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Abbà, papà!

fr. Valerio Berloffa

 “Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare…”

Come sempre, il segreto della corretta comprensione di un brano evangelico sta nel contesto.
“Insegnaci a pregare!”. La domanda ai discepoli viene spontanea osservando lo spirito che anima il loro maestro quando prega e il fatto che preghi non solo nei momenti difficili o nelle decisioni importanti, ma in maniera abituale e con l’abbandono fiduciosa di un bambino che ricorre a papà e mamma.
I discepoli quindi a Gesù non chiedono delle preghiere da recitare, ma che insegni loro il modo di pregare; anzi, che insegni loro a pregare come lui stesso prega!!”.

“Abbà, Papà!”

Questa invocazione nei vangeli ricorre ben 180 volte, ed è un’espressione singolare, usata solo da Gesù. E’ in aramaico, la lingua nativa del figlio di Maria, e suona come il nostro “papà”, o “babbo”.
 E’ un’espressione di famigliarità e di intima confidenza, segno di una relazione esclusiva che, da sola, spiega nel Padre Nostro tutto il resto, tutte le li sette domande da cui è composto.
Chi, infatti è in intima comunione con Dio, non inizia le sue preghiere dai suoi bisogni, come spesso noi facciamo, ma esprime prima di tutto la gioia di essere alla Sua presenza; esalta il Suo nome, che in senso biblico rivela la persona stessa, chiedendo che sia santificato; inoltre si affiderà con abbandono alla sua volontà, fidandosi del Suo amore tante volte sperimentato. 
Come il bambino che si sente amato, non avrà paura di insistere sino alla scocciatura, e non sentirà necessario nominare quello di cui ha bisogno (il “pane quotidiano” si riferisce a tutti i bisogni essenziali dell’uomo), perché il Papà i suoi bisogni già li conosce! Sapendosi poi oggetto di misericordia, gli verrà spontaneo aprirsi lui stesso al perdono dei suoi offensori. Infine, considererà grave pericolo tutte quelle tentazioni e persone che lo potrebbero allontanare dal “Papà”, ed isolarlo nel mondo dell’egoismo e del Male.

E’ in tal senso che vanno viste anche le similitudine che seguono: quella dell’”amico importuno” e quella del “padre cattivo” (carente), che pur tanto sa dare cose buone al proprio figlio:

Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.

Da queste similitudine emerge una profonda verità: la qualità della preghiera è legata alla qualità della relazione con Dio Padre! Chi infatti, chiuso nel proprio egoismo, ricorre a Dio solo nei suoi bisogni, non ha né la confidenza né la costanza di chi si sente da Lui amato. E neppure ricorrerà al Signore in ogni occasione: buona o cattiva, opportuna o inopportuna (anche a mezzanotte!), come invece fa un figlio che ama e si sente amato.

La preghiera del Padre Nostro rivela poi una seconda grande verità: chi vive in relazione di amore con Dio sente che quando prega sta rispondendo a Dio che, come padre amoroso e sollecito, gli ha già rivolto la parola invitandolo all’ascolto e all’accettazione della sua volontà. Prima della nostra preghiera al Padre c’è la voce del Padre rivolta a noi! Egli parla al nostro cuore e alla nostra vita con interventi di un papà premuroso. E noi rispondiamo cercando la sua volontà. Questo è il senso dell’infallibilità de nostro pregare: la preghiera sincera e amorosa è sempre accolta dal Padre, come rivela la seconda similitudine: 

Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!». 

Il risultato più bello e sicuro del nostro pregare è infatti il dono dello Spirito, cioè quello spirito di figli che ci mette in comunione con Dio e con i fratelli. Non sempre quindi otterremo il “pesce” o l’” uovo” che abbiamo chiesto, ma dal colloquio confidente con Dio usciremo sempre confortati e rassicurati della sua vicinanza e presenza. 

Sviluppo

C’è un dubbio che spesso disturba le nostre preghiere: ma Dio ci ascolta veramente? Sono duemila anni che si prega il Padre Nostro, eppure non sembra che si abbia fatto grandi progressi nel diventare veramente fratelli e sorelle; e quanto al pane quotidiano, a molti continua a mancare...
«Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse!» - scrive D. Bonhoeffer. La preghiera non è una formula magica, è intimamente legata al nostro rapporto con Dio. Non puoi pregare bene se non hai imparato ad amare Dio! Non sempre ti darà quello che chiedi, ma ti darà sempre quello che fa (veramente) bene per te! Quando un cristiano afferma di aver perso la fede per aver pregato in estremo bisogno senza aver ottenuto quanto cercava, in realtà la sua fede ha solo perso la foglia di fico che copriva la sua nullità: non l’ha mai avuta!

Nel nostro tempo si sta così consumando una grande tragedia. Mai come oggi, infatti, tante persone, pur affamate di relazioni e di amicizia, vivono un’esistenza di solitudine e isolamento. I mezzi moderni di comunicazione: internet, cellulari, mass media, ci offrono solo relazioni virtuali e di massa, non raggiungono il nostro cuore. Persino l’amore coniugale e famigliare sembra non soddisfino più, anzi, è proprio dal loro fallimento che vengono le ferite del cuore più grandi!

Eppure Gesù continua ad invitarci: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi ed io vi ristorerò!” E così oggi: “Quando pregate, dite: “Papà!”. Le chiese sono deserte, e le poche persone che vi entrano sembrano dialogare più fra loro che con Dio, del quale spesso non arrivano a sentire la presenza …
Forse, più che di confessioni stanche ed abitudinarie, abbiamo bisogno di dialogo e direzione spirituale con persone che vivono con fede il loro rapporto filiale con Dio Padre…
Forse abbiamo bisogno di esperienze forti e di dialogo prolungato con Dio: ritiri, esercizi spirituali, momenti di silenzio in un chiostro o la solitudine della natura.

“Per pregare bene non c’è bisogno di parlare molto. Si sa che il Buon Dio è là, nel tabernacolo: gli apriamo il nostro cuore, godiamo della sua presenza. E’ questa la preghiera migliore!” (Il Santo Curato d’Ars).