dove tutto sembra liquido, precario, dove le certezze si incrinano e le promesse vengono infrante, la Croce si erge come l'unico punto di appoggio veramente sicuro. Non è un'idea astratta, ma una realtà concreta a cui ci si può appoggiare in totale sicurezza. Questo appoggio saldo è l'Amore di Dio, un Amore dimostrato, non solo dichiarato; un Amore che si è lasciato inchiodare per non abbandonarci mai.

Contemplare la Croce toglie ogni paura. Ci rivela l'intenzione ultima di Dio, il suo desiderio più profondo per ciascuno di noi. Come Gesù stesso assicura a Nicodemo, "Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (Gv 3,17). La Croce non è il tribunale di un Dio giudice, ma il trono di un Re che regna amando. Non è un dito puntato che condanna, ma due braccia spalancate che accolgono. È l'abbraccio di salvezza che Dio offre a un mondo che vacilla, un appoggio sicuro per il nostro cammino, una promessa silenziosa ma incrollabile di vita eterna.